I limiti dell’ordinanza contro gli alcolici in Santa Maria Maggiore

, Trentino

I quotidiani locali riportano una nuova ordinanza. Da mercoledì sarà vietata la somministrazione di alcolici dalle 22 alle 7 in ampie zone della città. Vedi l’articolo del Trentino (qui) e dell’Adige (qui).

Riportiamo con l’occasione un articolo uscito (in sintesi) sul numero 0 de l’Universitario, e che già commentava un’ordinanza simile, di fatto prevedendone la riproposizione anche per quest’anno.


TRENTO. Ciascuno paga per i propri errori, giusto? Sembra ovvio, ma l’idea su cui si basa il diritto nella società moderna probabilmente non è del tutto chiara ai proponenti dell’ordinanza che, fino alla fine di gennaio, ha vietato la vendita di alcolici da asporto dopo le ore 21 nel quartiere di Santa Maria Maggiore. Al di là di considerazioni di merito, infatti, l’ordinanza del sindaco del capoluogo presenta diversi aspetti in odore di illegittimità.


I presupposti

Mettiamo in chiaro i termini: cos’è un’ordinanza? È uno strumento cui il sindaco può ricorrere nel caso in cui, nel suo comune, possano verificarsi “pericoli imminenti e attuali, non altrimenti evitabili”. È importante sottolineare il carattere straordinario del provvedimento: soltanto gravi minacce alla sicurezza dei cittadini, non governabili con gli strumenti giuridici ordinari, dovrebbero legittimare il ricorso all’ordinanza. Il Tuel (Testo unico degli enti locali) chiarisce che le ordinanze sono provvedimenti “contingibili e urgenti”. Per la Corte costituzionale la contingibilità riguarda fatti che si pongono “fuori dell’ordinato e prevedibile svolgersi degli eventi”. Un evento che devia dalla “catena regolare” degli avvenimenti, di conseguenza, non può che essere affrontato “con strumenti anch’essi devianti rispetto alla catena regolare dell’attività amministrativa.” L’esempio classico è il terremoto: evento probabile in una zona sismica, ma che non dà modo di prevedere se e quando si verificherà.


Un caso particolare

L’ordinanza che vieta la vendita di alcolici dopo le 21 nella zona di Santa Maria Maggiore, però, ricade in un differente contesto. Posto di fronte a ripetute lamentele riguardo episodi di violenza, risse, imbrattamenti e l’onnipresente “degrado” di Trento, il sindaco decide di prendere in mano la situazione. Un problema di ordine pubblico – la cui consistenza si ingigantisce in una città abituata a andare a letto presto – viene trattato dal primo cittadino come un fatto straordinario, un’emergenza. Ma è proprio il protrarsi nel tempo di tale situazione, sottolineato peraltro nelle motivazioni del provvedimento, a far emergere la contraddizione: non siamo di fronte a una situazione straordinaria, ma alla normalità (per quanto deplorevole possa essere) della vita di un quartiere. L’ordinanza, allora, è uno strumento inopportuno.

Assecondare le richieste di una parte della cittadinanza, senza passare per il normale iter di discussione in Consiglio comunale, può avere un ritorno in termini politici, ma lascia passare un’idea sbagliata di come vada regolata la convivenza in società. Il sindaco non è, né deve essere, lo sceriffo posto a tutela dell’ordine pubblico. Le pressioni di gruppi di cittadini più o meno consistenti non possono essere accolte come se non esistessero già delle regole, fissate dal legislatore, su ciò che è lecito e illecito fare in città. Forse è meglio far rispettare quelle, piuttosto che abusare di uno strumento giuridico improprio per dare l’impressione di avere la risposta a un problema.

Le crescenti lamentele riguardo il “degrado urbano” (qualunque cosa significhi di volta in volta) sono forse sintomatiche di un atteggiamento della popolazione che non ha ancora, o non ha mai, accettato che Trento sia una città universitaria. Dietro la patina di “città più vivibile d’Italia” si nascondono tensioni, generate da un tessuto sociale in rapida evoluzione. Se una città di 100 mila abitanti ospita 10 mila studenti fuorisede non può pretendere che tutto continui a funzionare come in passato.


