Donne, mondo musulmano, vittorie e sconfitte

Un’opinione di Chiara Caliari, dell’Orientale di Napoli.

In questi ultimi anni si sprecano, a fronte della sempre più sentita vicinanza alla realtà islamica, i dibattiti riguardanti la condizione femminile nel mondo arabo, soprattutto in rapporto alla religione musulmana.
Non si può negare che l’Islam, come le diverse religioni monoteiste dell’area mediterranea, sia una religione fondata all’interno di una cultura patriarcale: questo è un dato storico e sociale, che non ha a che fare con i testi religiosi, dal quale però non si può prescindere quando si parla di cultura musulmana. Del resto la stessa comunità religiosa cattolica (comune alla “nostra” cultura) presuppone una disuguaglianza di fondo tra uomini e donne in termini di diritti, che ancora stiamo cercando di smaltire.
È importante mettere in luce, tuttavia, i tentativi di modernizzazione dell’idea della donna nell’Islam, che sono avvenute sia nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (area Mena), sia in Occidente da parte di alcune importanti musulmane.

 

La nascita degli Stati-Nazione dell’area Mena è avvenuta con una discreta apertura nei confronti delle donne: sono stati riconosciuti alcuni diritti relativi al lavoro, all’istruzione e alla possibilità di partecipare alla vita politica; sono state rimodernate numerose leggi in materia di divorzio, matrimonio, diritto all’eredità. Tutto questo però non è bastato.
Un nuovo fenomeno si è palesato a partire dalla fine del secolo scorso nei vari Paesi del Nord Africa (Tunisia, Egitto, Marocco): diversi gruppi di attiviste, femministe laiche e femministe musulmane, movimenti partiti da principi molto diversi tra loro, hanno cominciato a rivendicare l’importanza dell’emancipazione femminile, a partire da una rilettura moderna e contestualizzata dei testi sacri (Corano e Sunna del Profeta). Questi ultimi infatti sono le fonti principali del diritto sharaitico, sul quale si basano i codici del diritto di famiglia di alcuni Paesi dell’area Mena.
È il fenomeno chiamato “Femminismo di Stato”: questo ha permesso negoziazioni tra movimenti femminili e Stati, per un riconoscimento sempre maggiore dei diritti alle donne, e l’incorporazione di molte esponenti all’interno di istituzioni pubbliche. Esso ha avuto come principali esponenti l’egiziana Huda Al-Sha’rawi, l’afroamericana Amina Wadud e le marocchine Asma Lamrabet, Fatima Mernissi e Rahma Bourquia.

Un’altra importante forma di attivismo, seppur slegata da aspetti ideologici femministi, si sta manifestando attraverso l’azione di piccole cooperative e comitati di Tunisia e Marocco (ad esempio le cooperative Tifawin, Spinosa e l’organizzazione UAF, ossia Union de l’Action Feminine) che sono nati per aiutare donne delle zone rurali a migliorare la propria situazione, lavorando e studiando, al fine di crearsi una propria autonomia all’interno della comunità e della famiglia, a cui troppo spesso si sentono legate.
Molte donne che vivono in questi Paesi, quindi, sono sempre più protagoniste attive della vita politica e sociale anche se, come ben sappiamo, non sempre i progetti di riforma riescono ad influenzare una cultura permeata dal patriarcato e da relazioni di genere da secoli influenzate da una visione prettamente maschile.

Per questo motivo, ancora oggi, molti codici di famiglia subiscono la presenza e l’influenza del diritto sharaitico, che non permette un totale assorbimento dell’elemento e del pensiero laico all’interno della legge.

Tutto questo è anche dovuto al fatto che, sebbene l’importante Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), adottata dalle Nazioni Unite, sia entrata in vigore nel 1981, essa può essere facilmente aggirata. Infatti non esiste uno strumento di intervento che possa sanzionare i Paesi che non ne garantiscono l’attuazione. E, per questa carenza, questa è stata la posizione di molti Stati islamici che, rifacendosi al “relativismo culturale”, si sono ritenuti legittimati a porre limitazioni ai diritti delle donne espressi dal documento.

Non sono ancora esauriti, nel mondo musulmano, i tentativi di frenare la volontà delle donne di ritenersi titolari di diritti tanto quanto gli uomini. Non mancano, però, donne disposte a lottare per vedere questo sogno (finalmente) realizzato.

Francesco Desimine

Diplomato presso il Liceo Classico "Quinto Orazio Flacco" di Bari, frequenta il corso di Giurisprudenza Internazionale, Transnazionale e Comparata presso la facoltà di Trento. Appassionato di filosofia, sociologia, attualità nazionale e internazionale, geopolitica e cultura alimentare (in particolare della sua terra, la Puglia). È stato uno dei fondatori della testata, membro del Collegio dei Probiviri, redattore e caporedattore della sezione Attualità de l'Universitario, dopodiché Presidente dell'associazione editrice del giornale.

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