Trento, contro il degrado nuova ordinanza, vecchio problema

, Primo piano, Trentino

TRENTO – Il sindaco Andreatta ha firmato una nuova ordinanza “anti-degrado”, che prevede il divieto della vendita di alcolici nella zona di Santa Maria dalle ore 21 alle ore 7. L’ordinanza, che resterà in vigore fino al 31 ottobre 2017, prevede sanzioni da 89 a 534 euro per gli esercenti trasgressori. Il provvedimento non colpisce i bar che vendono alcolici all’interno del locale o direttamente sui tavolini esterni.

L’attività di vendita di alcol contribuisce a far proliferare soprattutto in orario serale e notturno, fenomeni di degrado e disturbo della quiete pubblica, in quanto le bevande vendute per asporto vengono consumate all’esterno dei locali”, queste le motivazioni contenute nell’ordinanza, che si è resa necessaria, secondo il sindaco, poiché negli ultimi tempi si sono verificati “episodi di violenza e risse, oltre a danneggiamenti ed imbrattamenti e più in generale fenomeni di degrado quali l’abbandono di rifiuti, l’espletamento di bisogni corporali sulla pubblica via, schiamazzi e situazioni di disturbo della quiete che risultano in molti casi collegati all’abuso di alcol”.

Il provvedimento colpisce la zona di Santa Maria Maggiore, nello specifico vicolo Morosante, via San Giovanni, piazzetta 2 settembre 1943, via Prepositura, piazza Leonardo da Vinci, piazza della Portella, via Roma, via Torre Vanga, via Pozzo, via delle Orfane, vicolo Colico, piazzetta Lainez e via Cavour.

Riportiamo di seguito un articolo uscito sul nostro numero zero, il quale si riferisce ad un’analoga ordinanza dell’inverno 2015-2016. Un’altra ordinanza era poi stata emanata nel giugno 2016. Da allora poco sembra cambiato, tanto che il nostro articolo originale metteva proprio in dubbio l’efficacia di un provvedimento emergenziale per un fenomeno che da anni è largamente riconosciuto come problema di Trento.


TRENTO. Ciascuno paga per i propri errori, giusto? Sembra ovvio, ma l’idea su cui si basa il diritto nella società moderna probabilmente non è del tutto chiara ai proponenti dell’ordinanza che, fino alla fine di gennaio, ha vietato la vendita di alcolici da asporto dopo le ore 21 nel quartiere di Santa Maria Maggiore. Al di là di considerazioni di merito, infatti, l’ordinanza del sindaco del capoluogo presenta diversi aspetti in odore di illegittimità.


I presupposti

Mettiamo in chiaro i termini: cos’è un’ordinanza? È uno strumento cui il sindaco può ricorrere nel caso in cui, nel suo comune, possano verificarsi “pericoli imminenti e attuali, non altrimenti evitabili”. È importante sottolineare il carattere straordinario del provvedimento: soltanto gravi minacce alla sicurezza dei cittadini, non governabili con gli strumenti giuridici ordinari, dovrebbero legittimare il ricorso all’ordinanza. Il Tuel (Testo unico degli enti locali) chiarisce che le ordinanze sono provvedimenti “contingibili e urgenti”. Per la Corte costituzionale la contingibilità riguarda fatti che si pongono “fuori dell’ordinato e prevedibile svolgersi degli eventi”. Un evento che devia dalla “catena regolare” degli avvenimenti, di conseguenza, non può che essere affrontato “con strumenti anch’essi devianti rispetto alla catena regolare dell’attività amministrativa.” L’esempio classico è il terremoto: evento probabile in una zona sismica, ma che non dà modo di prevedere se e quando si verificherà.


Un caso particolare

L’ordinanza che vieta la vendita di alcolici dopo le 21 nella zona di Santa Maria Maggiore, però, ricade in un differente contesto. Posto di fronte a ripetute lamentele riguardo episodi di violenza, risse, imbrattamenti e l’onnipresente “degrado” di Trento, il sindaco decide di prendere in mano la situazione. Un problema di ordine pubblico – la cui consistenza si ingigantisce in una città abituata a andare a letto presto – viene trattato dal primo cittadino come un fatto straordinario, un’emergenza. Ma è proprio il protrarsi nel tempo di tale situazione, sottolineato peraltro nelle motivazioni del provvedimento, a far emergere la contraddizione: non siamo di fronte a una situazione straordinaria, ma alla normalità (per quanto deplorevole possa essere) della vita di un quartiere. L’ordinanza, allora, è uno strumento inopportuno.