Convivenza civile

I fuorisede, però, non votano alle elezioni comunali. Non c’è nessuna convenienza politica nel raccogliere le istanze che sollevano. Hanno sì ragione i cittadini a invocare un intervento contro degrado e criminalità: non è piacevole avere paura tornando a casa la sera, né svegliarsi la mattina e trovando vetri rotti e deiezioni davanti al portone di casa. Bisognerebbe anche capire, tuttavia, che una birra con gli amici non è degrado; una band che suona in un locale è degrado; un gruppo di studenti chiassosi non è degrado.

È una tendenza diffusa in molte amministrazioni quella di usare le ordinanze ad libitum, trasformandole impropriamente nello strumento con cui normare determinate attività. Basta spostarsi di poco, a Padova, per vedere come il sindaco Massimo Bitonci stia usando le ordinanze in modo del tutto illegittimo: l’ordinanza diventa regola, senza neanche più limiti temporali. Nella città veneta è stato adottato un provvedimento simile a quello per Santa Maria Maggiore: stop alla vendita di alcol in centro dalle due alle sei del mattino. Il paradosso è che il provvedimento vale senza limiti di tempo, a meno che un’ordinanza successiva non stabilisca una deroga (questa sì temporanea). Si tratta di situazioni paradossali in cui il sindaco si prende una fetta di torta cui non ha diritto, pur avendo altri strumenti da usare legittimamente per risolvere problemi del genere. Un miglioramento delle politiche pubbliche, in accordo con il consiglio comunale, potrebbe contribuire a risolvere il problema alla radice, senza ricorrere a strumenti che rischiano di scappare di mano e che, in circostanze come queste, sono quanto meno di dubbia legittimità.


Chi rompe non paga

Il sindaco, oltre ad aver sbagliato mezzo, ha confuso anche le persone a cui indirizzare il provvedimento. Secondo quale principio dovrebbe essere colpito un esercente, punito per il comportamento tenuto da consumatori sui quali non ha controllo?

Dal punto di vista economico, inoltre, è altrettanto discutibile creare due distinti sistemi normativi, a seconda che un esercizio commerciale si trovi all’interno o all’esterno dell’area interessata dall’ordinanza. Tanto più se il divieto non si applica a nuove attività, ma a negozi che hanno aperto basandosi, giustamente, sulla normativa esistente prima dell’ordinanza. Si lede il principio di eguaglianza, all’art.3 della Costituzione. Tornando poi all’articolo 54 del Tuel, bisogna chiedersi: secondo il legislatore, è illegale vendere birra dopo le 21? La risposta è semplice: no.

Volendo entrare poi nel merito dell’efficacia dell’ordinanza, ci sarebbe altro da obiettare. Tra le motivazioni c’è la lotta ai trafficanti di stupefacenti, che non possono che ringraziare se l’amministrazione, disincentivando l’aggregazione di persone fuori dai locali, libera le strade da occhi indiscreti. Se invece il problema fosse proprio la gente per strada, riferendoci a ciò che il legislatore condanna, dovremmo anche qui dire che no, radunarsi fuori da un locale non è illegale.

L’ordinanza di cui abbiamo parlato è scaduta a fine gennaio, ma è opportuno riflettere su quanto accaduto anche in vista di eventuali provvedimenti simili nel futuro. Resta da vedere cosa accadrà con l’arrivo della primavera e il ritorno dei giovani fra le vie e le piazze del quartiere di Santa Maria Maggiore.


