La BUC ed io: dubbi sparsi sulla nuova biblioteca

Se per la storia della mensa universitaria sembrava che gli studenti fossero sul punto di insorgere (parola evidentemente esagerata, ma non ho trovato alternative valide), se per le tasse e i finanziamenti per le borse di studio sembra che ci sia qualche brontolio da parte dei rappresentanti verso le istituzioni, sulla nuova biblioteca tutto tace. Dopo anni di discussioni, apre finalmente la grande biblioteca di Renzo Piano, quella che doveva far contenti tutti, o quasi.

Sì, quasi perché, oltre alla location non certo centrale (ma sulla quale lamentarsi non è poi così serio: pensate a quante università hanno le sedi in cui si tengono le lezioni per le varie facoltà disseminate ne territorio cittadino), gli orari per ora diffusi da UDU, ma presumibilmente destinati a diventare realtà, dovrebbero far discutere: non tanto quelli della nuova struttura quanto quelli predisposti per il CLA, i quali vedranno una riduzione drastica dell’orario di apertura delle aule studio nella zona del centro (e quindi i posti a sedere, patrimonio a rischio di estinzione da queste parti). Studenti cornuti e pure mazziati direbbe qualcuno. Infatti, come si può immaginare che uno studente che ha due ore libere tra una lezione e l’altra vada a cercare di studiare alle Albere? Non è più verosimile che provi a rimanere in centro? Ma se questa “funzione cuscinetto” è garantita (il Cial sarà aperto dalle 9 alle 19), che senso ha costringere gli studenti ad una migrazione forzata all’ora di cena? I dubbi sono ancora più persistenti se si prova ad immaginare uno studente sotto esame, che voglia dedicarsi veramente alla preparazione di quella prova (e non sono proprio animali rari, questi studenti) e dunque si senta in dovere (o comunque abbia voglia) di stare sui libri per tutto il tempo che gli è possibile racimolare: ha senso costringere questo universitario, questa universitaria, ad utilizzare aule studio decentrate, con pochi collegamenti verso le periferie (ma anche verso il centro), fino a mezzanotte solo per rendere fruttuoso il prurito di un’amministrazione che sembra non saper rappresentare il bene dei propri studenti? Ma, su un piano più pratico, come immaginano che possa risultare una scelta vantaggiosa per noi posizionare il (presunto) fulcro delle nostre ore di studio al di fuori di tutto? La nuova biblioteca sarà infatti relativamente lontana dalle mense, lontana dai trasporti, lontana dalle facoltà del centro e dai collegamenti con la collina, lontana dagli esercenti che hanno saputo adeguare la propria offerta alla presenza di universitari in città, eccetera eccetera eccetera.

Il nuovo polo bibliotecario sembra essere il frutto di una scelta sbagliata su parecchi fronti. Certo, ormai la frittata è fatta e quindi non si può pretendere che si cambi tutto. Sarebbe stupido. E certo, criticare il progetto ancora prima che inizi ad operare (ci vorrà ancora più di un mese: ops) può essere prematuro: il problema, tuttavia, è che dopo sarà difficile farlo. E lo sarà perché sarà un successo. Anche se solo in apparenza, anche se solo perché diverrà la scelta obbligata per tanti di noi: come possono degli studenti sotto-rappresentati e generalmente incapaci di far valere la propria posizione contestare una scelta arbitraria (della Provincia e) dell’Ateneo? Ecco: da quando la biblioteca entrerà in funzione sarà impossibile contestare questi orari, o la mancanza di pianificazione, o l’illogicità di certe scelte, semplicemente perché chi vorrà studiare, chi vorrà tentare di uscire dal proprio percorsi di studi prima della fine del secolo, si adeguerà e tirerà a campare. In silenzio, sempre con meno supporto da parte di tutti.

Se la storia della mensa universitaria non poneva davvero in pericolo il diritto allo studio per gli studenti trentini, le scelte poco lungimiranti dell’amministrazione provinciale circa la concessione di fondi all’Università, prima, e i frutti della politica di Ateneo, dopo, rischiano di comportare un danno effettivo alla tanto decantata “eccellenza trentina”. E molto di più all’effettività del nostro diritto allo studio. Certo, non siamo ai livelli di Padova, di Bologna, di Torino o di Napoli o di uno dei tanti grandi centri universitari italiani in cui le strutture sono dislocate Dio solo sa dove. Certo, le strutture rimangono in una fascia di medio-alto livello e così i servizi, se posti a confronto con il resto del Paese. Tuttavia, la scelta (ormai conclamata) sembra essere quella di adeguare la nostra Università alla media italiana piuttosto che migliorarci, diventando un esempio virtuoso. Sembra che si preferisca limitare la nostra ambizione all’essere solo i migliori dei mediocri piuttosto che diventare un esempio per tutti gli altri. Immagino sia solo una questione di sceltenon c’è possibilità di uscirne fintanto che noi studenti continueremo ad adeguarci, dimenticandoci che siamo (anche) noi ad avere la possibilità di decidere quale sia l’Università che vogliamo. Se necessario, ponendoci in una  posizione di sano dissenso. Anche se il dissenso, di questi tempi, pare più che altro una magra illusione.

Emanuele Pastorino

Studente di Giurisprudenza e membro dell'associazione Ali Aperte. Vivo a Trento, orgogliosamente come immigrato, da un po' di tempo.

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