Un Macbeth senza emozione

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Brama di potere, seduzione dell’anima al male, violazione delle leggi morali e naturali. Macbeth dispone di tutto questo bagaglio di cruente passioni. D’altra parte, ciò che ha reso Shakespeare uno dei più grandi autori di ogni tempo è proprio l’eccelsa capacità di descrivere e scandagliare in profondità le temperie dell’animo umano. Una trasposizione scenica odierna, per non cadere in un piatto esercizio di stile, per fare presa dovrebbe tentare di trasmettere al pubblico la complessità di quelle passioni in modo credibile. Un’operazione che non è riuscita a Franco Branciaroli, regista e attore protagonista del Macbeth prodotto dal CTB Centro Teatrale Bresciano – Teatro degli Incamminati in programma dal 17 al 20 novembre al Teatro Sociale di Trento.

Il colore che domina, naturalmente, è il nero. Interamente nera, rischiarata solo dalle luci di Gigi Saccomandi, è la scenografia di Margherita Palli, una struttura praticabile geometrica composta da pedane, botole e sipari scuri, efficace nella sua essenzialità. In questo contesto tenebroso le Sorelle Fatali porgono ambigue profezie a Macbeth e Banquo, facendo crescere nel primo – dietro istigazione dell’ambiziosa consorte – l’ambizione al trono fino al regicidio di Duncan. Nei panni regali però Macbeth è a disagio, perde la ragione e il sonno, è protagonista di una vittoria effimera, dato che il suo trono passerà al figlio di un altro.

Non si può dire che l’interpretazione del testo svolta da Branciaroli non abbia delle intuizioni convincenti. Se le scene delle streghe e i soliloqui di Lady Macbeth sono i momenti più efficaci è grazie alla scelta di recuperare la lingua originale, un inglese arcaico che vuole essere un codice rituale, esoterico, del sovrannaturale. In questo idioma altro e barbarico, le Sorelle Fatali pronunciano le loro formule magiche, mentre Lady Macbeth perverte (interessante lettura, segno di uno scavo attento nella parola shakespeariana) la propria natura femminile assumendo caratteristiche maschili, da cui poi si laverà cadendo in quella disperata follia che la condurrà ad una morte misteriosa.

Se il lavoro di concetto può essere salvabile, altrettanto non si può dire della resa scenica. La scenografia è svilita dalla pessima scelta di indicare i cambi di ambientazione con fredde scritte proiettate sul fondale, al pari, ad un certo punto, di un’immagine rimandante alla rivoluzione industriale (a significare forse il progresso inglese contro l’arretratezza scozzese? mistero) totalmente fuori contesto. La mancanza di accompagnamento musicale, poi, è quantomeno discutibile, specie in presenza di una recitazione artefatta e non credibile, che non fa rimanere lo spettatore aggrappato alla vicenda. Passa la prova a pieni voti solo l’ottima Valentina Violo, interprete di Lady Macbeth (sicuramente il personaggio più forte della messa in scena), l’unica in grado di comunicare verità e di accalappiare dall’inizio alla fine. Non convince invece Franco Branciaroli nei panni di un Macbeth debole e goffo, tormentato e insicuro, di cui è limata ogni traccia di valore militare. Una veste che non rende pienamente giustizia al personaggio, che acquista fascino solo nei pochi momenti in cui l’attore milanese gli presta un tono di voce profondo e intenso. Macbeth si rivolge, nei primi soliloqui, ad una sagoma nera incappucciata, simbolo della sua coscienza: una figura interessante che avrebbe meritato uno sviluppo maggiore, e che invece di punto in bianco scompare. Quanto agli altri personaggi, non dispiace Banquo (Alfonso Veneroso), mentre suona finto ed esagerato Macduff (Tommaso Cardarelli), a causa di una recitazione eccessivamente veemente, inutilmente enfatica e a tratti fastidiosa. Insufficienti infine le parti secondarie.

Complessivamente, un Macbeth sottotono, privato di parte della sua complessità e soprattutto recitato senza emozione. Un peccato capitale buttare così malamente la sapiente traduzione di Agostino Lombardo, ma prima ancora l’abissale armamentario delle passioni di Shakespeare.