Un giro nel mondo della gender equality

di Laura Pes, studentessa di Giurisprudenza presso l’Università di Trento

 

Islanda. 29 marzo 2017. I datori di lavoro devono provare che i lavoratori ricevono lo stesso stipendio a parità di mansione ed indipendentemente dal sesso. È l’obbligo che è stato sancito dalla legge approvata pochi giorni fa dal parlamento islandese ed ora pienamente operativa. Già da tempo l’isola si era dimostrata all’avanguardia sulla cosiddetta “gender equality”, la parità tra i sessi: nel 1980 ha eletto la prima presidentessa donna del mondo, Vigdis Finnbogadottir; l’80% delle donne lavora; metà dei ministri sono donna. Un’isola felice? Purtroppo sì. Infatti cambiando di poco lo scenario, subito ci si accorge di come la realtà sia molto differente.
Se da una parte infatti ci troviamo di fronte ad un paese che ha in mano il testimone nella corsa all’uguaglianza di genere, in Russia, anziché avanzare, si retrocede. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha promulgato, il 7 febbraio di quest’anno,  la legge sulla depenalizzazione della violenza domestica, la quale prevede l’applicazione di sanzioni amministrative piuttosto che penali e limita le possibilità per le vittime di questo sopruso di ottenere giustizia in tribunale.
Secondo l’ente russo nazionale di statistica, nel 2015 sono stati registrati 49.579 casi di violenza domestica e di questi 35.899 nei confronti di donne. Nello stesso anno, circa 7.500 donne russe, come affermato dall’associazione ANNA, che assiste le donne vittime di violenze, sono state picchiate a morte dai loro compagni.
Nell’Unione Europea, nonostante le numerose direttive adottate e l’importante contributo in materia offerto dalle sentenze della Corte di giustizia europea, la parità salariale è ancora un orizzonte troppo lontano per molti Stati membri.
Partendo dai dati generali nell’UE, secondo un’indagine dell’Istat e dell’Eurostat, nel 2015 il tasso occupazionale era del 65,5% per gli uomini e del 47,2% per le donne. Un  18,3% di differenza che pesa come un macigno, che rispecchia la realtà di un’organizzazione internazionale che vanta tra i suoi principi fondamentali l’uguaglianza e che si erge come promotrice  della parità tra uomini e donne (articolo 2 e articolo 3, paragrafo 3, del TUE), ma che non riesce a dare effettività concreta alle misure adottate per sconfiggere il divario tra i due sessi.
Gli ultimi sviluppi mostrano come l’Unione Europea abbia intrapreso diverse azioni volte alla riduzione/eliminazione del problema: il Quadro finanziario pluriennale (QFP 2014-2020) e il programma Diritti, uguaglianza e cittadinanza, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), la Carta per le donne e l’impegno strategico per la parità di genere 2016-2019 ne sono un esempio.
In un ambiente caratterizzato da echi fortemente “democraticizzanti” di questo tipo, stupisce l’intervento di un eurodeputato polacco Janusz Korwin-Mikke al Parlamento europeo, emblema della rappresentanza dei cittadini UE e sorgente della definizione generale delle politiche nel settore della parità di genere.  Il rappresentante polacco, il primo marzo, ha definito giusto che le donne prendano stipendi inferiori perché «più deboli, più piccole e meno intelligenti». Naturalmente la reazione da parte dello staff del parlamento non si è fatta attendere: la sospensione per dieci giorni dai lavori parlamentari e un anno senza poter rappresentare il Parlamento europeo sono le sanzioni comminate a Korwin-Mikke. Sull’episodio si è pronunciato il presidente del parlamento UE, Antonio Tajani, il quale ha spiegato che: “offendendo tutte le donne, l’eurodeputato esprime disprezzo per i nostri valori fondamentali”.
Fin da subito si percepisce come la tematica sia fortemente sentita sia a livello sovranazionale sia in una dimensione più ristretta, quale è quella statale.
L’Italia, secondo il Gender Equality Index elaborato dall’EIGE, risulta sotto la media europea dell’occupazione femminile ed il rapporto Global Gender Gap, pubblicato annualmente dal World Economic Forum,  attribuisce al Bel Paese il 69esimo posto nella classifica mondiale per la parità di genere.
Parlando invece delle donne in politica ed analizzando i dati del 2015, si riscontra che il parlamento italiano è costituito per il 30% da donne, ben 14 punti percentuali in meno rispetto a quello svedese, che svetta nella classifica europea con i suoi 44 punti percentuali. D’altro canto,  è incoraggiante notare la stessa percentuale di ministri donna in Italia ed in Finlandia (38%), percentuale che porta i due Stati membri ad occupare il quinto posto nella classifica dei paesi UE.
Nella “european dimension” invece, sul totale dei nostri europarlamentari, le donne sono il 38%. Questa percentuale porta la rappresentanza italiana ad essere al 13esimo posto, a pari merito con Danimarca, Portogallo e Slovenia.
Dall’analisi dei dati sopra riportati emerge chiaramente come per le donne sia molto più complicato raggiungere ruoli di vertice, quasi come se vi fosse un ostacolo invisibile. La metafora del “glass ceiling” (in italiano “soffitto di cristallo”), ideata dal movimento femminista, indica una situazione in cui l’avanzamento di carriera di una donna in una qualsiasi organizzazione lavorativa o sociale, o il raggiungimento della parità di diritti, viene impedito per discriminazioni che si frappongono come barriere insormontabili anche se non immediatamente percepibili.
Il glass ceiling rappresenta solo la punta dell’iceberg: il problema affonda le sue radici molto più in profondità, ha una matrice sociale e culturale. Gli stereotipi, che stanno alla base delle discriminazioni quotidiane, pervadono le menti di uomini e donne indistintamente;  ognuno di noi, spettatore passivo di violenze verbali e non nei confronti dell’universo femminile, senza volerlo li ha fatti propri. I nostri intelletti vengono plasmati da continui messaggi che una società bigotta e di stampo patriarcale si assicura vengano recepiti ed assimilati dalla massa. Il punto di partenza per comprendere appieno il fenomeno è innanzitutto rendersi conto quando ci si trova davanti a situazioni di discriminazione “velata”. Le donne ogni giorno devono fare i conti con pressioni sociali e culturali, che le spingono a prediligere il classico ruolo di madre, a mettere su famiglia ed a lasciare in secondo piano un ambiente lavorativo plasmato per rispondere alle sole esigenze del mondo maschile. Cosicché risulta “innaturale ed egoistico” per una donna voler  fare strada e carriera, piuttosto che dedicarsi al più “consono”, naturale e relegato ruolo di madre casalinga.
Nonostante i dati dimostrino come si sia ancora molto lontani da una realtà definibile propriamente di Uguaglianza e l’obiettivo sembri fuori dalla portata della maggior parte degli Stati, non bisogna lasciarsi scoraggiare, ma lottare ogni giorno, far sentire la propria voce e soprattutto  mai smettere di credere che un mondo migliore sia sempre possibile. Mi viene in mente una celebre frase che però mi sento di rivisitare, dato il contesto: “Un piccolo passo verso l’uguaglianza, un grande passo per l’umanità”.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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