Il nonno inglese non dà la mancia

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Nelle ore di sospensione che stiamo vivendo dopo la Brexit ho letto, online e sui giornali, una marea di opinioni che, con più o meno verve retorica, lasciano passare un messaggio di fondo: i vecchi e gli ignoranti hanno fregato i giovani istruiti e europeisti. È vero: le statistiche dicono che la stragrande maggioranza dei giovani con meno di 25 anni ha votato per il “remain”, mentre gli over 45, con percentuali crescenti al crescere delle classi di età, hanno spostato alla fine l’ago della bilancia verso l’uscita dalla Ue. Sui dati non si discute. Nell’accusa ai vecchi e ai poco scolarizzati di avere “rubato il futuro” alle giovani generazioni si nasconde però, a mio avviso, un fraintendimento bello grosso di cosa significhi democrazia.

Bollare chi ha votato “leave” come ignorante, miope, populista, sminuirne il voto ritenendolo, in fondo, inconsapevole è la strada più veloce per ingrossare i ranghi euroscettici. Lo snobismo che tante volte ha rovinato le campagne elettorali della sinistra e che si è manifestato da più parti anche nella discussione attuale andrebbe finalmente abbandonato, per considerare con serietà le necessità di chi esprime un voto di protesta verso lo status quo. È vero, chi ha votato per l’uscita del Regno Unito era mediamente meno istruito, meno abbiente, meno giovane. Significa forse che il suo voto debba valere meno degli altri? Avrebbe dovuto abdicare alla propria opinione? Le regole della democrazia, se davvero ci piace la democrazia, non possono valere solo quando vinciamo noi.

Veniamo al punto: ha senso accusare gli anziani di avere “distrutto il futuro” che sarà dei giovani di oggi? Fino a un certo punto: ognuno, esprimendo il proprio voto, punta a rafforzare la posizione politica che meglio tutela i propri interessi. Decidere di supportare un “patto generazionale” è una delle tante scelte disponibili, non un atto dovuto. Evidentemente la “middle class” con bassa istruzione, erosa dallo sviluppo tecnologico e dalla globalizzazione del mercati del lavoro, ha ritenuto giusto l’isolazionismo. Possiamo vederla come una decisione poco lungimirante, e con buona probabilità è vero, ma certo non una mossa scorretta. Il futuro è dei giovani: il futuro, appunto. Il presente è degli elettori di oggi, il cui diritto di difendere i propri interessi non può essere contestato.

In fondo, però, c’è anche un lato positivo. Il referendum ha scoperto le carte, rivelando un sentimento e una cultura europeista ben radicata nei giovani. Al di là dei difetti di una Unione europea incompiuta e piena di storture, sono in molti a credere che il futuro debba essere sovranazionale. La storia non è finita il 23 giugno 2016. Diamo tempo al ricambio generazionale e sono convinto che, quando l’elettorato britannico sarà pronto, tornerà a tendere la mano al resto del continente.

Fabio Parola

Nato a Brescia nell'aprile del 1994, dopo una triennale in sociologia a Trento ora studente alla Scuola di studi internazionali. Scrivo per il Corriere del Trentino-Corriere della Sera e per la webzine Neun.it

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