Renzi e Wishful Thinking

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La mattina del 5 dicembre, leggendo commenti e opinioni sul risultato del referendum, discutevo con il mio coinquilino di cosa sarebbe successo nei prossimi mesi. «Non mettere nemmeno via la tessera elettorale – gli ho detto – perchè prima di giugno vedrai che dovremo usarla di nuovo». E invece no. “Mi credevo”, io, che in Italia la razionalità politica fosse seguisse il buon senso, ma dimenticavo che una democrazia che per 70 anni ha seguito dinamiche tutte sue (nel bene e nel male) non poteva cambiare in 3 anni di governo toscano. Gli psicologi lo chiamano wishful thinking: guardare soltanto a ciò che vorremmo accadesse e sottostimare i segnali che ci avvisano del contrario.

Non che il mio wishful thinking si incarnasse in Matteo Renzi, ecco. È vero però che durante il suo governo il dibattito pubblico italiano, per la prima volta da che mi ricordo, si è concentrato su ciò di cui il dibattito pubblico di qualsiasi Paese normale dovrebbe parlare: il valore o disvalore di riforme, progetti istituzionali, disegni europei. Dal 2013 a oggi ci sono state, per citarne alcune, una riforma del mercato del lavoro, una della scuola, una legge sulle unioni omosessuali, una riforma della pubblica amministrazione, una (tentata) sulla concorrenza e una (tentatissima) del senato. Progetti che possono piacere o no, che possono coincidere o meno con l’idea che abbiamo di governo progressista nel 2017, non è questo il punto. Il punto è che, dal 2013 fino al mattino del 5 dicembre, in Italia c’è stato un governo con una maggioranza tutto sommato solida che voleva realizzare un progetto di riforma del Paese. Il fatto che quella fosse una situazione eccezionale (per dirla con la retorica del “no” al referendum: “mettiamo fine all’anomalia democratica di Renzi”) la dice lunga su quanto sia anormale la normalità della politica italiana.

Pensavo che la tessera elettorale mi sarebbe servita nel giro di poco tempo. Credevo fosse nell’interesse di tutti spingere per votare il prima possibile: Renzi per capitalizzare i milioni di “sì” del referendum, Salvini per approfittare della latitanza di Berlusconi, i 5 Stelle per battere il ferro finché era caldo. Gli unici interessati allo stallo erano Forza Italia (in attesa della sentenza della CEDU sulla candidabilità di Silvio) e la minoranza PD. Non proprio due pesi massimi del panorama politico attuale. Ma non mi ero accorto che il 4 dicembre non era soltanto finito il governo Renzi; era finita anche la parabola, iniziata da Bettino Craxi, continuata a tratti con Silvio Berlusconi e portata al massimo livello da Matteo Renzi, in cui il governo italiano era guidato da un Presidente con un Programma, invece che da una coalizione con una serie di Interessi da difendere. I tre nomi citati non godono di grande fama, è vero, ma piaccia o meno hanno cercato di indirizzare gli equilibri istituzionali del nostro Paese verso l’assetto che caratterizza tutte o quasi tutte le democrazie mature: un governo presidenziale e personalizzato, con un disegno politico da realizzare, supportato da una maggioranza solida che gli garantisce fiducia per tutta la legislatura. Funziona così in Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone.

Fortunatamente, però, il voto di dicembre ha allontanato lo spettro dell’autoritarismo dal Belpaese. Finalmente siamo tornati a concentrarci sulle questioni che davvero meritano l’attenzione dell’opinione pubblica: Grillo quest’anno ha dichiarato meno dell’anno scorso, perché lui dalla politica non vuole guadagnare; riusciranno Enrico Rossi e i suoi Democratici e Progressisti a sfondare la soglia del 4%?; la (eventuale) responsabilità penale di Tiziano Renzi potrà essere trasferita come responsabilità politica addosso al figlio? Cosa faranno adesso D’Alema e Emiliano? È triste ma è vero: dalla mattina del 5 dicembre, in Italia, abbiamo smesso di discutere di politica e abbiamo parlato soltanto di politici. Che è esattamente quello che in Italia siamo abituati a fare, dando del caudillo a chi provava a proporre una visione più decisionista. Io intanto la tessera elettorale l’ho rimessa via. E le indiscrezioni per cui il governo Gentiloni, insipido e insensato, potrebbe restare in carica fino al 2018 confermano la squallida morale della vicenda: in Italia, finalmente, è tornata la normalità.

Fabio Parola

Nato a Brescia nell'aprile del 1994, dopo una triennale in sociologia a Trento ora studente alla Scuola di studi internazionali. Scrivo per il Corriere del Trentino-Corriere della Sera e per la webzine Neun.it

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