E ora? I giovani europei dopo la Brexit

Oggi non c’è nulla da festeggiare, lo champagne dobbiamo lasciarlo a Nigel Farage & co. L’Europa si presentava ieri all’appuntamento con la storia con un gioco al ribasso: né il Remain, con l’accordo Cameron-Tusk, avrebbe certo rinvigorito l’integrazione europea, né tanto il Leave spingerà direttamente i 27 ad avvicinarsi in un’“unione un po’ più stretta”.

L’immagine dell’Europa destinata ad essere sempre più unita, lì, alla metà del guado dalla quale non si può tornare sulla sponda di partenza, non esiste più. Prima di oggi la procedura di uscita dall’Europa era una remota possibilità inserita vagamente nei trattati per accontentare qualcuno, da oggi è realtà.

Con quali conseguenze? Quelle finanziarie del breve periodo le stiamo vedendo già, ed erano state ampiamente previste, tutto il resto è incognita.

Gran parte dipenderà dalle trattative che saranno condotte tra Gran Bretagna e Unione Europea: cosa farà Bruxelles? Davvero lascerà la Gran Bretagna totalmente fuori dalla porta anche del mercato unico, oppure si arriverà a un qualche accordo in stile norvegese, magari in cambio di diritti per i milioni di lavoratori europei nel Regno Unito?

Se così sarà si annunciano tempi ancor più duri per gli europeisti che avranno davanti a loro la tutt’altro che facile situazione di un euroscetticismo che mostrerà come “c’è vita oltre l’Europa”.

Se invece la volontà del popolo britannico dovesse essere rispettata, allora bisogna considerare che nel bilanciamento tra IN e OUT gli inglesi hanno consapevolmente scelto i vantaggi e gli svantaggi della Brexit, e che ciò porti alle sue naturali e gravi (per il Regno Unito) conseguenze, senza bisogno di alcuna “azione punitiva” da parte delle istituzioni europee. In quel caso gli scenari che si aprono sono tanti, a cominciare dalla fine dell’Unione, per una volta non quella europea ma quella britannica.

Spinte scozzesi e nordirlandesi potranno portare in Europa il vento del regionalismo? La Catalogna troverà nuova linfa vitale per la sua battaglia? Si parlerà di Europa delle regioni? Non lo sapremo così presto.

Nel frattempo c’è chi dalla Brexit ne esce di gran lunga avvantaggiato, e questo qualcuno ha un nome e un cognome: Angela Merkel. La Germania, già egemone nei rapporti di forza interni all’Unione si libera di un contrappeso, e allarga la sua influenza all’interno non solo del Consiglio europeo ma anche nel Parlamento Europeo, dove la Germania ha già oggi 96 membri, contro i 74 di Francia e i 73 di Italia e Regno Unito, appunto (quest’ultimo da solo costituisce quasi il 10% del Parlamento Europeo). È evidente come l’assenza di un grande attore dal tavolo delle trattive, favorisce la posizione di chi resta.

Questo potrebbe essere un bene, potrebbe essere un ostacolo in meno nel proseguimento del percorso di integrazione, superando i vari veti e opt out a cui la Gran Bretagna aveva già diritto. Ma attenzione a non usarla come una scusa. Già fino a oggi era possibile proseguire con l’integrazione, basti pensare al cerchio più stretto dei 19 paesi targati €uro, in cui il Regno Unito era già assente.

Il problema è anche un altro. La Germania rappresenta sì, europeismo, ma rappresenta anche un preciso indirizzo nella guida dell’Europa, un indirizzo in campo economico e sociale, che, prima ancora di discutere se sia giusto o sbagliato, ha oggettivamente creato enormi sacche di malcontento e criticità, non solo tra i paesi euroscettici come Ungheria, Finlandia e Polonia, ma anche in molti, verrebbe da dire praticamente tutti, paesi non certo euroscettici, dalla Spagna alla Grecia, dalla Francia alla nostra stessa Italia.

Non nascondiamoci: il voto britannico, così come era già stato il voto europeo del 2014 e tutti i voti nazionali avvenuti da allora in poi, hanno segnato una netta condanna dell’Europa così com’è ora, percepita come lontana, burocratica, antagonista. Nel 2014 la classe dirigente europea si è girata dall’altra parte, dando solo una timida, insufficiente, risposta. Cambieranno idea questa volta? Le prime reazioni lasciano una porta aperta.

In tutta questa analisi bisogna anche parlare di chi senza dubbio oggi ha perso. Molti federalisti/unionisti continentali accolgono con favore (o almeno non con sfavore) la Brexit, perché “così si potrà continuare ad integrarsi”. Posto quello già chiarito sopra, tutto il fronte europeista stamattina deve guardarsi allo specchio e ammettere la propria sconfitta: certo, questa campagna referendaria ha permesso a molte istanze “unioniste” di emergere, tante energie si sono espresse, tante nuove idee sono state trovate, ma nonostante ciò, non è bastato.

Gli europeisti devono seriamente ripensare lo stile, la comunicazione, il loro stesso messaggio.

E noi, giovani europei, ieri abbiamo ricevuto un mandato fondamentale: i nostri coetanei inglesi hanno votato per il 75%, una maggioranza schiacciante, per rimanere nell’Unione Europea, e la loro spinta è stata neutralizzata e lasciata senza alcun effetto. Dobbiamo noi, giovani europei, farci carico di un messaggio costante, duraturo, a partire dalle nostre aule, per mostrare agli occhi dei nostri coetanei, dei nostri concittadini quello che abbiamo ereditato da Spinelli, Schuman, Zamenhof, e i federalisti, per la propria storia, devono farlo per primi, insieme a tutti. Discutiamo, soprattutto proponiamo.

Con la stagione dei referendum, l’Europa non si salva più in una stanza di Bruxelles, l’Europa la si salva nelle nostre città, e per questo il compito spetta a noi. Proviamo a far sì che l’Europa di domani parli con la lingua di quei giovani. (A proposito, l’utilizzo istituzionale dell’inglese, tra il francese e il tedesco, si basava sugli interessi britannici, economici e non: l’Europa continuerà a parlare inglese?)

Il prossimo appuntamento è tra poche ore: domenica 26 giugno la Spagna è chiamata a scegliere il proprio governo.

Se le istituzioni europee e tutto il fronte europeista riusciranno a cambiare la propria immagine, a chiarire il proprio messaggio, allora lo champagne (francese) di Farage di oggi, domani sarà un whiskey (scozzese) dal sapore amaro.

Walter A. Bruno Carinelli

II anno di Giurisprudenza, vice presidente JEF Trento, presidente UniEK Trento, commissario alle relazioni esterne dell’Organizzazione Mondiale della Gioventù Esperantista, delegato all’European Youth Forum e già al Congresso del Consiglio d’Europa, Possibile Trento

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