Pascuzzi: “Con Università e Provincia sempre d’accordo diventiamo tutti Yes man”

La settimana scorsa il Consiglio di Amministrazione ha approvato il bilancio 2016 del nostro ateneo. Nonostante gli oltre 200 milioni di euro che la Provincia deve all’Università di Trento, i toni sono rimasti fin qui soddisfatti ed ottimisti, come si comprende dalla parole di Innocenzo Cipolletta, Presidente dell’università: “Un piccolo passo avanti, ma pur sempre la dimostrazione che la Provincia intende impegnarsi seriamente per colmare il debito che ha nei nostri confronti”. Ce lo aveva infatti già detto il Rettore Collini in una precedente intervista: oltre al fatto che la Provincia ha sempre continuato a stanziare le intere somme (pur senza i rispettivi pagamenti) essa si è ora impegnata in un piano di rientro che prevede il pagamento dilazionato dell’intero debito accumulato verso l’ateneo. Non tutti sono però soddisfatti del modo in cui università e Provincia stanno gestendo la questione; uno di questi è Giovanni Pascuzzi, Professore di diritto privato comparato e già Direttore del dipartimento di Giurisprudenza e Pro-Rettore vicario, che abbiamo intervistato per capire i punti deboli della vicenda.

Dopo l’approvazione del bilancio di ateneo, i segnali che arrivano dall’università continuano ad essere positivi: il piano c’è e sarà rispettato. È quindi possibile essere tranquilli?

La vicenda non è così semplice, bisogna distinguere un aspetto giuridico ed uno politico. Tutto infatti inizia con una delibera dello scorso anno con cui il Consiglio di Amministrazione approvava il bilancio consuntivo del 2015. In allegato alla delibera c’erano due lettere del Presidente della provincia Ugo Rossi in cui si individuava il debito della Provincia nei confronti dell’università. Se si è scelto di allegare quelle lettere è perché si è voluto dare un qualche valore giuridico alle stesse, il cui contenuto è ormai noto: la provincia si impegna a versare, dal 2019, oltre alla cifra annuale pattuita, anche 30 milioni di euro in più fino al rientro completo del debito.

Qual è quindi il valore giuridico e politico di questa lettera?

Dal mio punto di vista la lettera di Rossi al più può valere come ricognizione del debito, ma non ha tecnicamente e giuridicamente valore di piano di rientro. Poiché non solo ci vorrebbe quantomeno una delibera della Giunta (se non addirittura un passaggio in Consiglio Provinciale), ma anche i contenuti dovrebbero essere più precisi. Se il piano di rientro prevede somme che verosimilmente impiegheranno anni a rientrare, queste andrebbero allora attualizzate e definite meglio.

La vicenda ha poi un significato politico molto importante. Il punto di svolta si ha nel 2010 (dopo l’accordo di Milano e la delega alla provincia per l’Università, ndr), quando la Provincia ha promesso di elargire determinate cifre ma poi non lo ha fatto. Di fatto l’università ha vissuto con meno soldi di quelli di cui avrebbe potuto disporre, quindi dal mio punto di vista si è semplicemente detta una cosa ma poi se ne è fatta un’altra.

Se l’università dipende dalla Provincia, non c’è quindi il pericolo che il rapporto sia sempre più di sottomissione, con il rischio di sfociare in vicende come questa?

Sicuramente c’è questo rischio. Però quando ci sono risorse di mezzo, il modo di risolvere le controversie non dovrebbe essere una sorta di fair play fra ateneo e Provincia. Noi abbiamo infatti il dovere di salvaguardare le risorse dell’università, perché non sono soldi nostri. Posto sempre che dobbiamo essere grati alla Provincia per il finanziamento all’università, dobbiamo stare attenti affinché l’università non si trasformi per la Provincia in un mezzo per fare solamente operazioni di bilancio. A parer mio non è infatti questa la funzione dell’università, come non lo è, altro esempio, quella di ripopolare il quartiere delle Albere. Il compito primario dell’università è fare ricerca e istruire gli studenti, questo non possiamo dimenticarcelo.

Lei ha infatti cercato di sollevare perplessità in Senato Accademico su questi punti.

Anno scorso ero appena arrivato in Senato ed ho approvato il bilancio, mentre quest’anno, siccome ho avuto più tempo per visionarlo e valutare tutto, e le cose nel frattempo non sono cambiate, ho deciso di non approvarlo, unico membro del Senato Accademico a non farlo. Ho inoltre richiesto in Senato che fosse la Corte dei Conti a valutare la vicenda. La Corte dei Conti valuta infatti periodicamente i bilanci delle università, ma vista la peculiarità della vicenda ho proposto che fossimo noi a chiedere un suo parere. Mi dicono sia stato chiesto ma io non ho visto nulla.

L’università ha quindi subito un danno?

Anche se non c’è un danno erariale, perché è ovvio che non sono stati spesi male soldi pubblici, al massimo non sono stati spesi, un danno l’università lo ha patito nel momento in cui non ha avuto le somme che doveva avere. E a parer mio non basta la giustificazione del dire “non ce li avete chiesti”; questa commistione fa infatti male a tutti, perché se nessuno dice niente dentro l’università e nessuno dice nulla in Provincia, poi diventiamo solamente una Provincia di Yes man, dove si è tutti sempre d’accordo.

È possibile che il Consiglio di Amministrazione abbia avuto un ruolo nel sottovalutare il problema?

È giusto sottolineare che i componenti del Consiglio di Amministrazione cambiano periodicamente e quindi non tutti possono avere la situazione sempre sotto controllo, anche se è vero che Innocenzo Cipolletta, il Presidente, vi è da 13 anni. È stata poi fatta la scelta di avere un Cda dove non ci sono professori. Mi sembra allora che sia come un’azienda i cui azionisti non sono rappresentati nel Consiglio di Amministrazione, poiché gli azionisti in questo caso sarebbero professori e studenti, oltre ovviamente alla Provincia. Oltre al Rettore ed al rappresentante dei studenti tutti gli altri membri sono invece esterni, i quali quindi vengono a Trento solo per una riunione, e sono tutti nominati dalla Provincia. Questo può portare problemi: in questa vicenda specifica è come se il debitore nominasse tutti i soggetti che devono decidere qual è l’interesse del suo creditore.

A mio avviso si potrebbe, per esempio, prevedere che i professori, se non li si vuole in Cda, eleggano almeno due rappresentanti indipendenti, anche insieme alla Provincia, in modo che però non si abbia un Consiglio di Amministrazione totalmente espressione di un singolo soggetto.