Assecondare le richieste di una parte della cittadinanza, senza passare per il normale iter di discussione in Consiglio comunale, può avere un ritorno in termini politici, ma lascia passare un’idea sbagliata di come vada regolata la convivenza in società. Il sindaco non è, né deve essere, lo sceriffo posto a tutela dell’ordine pubblico. Le pressioni di gruppi di cittadini più o meno consistenti non possono essere accolte come se non esistessero già delle regole, fissate dal legislatore, su ciò che è lecito e illecito fare in città. Forse è meglio far rispettare quelle, piuttosto che abusare di uno strumento giuridico improprio per dare l’impressione di avere la risposta a un problema.

Le crescenti lamentele riguardo il “degrado urbano” (qualunque cosa significhi di volta in volta) sono forse sintomatiche di un atteggiamento della popolazione che non ha ancora, o non ha mai, accettato che Trento sia una città universitaria. Dietro la patina di “città più vivibile d’Italia” si nascondono tensioni, generate da un tessuto sociale in rapida evoluzione. Se una città di 100 mila abitanti ospita 10 mila studenti fuorisede non può pretendere che tutto continui a funzionare come in passato.


Convivenza civile

fuorisede, però, non votano alle elezioni comunali. Non c’è nessuna convenienza politica nel raccogliere le istanze che sollevano. Hanno sì ragione i cittadini a invocare un intervento contro degrado e criminalità: non è piacevole avere paura tornando a casa la sera, né svegliarsi la mattina e trovando vetri rotti e deiezioni davanti al portone di casa. Bisognerebbe anche capire, tuttavia, che una birra con gli amici non è degrado; una band che suona in un locale è degrado; un gruppo di studenti chiassosi non è degrado.

È una tendenza diffusa in molte amministrazioni quella di usare le ordinanze ad libitum, trasformandole impropriamente nello strumento con cui normare determinate attività. Basta spostarsi di poco, a Padova, per vedere come il sindaco Massimo Bitonci stia usando le ordinanze in modo del tutto illegittimo: l’ordinanza diventa regola, senza neanche più limiti temporali. Nella città veneta è stato adottato un provvedimento simile a quello per Santa Maria Maggiore: stop alla vendita di alcol in centro dalle due alle sei del mattino. Il paradosso è che il provvedimento vale senza limiti di tempo, a meno che un’ordinanza successiva non stabilisca una deroga (questa sì temporanea). Si tratta di situazioni paradossali in cui il sindaco si prende una fetta di torta cui non ha diritto, pur avendo altri strumenti da usare legittimamente per risolvere problemi del genere. Un miglioramento delle politiche pubbliche, in accordo con il consiglio comunale, potrebbe contribuire a risolvere il problema alla radice, senza ricorrere a strumenti che rischiano di scappare di mano e che, in circostanze come queste, sono quanto meno di dubbia legittimità.


Chi rompe non paga

Il sindaco, oltre ad aver sbagliato mezzo, ha confuso anche le persone a cui indirizzare il provvedimento. Secondo quale principio dovrebbe essere colpito un esercente, punito per il comportamento tenuto da consumatori sui quali non ha controllo?

Dal punto di vista economico, inoltre, è altrettanto discutibile creare due distinti sistemi normativi, a seconda che un esercizio commerciale si trovi all’interno o all’esterno dell’area interessata dall’ordinanza. Tanto più se il divieto non si applica a nuove attività, ma a negozi che hanno aperto basandosi, giustamente, sulla normativa esistente prima dell’ordinanza. Si lede il principio di eguaglianza, all’art.3 della Costituzione. Tornando poi all’articolo 54 del Tuel, bisogna chiedersi: secondo il legislatore, è illegale vendere birra dopo le 21? La risposta è semplice: no.

Volendo entrare poi nel merito dell’efficacia dell’ordinanza, ci sarebbe altro da obiettare. Tra le motivazioni c’è la lotta ai trafficanti di stupefacenti, che non possono che ringraziare se l’amministrazione, disincentivando l’aggregazione di persone fuori dai locali, libera le strade da occhi indiscreti. Se invece il problema fosse proprio la gente per strada, riferendoci a ciò che il legislatore condanna, dovremmo anche qui dire che no, radunarsi fuori da un locale non è illegale.

L’ordinanza di cui abbiamo parlato è scaduta a fine gennaio, ma è opportuno riflettere su quanto accaduto anche in vista di eventuali provvedimenti simili nel futuro. Resta da vedere cosa accadrà con l’arrivo della primavera e il ritorno dei giovani fra le vie e le piazze del quartiere di Santa Maria Maggiore.

 


Articolo di Federico Matranga e Fabio Parola. Foto di apertura di Leonardo Bertoldi.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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