Solo di cordata: il ritratto di un uomo

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TRENTO. K2, estate 1986. Renato Casarotto, uno dei più forti alpinisti italiani allora in circolazione, cade in un crepaccio ai piedi dell’imponente vetta, dalla cui scalata aveva deciso di desistere. Morirà poche ore dopo. Si spegne così, quasi per un enorme scherzo del destino (le difficoltà tecniche maggiori durante quella discesa erano ormai alle spalle), la fiamma di uno dei più puri e meno celebrati alpinisti di tutti i tempi. Una fiamma che ancora bruciava, splendendo in imprese solitarie degne delle cordate più prestigiose: pilastro nord-est del Fitz Roy, trilogia del Freney e cresta sud-est del monte McKinley, soltanto per citarne alcune.

Ma Renato Casarotto, sposato con Goretta Traverso, prima donna italiana a conquistare un ottomila, oltre ad essere un apprezzabile alpinista, era soprattutto un uomo. Un uomo che cercava, durante le sue intrepide avventure, il senso ultimo di quella più intrepida di tutte: la vita.

Per Casarotto la montagna era il mezzo, non il fine. Il mezzo attraverso cui misurare se stessi, i propri limiti e le proprie paure. Il mezzo che, solo in un secondo momento, permetteva di capire il senso di tutto il resto. E quel fine, quel senso, Renato sembra poi trovarlo, per lasciarlo ai posteri in una delle tante registrazioni che amava incidere. Una risposta, in fondo, l’aveva ottenuta: il fine secondo il quale tutto si muove per lui era l’amore.

Proprio partendo dall’esperienza umana di Renato Casarotto, dalle sue registrazioni, dalle sue lettere, dai suoi diari e dalle testimonianze di chi lo ha conosciuto, il regista Davide Riva ha voluto omaggiarne la figura e perpetuarne l’intramontabile messaggio in un commovente documentario, proiettato in questi giorni al Trento film festival. Una storia di vita a cui tutti, anche chi di alpinismo ne capisce poco, possono accostarsi, perché scoprire figure così intense è sempre piacevole, oltre che stimolante.


Monica Malfatti