Il mondo dei Baustelle tra brani nuovi e vecchi

 

Tutti in piedi per i Baustelle. La band di Montepulciano, che da oltre 15 anni sperimenta un pop ricercato e di alto livello formale, ha guadagnato la standing ovation di un Auditorium Santa Chiara gremito in ogni ordine di posto. La tappa trentina del 5 marzo era la terza del tour primaverile nei teatri per promuovere l’ultimo LP L’amore e la violenza, pubblicato lo scorso 13 gennaio.

Il gruppo composto dal frontman Francesco Bianconi (voce, chitarre, tastiere), Rachele Bastreghi (voce, tastiere, percussioni) e Claudio Brasini (chitarre), e sostenuta nei live da Ettore Bianconi (elettronica e tastiere), Sebastiano De Gennaro (percussioni), Alessandro Maiorino (basso), Diego Palazzo (tastiere e chitarre) e Andrea Faccioli (chitarre), ha proposto 24 canzoni (22 più 2 strumentali), equamente ripartite tra brani nuovi e vecchi.

Alle canzoni dell’ultimo album – eseguite in quella rigorosa sequenza – è dedicata la prima parte della scaletta. L’intro Love conduce in breve a Il Vangelo di Giovanni, nella quale il songwriting per flash e il concetto forte («io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera») rimandano chiaramente a Battiato. Dopo le sonorità elettroniche del singolo di lancio Amanda Lear, ecco l’emozionante Betty, tipica eroina baustelliana, adolescente e maledetta. Il synth-pop torna a regnare con Eurofestival (altra canzone figlia dell’ascolto de La voce del padrone) e La musica sinfonica, dove – con l’intervallo di Basso e batteria – è Rachele Bastreghi a prendersi la scena. Si ha l’impressione che l’acustica penalizzi questa prima tranche di canzoni: il volume della musica sovrasta le parole, specie quando le voci di Bianconi e Bastreghi si intrecciano. Un vero peccato, perché, quando vengono prese le misure al problema, la resa migliora esponenzialmente: è il caso di Lepidoptera, La vita e soprattutto della trascinante L’Era dell’Acquario (introdotta da Continental stomp), altro pezzo molto battiatiano. Chiude la prima parte del concerto Ragazzina (“Mai avrei pensato di scrivere una canzone di Natale o per dei figli. Invece l’ho fatto” ha detto Bianconi), delicata ballata che non può non far pensare a De Gregori.

L’amore e la violenza è un album pop di indubbia qualità, ricco di citazioni sia colte sia mainstream, che raggiunge i suoi picchi con il terzetto Il Vangelo di Giovanni – Betty – L’Era dell’Acquario. Eppure c’è il sentore che sia mancato qualcosa. Evidentemente, per gli artisti come per il pubblico, il disco è ancora in fase di rodaggio: la partecipazione emotiva alle canzoni fa ancora un po’ difetto, e a questo si aggiungano le noie acustiche e tecniche che hanno condizionato la performance.

La pausa tra la prima e la seconda parte del concerto segna una forte cesura: ultimati i brani nuovi, spazio a quelli storici. Un repertorio naturalmente più di pubblico dominio e di conseguenza più partecipato, più cantato. Il trait d’union con la prima parte è nelle sonorità: più di un brano del secondo blocco è rivisitato per renderlo affine alla concezione de  L’amore e la violenza. Una scelta che riduce alla sola, magnifica Monumentale la presenza di un album orchestrale come Fantasma, in favore di un pronunciato ripescaggio di brani delle origini. Non è un caso che il disco più frequentato sia l’esordio Sussidiario illustrato della giovinezza, pietra d’angolo della musica indipendente dei primi anni Duemila, sempre attuale grazie a La canzone del parco, La canzone del riformatorio e soprattutto Gomma. La moda del lento è rappresentato dal brano eponimo, mentre Amen e La malavita portano in dote due brani a testa: la hit Charlie fa surf e L’aeroplano – ambedue in una veste più spoglia di suoni rispetto all’originale – nel primo caso, le applauditissime Un romantico a Milano e La guerra è finita (forti di passaggi geniali come «L’erba ti fa male se la fumi senza stile» o «malgrado Belgrado») nel secondo. C’è posto anche per Bruci la città, portata al successo da Irene Grandi ma scritta da Bianconi. Nei bis, una cover non meglio identificata e poi il gran finale con Le rane, unico estratto da I mistici dell’Occidente.

Un concerto di senz’altro elevata qualità (al netto dei problemi tecnici di cui si è detto), che attraverso una scaletta equilibrata tra pezzi nuovi e vecchi (anche se la divisione in due tronconi può risultare un po’ manichea) descrive mirabilmente il mondo visto dai Baustelle. Le due principali obiezioni esulano dal discorso artistico. La prima è circa lo spazio performativo: le quattro mura di un teatro o di un auditorium, rispetto ad una location all’aperto, sembrano tarpare un poco la dirompenza di una setlist fortemente votata all’elettronica. La seconda riguarda il modo di porsi: il rapporto che Bianconi tiene con il pubblico è di distacco quasi aristocratico, nel quale snobismo e timidezza si confondono. Non la si prenda però come una nota di demerito: dopotutto è questo atteggiamento “maledetto” che rende affascinante lui, la sua poetica e la musica sua e dei Baustelle.

 

SETLIST

 

Love

Il Vangelo di Giovanni

Amanda Lear

Betty

Eurofestival

Basso e batteria

La musica sinfonica

Lepidoptera

La vita

Continental Stomp

L’Era dell’Acquario

Ragazzina

Charlie fa surf

Un romantico a Milano

Monumentale

Gomma

Bruci la città

La canzone del parco

L’aeroplano

La moda del lento

La canzone del riformatorio

La guerra è finita

cover

Le rane