De Mauro, direttore d’Internazionale: «Il giornalismo non è morto»

TRENTO. La scorsa settimana – l’8 aprile – si è tenuto a Trento, per il ciclo dedicato al giornalismo, un incontro con Giovanni de Mauro, direttore (e fondatore) d’Internazionale. Il settimanale pubblica ogni settimana «il meglio dei giornali di tutto il mondo», come dichiarato in copertina.

Non è bastata l’aula Kessler di Sociologia per contenere tutto il pubblico interessato. Tanto che la chiacchierata fra de Mauro e il professor Claudio Giunta è stata pure trasmessa, in diretta, in un’aula vicina. Prova che l’interesse degli Universitari per Internazionale è alto: forse per la volontà spaziare lo sguardo al di là del contesto nazionale. O forse semplicemente per la qualità di ciò che il settimanale pubblica

Ne abbiamo parlato con lo stesso de Mauro, che ha concesso a L’Universitario una lunga intervista in esclusiva.


L’intervista a Giovanni de Mauro (fotoservizio: Matteo Breda)

Sembra davvero che gli Universitari leggano particolarmente Internazionale, anche rispetto ad esempio dei quotidiani. È solo una sensazione, o c’è del vero?

Guardi, è possibile. Noi in realtà non abbiamo mai fatto ricerche di mercato. Quindi non saprei dirle esattamente la composizione del nostro pubblico, e naturalmente da quello che si vende in edicola e in abbonamento è difficile risalire ai dati anagrafici. Però è vero che facciamo un festival quasi da dieci anni a Ferrara, e lì – dove vengono una buona parte dei nostri lettori – notiamo molti giovani, che sono certamente nella fascia degli Universitari. In redazione ci arrivano poi email anche da ragazzi e ragazze che vanno al liceo: quindi sicuramente la nostra è una fascia di lettori piuttosto giovani. Poi è vero che abbiamo anche lettori adulti o più anziani. Solo che quelli giovani si notano di più, proprio perché difficilmente sono abituati a leggere ad esempio i quotidiani.


È un processo consapevole? Nel senso: avete seguito una precisa strategia per attrarre questa fascia di lettori?

Nessuna strategia. Sicuramente una delle ragioni sta nel fatto che ho fondato questo giornale 24 anni fa, insieme a tre amici, e all’epoca avevamo vent’anni. Facevamo un giornale dove la prima regola era di pubblicare ciò che avremmo voluto leggere in un giornale, se non ci avessimo lavorato. La redazione all’inizio era molto piccola: quattro, cinque persone. Per questo il nostro era un prodotto che ci assomigliava molto e così ai nostri coetanei di allora (e quindi ai ventenni di oggi), o a persone a noi simili.


Avete avuto un’idea, quella di pubblicare il meglio dei giornali internazionali, ispirandovi ad un periodico francese (il Courrier International): ma come siete passati dall’idea alle edicole?

Abbiamo fatto un conto economico, creato il numero zero e iniziato a cercare i soldi. Detto così sembra facile. In realtà per un anno ho fatto su e giù da Milano, andando da case editrici – piccole, grandi e medie – che potevano essere interessate, trovando però dei cortesi rifiuti. Verso la fine, quando stavamo per abbandonare, uno degli ultimi appuntamenti era con Luigi Abete, che all’epoca era presidente di Confindustria. All’epoca voleva creare un piccolo polo editoriale di riviste; visto che l’investimento necessario per far partire il giornale era molto basso, ha messo a disposizione i soldi di cui avevamo bisogno.


La caratteristica d’Internazionale, sin da subito, è stata ovviamente la volontà di guardarsi intorno, al di là del contesto nazionale.

Sì, questa era in effetti l’intuizione del periodico francese, che usciva già da un po’ e che aveva un certo successo in Francia. Poi abbiamo scoperto in realtà che durante la Seconda guerra mondiale c’era una rivista – fatta da un gruppo d’Italiani che stavano a Londra – che si chiamava “Il mese”, che si basava sullo stesso principio. Era un formato molto divertente: un quaderno piccolo, che raccoglieva e traduceva in italiano articoli usciti su giornali stranieri, di paesi non sotto occupazione fascista o nazista, con una stampa libera ed indipendente. Quindi in realtà è come se avessimo un lontano antenato.


demauro3Oggi invece qual è il lavoro di tutti i giorni in redazione all’Internazionale?

