Strage di Capaci, dove siamo 24 anni dopo

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Oggi, 23 maggio, è un giorno importante per chi ha a cuore legalità e giustizia, e nel contempo un giorno triste e difficile, perché come tutti sanno, è l’anniversario della strage di Capaci. Una strage, ancora piena di punti interrogativi, dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Chiunque sa chi sia Giovanni Falcone non può non avere stampata in mente l’immagine delle macerie della Fiat Croma che trasportava il giudice, e di quel pezzo di autostrada, che 400 kg di esplosivo hanno ridotto in un cumulo di macerie e corpi straziati. Da quelle immagini, unite a quelle dell’uccisione di Paolo Borsellino a distanza di nemmeno due mesi, e dalla forza simbolica che hanno avuto, si disse che stava avvenendo il risveglio della società civile, la rivoluzione culturale che lo stesso Falcone considerava essenziale per sconfiggere definitivamente la mafia. Un intera generazione di giovani siciliani e giovani italiani si ribellò alle stragi, ai morti ammazzati e alla diffusa omertà che causò la morte di innocenti e servitori dello Stato.

Arrivò però un momento in cui fiaccolate e manifestazioni si affievolirono e persero vigore, in cui l’antimafia arretrò, non più rinvigorita dallo scorrere del sangue dei suoi paladini. Questo cambiamento ci fu per due ragioni fondamentali: il cambiamento di strategia di Cosa Nostra e le indagini sui colletti bianchi, sui politici e i professionisti complici dei boss. Nel gennaio 1993 Salvatore Riina, il mandante delle stragi di Capaci e via d’Amelio, insieme al suo successore Bernardo Provenzano, venne arrestato e Cosa Nostra cambiò pelle: smise di mettere bombe in Sicilia, di uccidere magistrati e poliziotti, e scelse di spostare la sua influenza sempre più a Nord, dove poteva fare affari migliori e mettere i suoi uomini in posizioni decisive. La mafia si apriva a nuovi mercati, anche internazionali, e si infiltrava dovunque molto più silenziosamente. In fin dei conti le bombe facevano rumore, ed il rumore ha sempre disturbato chi tirava le fila all’interno delle associazioni criminali. L’altro nodo è l’arretramento della società civile, o forse la presa di coscienza che essere anti-mafiosi era molto più difficile quanto non si limitava ad una sfilata nel giorno degli anniversari. Quando la magistratura iniziò infatti a capire che bisognava sempre più seguire i soldi e gli affari, la società si rese conto di come la “piovra” avesse i suoi tentacoli in ogni attività. Professionisti, colletti bianchi e politici comandati dalla mafia si erano infiltrati nelle istituzioni, inquinando la democrazia del Paese.

Oggi la situazione non sembra molto migliore. Non si spara più, o meglio si spara meno ed il racconto di questi fatti viene rilegato alle pagine di quotidiani locali, che coraggiosamente continuano la battaglia per la legalità. Non ci sono più emergenze, e questa è la causa che ci ha fatto abbassare la guardia, perché l’ordinarietà di un problema porta a emozioni collettive molto meno vigorose e ad un minor impegno nella sua risoluzione. La mafia è oggi più viva e forte che mai, proprio perché troppo spesso si è pensato che spettasse solamente alla magistratura combatterla. Salvo Vitale, storico compagno di Peppino Impastato ai microfono di Radio Aut, si è scagliato pochi giorni prima della commemorazione di Capaci di quest’anno contro chi prepara il vestito buono per la festa e poi se ne frega tutti gli altri giorni dell’anno. Ha scritto: Stanno preparando il vestito buono per la festa. Passeranno la notte a lustrarsi le piume. E domani, l’uno dopo l’altro, con una faccia che definire di bronzo è un eufemismo, correranno da una parte all’altra della penisola cercando i riflettori della tivvù, il microfono dei giornalisti, per inondarci della loro vomitevole retorica su Twitter, Facebook, e in ogni angolo della rete; loro, tutti loro, gli assassini di Giovanni Falcone, della moglie, e dei tre agenti della sua scorta, saranno proprio quelli che ne celebreranno la memoria. Firmandola. Sottoscrivendola. Faranno a gara per raccontarci come combattere ciò che loro proteggono. Spiegheranno come custodire l’immensa eredità di un magistrato coraggioso; loro, proprio loro che ne hanno trafugato il testamento, alterato la firma, prodotto un perdurante falso ideologico che ha consentito ai loro partiti di rinverdire i fasti di un eterno potere. Li vedremo tutti in fila, schierati come i santi. Ci sarà anche chi oserà versare qualche calda lacrima, a suggello e firma dell’ipocrisia di stato, di quel trasformismo vigliacco e indomabile che ha costruito nei decenni la mala pianta del cinismo e dell’indifferenza, l’humus naturale dal quale tutte le mafie attive traggono i profitti delle loro azioni criminali. (…) Sono decine di milioni. Perché la mafia non è una persona, non è una cosa astratta. La mafia è un’idea dell’esistenza. La mafia è una interpretazione della vita, e chi vi aderisce è un mafioso. Anche se non lo sa. Anche se non se lo vuole dire. Sempre mafioso è.

Uno dei mali che 24 anni fa era assente ed oggi è invece una realtà allarmante è il business dell’antimafia e di quei soggetti che hanno una doppia faccia, il vestito buono per la festa e la mazzetta in tasca il resto dei giorni. Processi e indagini hanno svelato innumerevoli volte come dietro una pretesa onestà si nascondessero interessi personali e, in alcuni casi, contigui con la stessa criminalità organizzata. Il tutto all’ombra di fondi pubblici, raccolte di beneficenza e utilizzo di beni sequestrati alle cosche. Un business redditizio che a volte diviene assai difficile distinguere dalle realtà sane e che inevitabilmente finisce per mettere in cattiva luce anche quest’ultime.

Bisogna però ammettere che tanti giovani e persone perbene hanno preso esempio dalla figura di Giovanni Flacone e altre vittime di mafia, impegnandosi nei territori, lontano dai riflettori, facendo antimafia “militante”, che alla fine è anche quella più efficace, perché educa e fa da esempio per i giovani. Ma questo probabilmente non basta, perché è inutile parlare di questione morale se non si fanno passi in avanti per incentivare i comportamenti positivi: una certa dose di antimafia si fa anche in Parlamento, approvando pene più severe, leggi che semplifichino il lavoro di chi prende decisioni ma che possano tenere loro sotto controllo, norme contro la corruzione. Perché le idee di Falcone camminino davvero sulle idee delle prossime generazioni, come dice un suo aforisma molto condiviso in queste giornate, dato che finora hanno purtroppo forse appena zoppicato.


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Luca Peluzzi