L’opinione. Il nostro volto indecente

Inizia lo sgombero della giungla di Calais. E inizia la sua narrazione più o meno mediaticizzata: la redazione de “ilPost” ha pubblicato un articolo neutrale eppure utile per capire la vicenda. In particolare, nel finale, l’autore scrive:

La decisione di sgomberare Calais a pochi mesi dalle elezioni politiche è stata giudicata da molti osservatori come strumentale dal punto di vista politico, anche perché è probabile che finché non cambierà qualcosa nelle leggi sull’immigrazione centinaia di persone continueranno ad affollare quel posto e il suo porto, o a rimanere semplicemente nelle vicinanze.

Dunque cosa sta avvenendo a Calais? Il governo francese prova a gestire una situazione che finora, per negligenza o noncuranza, ha lasciato degenerare, curando i sintomi mediatici di un male molto più radicale: la completa mancanza di qualsivoglia volontà (politica) di procedere ad un cammino di accoglienza. Non di integrazione, non di assimilazione, ma di effettiva accoglienza di una realtà diversa dalla nostra ma che è destinata sempre più a convivere con noi. Perché è inutile procedere a sgomberi, a rimpatri, ad una costante ghettizzazione: queste persone esistono così come esiste la loro volontà di perseguire un’esistenza migliore e di fuggire dalla fame, dalla miseria, dalla guerra e dalla morte. Questi due elementi non cambieranno mai: o meglio, cambieranno solo quando il mondo avrà sconfitto una volta e per sempre la guerra e la fame, quando saremo in grado di controllare il clima ed impedire carestie o calamità naturali, quando in ogni luogo del pianeta una persona potrà vivere libera ed in pace con sé stessa e con il proprio vicino. E sappiamo quanto tutto ciò sia una fantasia irrealizzabile.

Quindi, fintanto che esisterà il mondo esisteranno le migrazioni: il fatto che oggi i migranti siano molti di più in molto meno tempo che in ogni altro momento della storia (frase non del tutto veritiera, ma prendiamola per buona) dovrebbe spingerci ad escogitare un modello di convivenza, se solo fossimo esseri umani decenti. Ed invece, come se fosse un bambino annoiato che gioca con il cibo nel proprio piatto, l’Europa sta mostrando ancora una volta il suo volto indecente: quello che succede a Calais, a Ventimiglia ed in ogni altro luogo di confine, segna il presente di questa macchina mostruosa, di questo essere incapace di provare rimorso o di lasciarsi andare alla compassione, razionalizzatore costante di una realtà che necessiterebbe solo di un approccio un po’ più umano. Oggi invece, siamo intenti ad emarginare queste persone, un po’ per placare la nostra coscienza, un po’ (e molto di più) per accontentare le spinte più oscurantiste della nostra società, quelle che non intendono affrontare il sistema, quelle di “aiutiamoli a casa loro” quelle del “ci rubano il lavoro, ci stuprano le donne e ci convertono i figli”. Questo porta ad un’elevato conflitto sociale così come al perseverare di politiche miopi come gli accordi per il rimpatrioatti di dubbia legittimità e di sicura inutilità: se sono scappati una volta lo faranno ancora e ancora, perché, se da questa parte c’è una scommessa molto spesso azzardata dall’altra invece c’è la garanzia di non avere un futuro. E chiunque di noi sceglierebbe di scommettere.

In ogni caso, è vero: un approccio diverso, più umano, non risolverebbe i mille dubbi e le mille contraddizioni che il nostro presente ci riserva. Tuttavia, aiuterebbe a realizzare quello che finora è stato solo un sogno: un’Europa libera e plurale, faro di speranza, punto di ispirazione, miraggio di civiltà. Un sogno che appartiene tanto a chi si imbarca sulle coste africane o turche, sfidando il proprio destino ed il mare, tanto a coloro che percorrono migliaia di chilometri per sfuggire alla precarietà della propria esistenza per inseguirne una migliore, quanto a noi, europei distratti, che proviamo ancora ad ipotizzare, e a sognare, un’Unione migliore. Alla fine, perciò, forse ci converrebbe davvero cambiare mentalità: nel 1967 un esponente del movimento americano per i diritti civili disse che “l’uomo nero è un test per l’intelligenza per l’uomo bianco“. Se l’uomo bianco americano ha clamorosamente fallito, quello europeo non è riuscito a fare di meglio.

Emanuele Pastorino

Studente di Giurisprudenza e membro dell'associazione Ali Aperte. Vivo a Trento, orgogliosamente come immigrato, da un po' di tempo.

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