Rispetto ad un quotidiano è molto diverso, ma rispetto a qualsiasi settimanale l’organizzazione, ad esempio dei tempi, è la stessa. Seguiamo un ciclo produttivo che è coincidente con l’uscita del giornale il venerdì. La differenza sostanziale è che noi partiamo dal prodotto finale degli altri giornali, senza commissionare gli articoli. Siamo noi a cercarci gli articoli, non ci vengono segnalati da altri. Parte del nostro lavoro è quello della selezione dei pezzi, quindi poi la confezione del giornale, con la traduzione che è fatta all’esterno.


Rispetto a quando avete iniziato voi, quanto spazio c’è oggi per i giovani nel giornalismo?

Noi oggi in redazione siamo 48, ma, ogni volta che abbiamo dovuto assumere, abbiamo cercato persone piuttosto giovani, perché ci interessa cercare di mantenere il più bassa possibile l’età media. Anche per compensare il nostro invecchiamento. Ma se guardiamo il contesto generale, secondo me è un momento interessante da un certo punto di vista: è vero che da una parte è un momento di grande crisi dei mezzi d’informazione e dei quotidiani in particolare. Però è anche vero che è una crisi di un modello imprenditoriale, non è una crisi di un linguaggio: la crisi è dei giornali, non del giornalismo. In realtà, secondo me non c’è mai stato un momento migliore per cercare di fare il giornalista.


Lo sa che il suo è un pensiero in controtendenza, rispetto a quanto si dice di solito?

Guardi, io penso che le barriere d’accesso oggi siano molto più basse. Nel 1993 per esempio internet non esisteva: quindi se tu volevi fare un giornale, l’unico modo che avevi era di fare un piano editoriale, stampare delle copie, distribuirle in 40 mila edicole, avere gli abbonamenti, i distributori potevano decidere di distribuirle o meno, prendevano una percentuale; era un mercato molto più affollato, più competitivo, c’erano più giornali e testate: insomma una barriera d’accesso non indifferente. Oggi internet, gli smartphone, il digitale consentono una circolazione dell’informazione – e quindi l’abbattimento delle barriere d’accesso alla stessa informazione – che non ha eguali.


A proposito di digitale, anche i giornali nazionali sembra si siano appassionati a Facebook live, che permette di trasmette in diretta i contenuti video. Anche dando accesso al “dietro alle quinte” delle redazioni, a volte quasi con una sensazione da reality show. Internazionale invece non ha fatto questa scelta. Come mai?

No, abbiamo un approccio diverso. La mia impressione è che ci siano grandi società – come Facebook, Google o Apple – che investono molto in promozione. Secondo me bisognerebbe avere un rapporto più cauto e prudente. Sono fra le società più grandi, hanno i loro interessi che non sono necessariamente coincidenti con i nostri. Rispondono al loro consiglio d’amministrazione, non sono benefattori dell’umanità. Nei mezzi di comunicazione mi pare ci sia un po’ un’ubriacatura: lo sposare qualsiasi novità che provenga da questi strumenti, che permettono certamente di accelerare la circolazione delle informazioni. Se si utilizzano questi mezzi, bisogna essere consapevoli che si è a propria volta utilizzati: quando vedo grandi giornali italiani, ma non solo, che in prima pagina raccontano il lancio di Facebook live… Si sta facendo promozione gratuita ad una grande industria! Come se qualcuno raccontasse di aver corso con le scarpe di una determinata marca: c’è tutta la redazione che corre su queste scarpe, e vi raccontiamo quanto è entusiasmante. È la stessa cosa, si sta vincolando un’informazione che non ragiona criticamente su un prodotto.

Daniele Erler

Giornalista praticante all'Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino (www.ilducato.it), collaboratore quotidiano Trentino dal 2012, stage in redazione a la Stampa, direttore de L'Universitario dal 2016, laureato in Storia all'Università di Trento // Twitter: @daniele_erler

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