The Pride: il privilegio di una voce

Due storie distanti e tuttavia strettamente connesse. Inizialmente due vicende che poco sembrano avere a che fare l’una con l’altra, ma che ben presto diventano voci complementari di un’unica narrazione sull’identità, l’amore, il coraggio.

In The Pride, dell’autore Alexi Kaye Campbell, due difficili storie omosessuali raccontano la vita di due Londra differenti: una del 1958 e l’altra del 2008. I protagonisti delle due vicende, interpretati dai medesimi attori, hanno gli stessi nomi: Philip (Luca Zingaretti), Oliver (Maurizio Lombardo) e Sylvia (Valeria Milillo). Affiancati da un poliedrico Alex Cendron nei numerosi ruoli “minori”, gli attori in scena danno vita a dei caratteri complessi e palpitanti con una maestria impressionante che inchioda lo spettatore all’ascolto sempre attento, divertito ed emozionato dei dialoghi tra i personaggi.

Merito di un testo sorprendentemente bello e toccante, dell’ottima traduzione ad opera di Monica Capuani e dell’evidente capacità dell’intero cast sotto la direzione di Zingaretti, The Pride è sicuramente uno spettacolo per i nostri tempi che non fatica a comunicare con il pubblico in maniera schietta sfruttando il potenziale linguistico di un registro che varia elasticamente dal grave al triviale con estrema efficacia.

L’alternarsi del periodo storico provoca uno scarto tra i caratteri sociali e le relazioni umane di ciascun tempo. In questo spazio è possibile comprendere e assaporare il valore della dignità umana, l’esigenza di un’identità, e come questo “privilegio di una voce” sia quanto di più prezioso appartenga ad un individuo.

Sociali ed intime, le riflessioni dell’opera si sviluppano in entrambi i sensi. In un continuo movimento tra l’interno e l’esterno, tra la sensibilità individuale e lo stigma sociale, si scopre l’umiliazione che l’ambiente sa infliggere a ciascuno e la sua pervasività.

In un’altalena che esplora il legame tra perversione e sentimento, sesso ed amore, accettazione e repressione, The Pride è una celebrazione delicata del coraggio e della dignità. Zingaretti ne coglie il cuore e ne cura la messa in scena con precisione e maestria sapendo comporre delle scene sempre montanti, ironiche, spassose o toccanti quando dovuto e senza che lo spettacolo subisca il peso della “parola” di cui è fatto.

Andrea Bonfanti

Collaboratore de l'Universitario

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