The Getaway: il nuovo disco dei Red Hot Chili Peppers

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Ottobre quest’anno significherà per molti andare ai concerti dei Red Hot Chili Peppers. Chi è riuscito a far fronte alla competitività dei fan, ai prezzi offensivamente alti già in partenza e in seguito gonfiati dall’odiato secondary ticketing, potrà sentire dal vivo alcune nuove canzoni partorite da questo gruppo di (quasi tutti) ultracinquantenni.
Come li troviamo in questo nuovo album?
The Getaway è un disco che non brilla per alcun tratto caratteristico della band. Le melodie di Kiedis sono fin troppo simili a ciò che già conosciamo, le capacità ritmiche di Chad Smith sono relegate al ruolo di una drum machine, il basso di Flea spesso sa solo ripescare nel passato. Fateci caso, lo slap di Dark Necessities è di poco diverso da quello della famosa Can’t Stop.
Se poi ciò che ci si aspetta è il pezzone da classifiche, temo che la capacità di scriverne sia uscita dal gruppo assieme a John Frusciante.
È quindi questo l’album del tramonto per tre fiacchi uomini di mezz’età?
No, non lo è. L’undicesima prova in studio è una sorpresa del tutto inattesa.
Il primo vero merito di The Getaway è quello di richiamare un concetto ormai superato di album, ovvero quello di un corpo musicale unico ed omogeneo sia per sonorità che per tematiche. Questo ai Peppers non riusciva forse dal lontano ’91 di Blood Sugar Sex Magik.
Un secondo merito è di non contenere i cosiddetti filler, ovvero pezzi riempitivi nettamente inferiori ai due o tre singoli trainanti. Scrivere ben tredici canzoni, ognuna con la sua ragione d’esistere, è certamente un ottimo risultato, raramente riscontrabile nel pop rock.
Ce n’è veramente per tutti i gusti, dall’approccio più soft di The Longest Wave e Sick Love con l’ospitata di Sir Elton John, a quello più danzereccio di We Turn Red e Go Robot (in cui si sentono addirittura echi di Moroder!), dal rock deciso di Detroit e della mia amata Goodbye Angels, per arrivare alla trilogia finale di ballate intimiste che trovano il culmine in Dreams of a Samurai, col suo incipit che fa un po’ il verso ai Pink Floyd. Una menzione speciale va a This Ticonderoga, il pezzo sicuramente più bizzarro che i peperoncini abbiano creato negli ultimi vent’anni.
La seconda giovinezza è dovuta ai rinnovamenti che il gruppo ha subito nell’ultima decade. La freschezza del chitarrista Josh Klinghoffer, così giovane da poter essere figlio di ognuno degli altri tre, ha portato una voglia di sperimentare che già si era palesata nella raccolta I’m Beside You, in cui si ritrovano i pezzi ingiustamente esclusi dal precedente disco. Nel nuovo lavoro la sua confidenza come membro della band è ormai consolidata, tanto da risultare lui stesso il motore compositivo dei momenti migliori.
La scelta dei collaboratori è stata anch’essa essenziale. Se per venticinque anni Rick Rubin aveva mantenuto la band fedele a sé stessa, ci pensano Brian Burton e Nigel Godrich a sconvolgere le carte in tavola.
Per chi non ne fosse a conoscenza, il primo è il famoso produttore noto come Danger Mouse, già mente dei Gnarls Barkley, e autore del celebre disco di remix The Grey Album (in cui univa i Beatles a Jay-Z). L’altro è considerato il sesto uomo dei Radiohead, visto che ne è produttore dai tempi di The Bends.
Sono questi i talenti che portano ai Red Hot una nuova visione, in cui non c’è spazio per i momenti di egoismo, ed ogni strumento deve unicamente servire la canzone. Capitano quindi pezzi dal basso appena udibile, ritmi soffusi composti di sola grancassa, chitarre accennate e sommerse da un impasto sonoro in cui i veri protagonisti sono synth e pianoforte.
Una produzione altamente curata che evita abilmente il rischio di annoiare i fan di più vecchia data.
Quello che forse si può dire dei Peppers nel 2016, è che sono riusciti a scrivere il loro disco più artistico.
Verrebbe quasi da definirlo il disco della maturità, ma sarebbe corretto? Probabilmente no, i Red Hot veramente maturi non lo saranno mai. Basta guardare in faccia un uomo come Flea!

One Comments

  • Nicola 30 / 06 / 2016

    Recensione Top: completa di critiche sia positive che negative, riferimenti storici indici di una conoscenza del settore piuttosto ampia e temini potabili, per essere compresa dai più.
    Fossi nei redattori de “L’Universitario” me lo terrei stretto.

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