Federico Matranga,
Fabio Parola

foto di apertura di Leonardo Bertoldi

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

More Posts - Website

Comment List

  • Monica Malfatti 08 / 06 / 2016

    Non sono molto d’accordo con la vostra posizione in merito a quest’ordinanza, e, in termini pacati, vorrei aprire un confronto.
    Presa per assodata la definizione giuridico-istituzionale del termine ordinanza (e la sua legittimità soltanto in determinate condizioni non governabili “normalmente”), mi sono chiesta: siete davvero sicuri che, come avete scritto nell’articolo, il degrado urbano sia “normalità della vita di un quartiere”? La terminologia stessa che avete usato nel descrivere la situazione come “problema di ordine pubblico” lascia palesemente intendere il contrario: un problema, in generale, va risolto perchè ci si trova di fronte ad una difficoltà che richiede una risposta particolare e di cui si impone il superamento mediante mezzi straordinari, che in situazioni normali non si utilizzerebbero. In questo senso, l’ordinanza è uno strumento più che opportuno per ovviare a tale difficoltà.
    Ma discuterne sulla base di presupposti terminologici è a mio avviso inconcludente: oltre al rischio di incappare in questioni di lana caprina, c’è anche quello di lasciare da parte la realtà concreta per analizzare parole di per sé vuote, se rimangono inapplicate al contesto.
    Il contesto in questo caso è Trento, città tranquilla, universitaria sì, ma da pochi anni, e in numeri complessivamente molto ridotti. A rigor di logica, assecondare le richieste di una parte della cittadinanza è più che legittimo se quella è la parte lesa. Non stiamo parlando di studenti chiassosi e di band che suonano, ma di alcolici consumati in luoghi pubblici: non nei locali, ma nelle piazze e per le strade. Comunque la vogliate vedere, deiezioni, vetri rotti e sporcizia davanti al portone di casa sono il risultato (anche) di questo consumo. E per quanto l’ordinanza non controlli di per sé la criminalità e non garantisca immediatamente condizioni di vivibilità migliori, è a mio avviso un piccolo passo avanti, in seno ad una società che (sulla scia di un lassismo spesso esasperato) di passi avanti ne fa ben pochi.

  • Fabio Parola 21 / 06 / 2016

    La sua è una posizione comprensibile, ma continuo a sostenere l’inutilità della soluzione pensata dal sindaco e il suo colpire in modo indiscriminato colpevoli e innocenti.
    Le ordinanze non possono avere validità semestrale, altrimenti è chiaro che non ci si trova di fronte a una situazione eccezionale ma a problemi con cause più profonde. Cause che un’ordinanza punitiva per gli esercenti e la stragrande maggioranza degli studenti non tocca e anzi, come sosteniamo nell’articolo, incentiva, lasciando le vie della città libere ai traffici notturni più loschi.
    Come lei giustamente sostiene, la sporcizia per le strade è anche causata dagli studenti. Credo però che Trento sia a un bivio: tra essere una città-vetrina asettica e vuota o, come auspico, la possibilità di diventare una città vitale, culturalmente stimolante e attrattiva per i giovani. Con anche qualche lattina vuota fuori dai cestini.

  • Monica Malfatti 26 / 06 / 2016

    Trovo oltremodo ingenuo pensare che strade più frequentate, specie di notte, siano sinonimo di un maggiore controllo sui traffici più loschi. Anzi. Credo che, quando persone di ogni tipo, età ed estrazione sociale (non ho mai parlato nello specifico di studenti, perché l’ordinanza non è rivolta a noi soltanto) si “riuniscono” in goliardici bagordi, traffici di questo tipo siano piuttosto frequenti. Esco anch’io la sera, e certe cose le vivo e le vedo: mentre si è in giro con gli amici, l’ultima cosa a cui si pensa è controllare che il tizio in fondo alla strada stia spacciando o meno.
    Ripeto, la sporcizia non è causata da noi studenti, o meglio non solo. Ma se per garantire un po’ di sicurezza e di pulizia in zone della città fin’ora abbandonate ad ogni sorta di degrado è necessario un provvedimento che tocchi (purtroppo) anche chi non ne è direttamente responsabile, dobbiamo in qualche modo, e con un minimo di buon senso, farcene una ragione.
    Prima di sostenere l’inutilità di una soluzione occorre avere già in mente un’alternativa, e lasciare le cose come stanno francamente non lo è. Inoltre, mi sembra davvero ridicolo che una città possa essere giudicata vitale e culturalmente stimolante a partire solamente dalla sua vita notturna, considerando anche che, come ho già detto nel mio precedente commento, l’ordinanza vieta il consumo di alcolici d’asporto, fuori dal perimetro dei locali e lungo le strade della città, per percorrere le quali non è affatto necessario avere in mano qualche lattina.

Comments are closed.