La caverna di Platone, come uscirne?

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Ciò che credevo contasse mi si sgretola davanti, come una casetta malmessa costruita su un terreno instabile, che alla prima folata di vento potente crolla su se stessa. Ciò che credevo contasse sono le ombre della caverna platonica, delle comode immagini, alla portata di tutti, prive di un fondamento ragionato.


Uscire dalla mia caverna fa male, come fa male agli omini che popolavano quella di Platone. Entrare a contatto col sole, abbandonando la cupa ombra dell’incertezza è doloroso e difficile da affrontare. Per questo, credo, tanti si rifugiano dietro a un èidolon, la mera apparenza delle cose del mondo, senza avvicinarsi lontanamente alla verità. Penso che la verità con la V maiuscola, la verità assoluta, non esista e nessuno debba avere la pretesa di possederla (e, soprattutto, di imporla). Ma una verità con la v minuscola, quella sì: la propria verità, le proprie convinzioni ragionate, sofferte, cambiate più e più volte. La immagino concretizzarsi in pilastri fissi che ci indirizzano e danno un senso di coerenza alle nostre scelte, in posizioni riflettute, pensate e convinte, non frutto di mere opinioni acritiche.

Io sono una partigiana.

In questo senso, io e tutti gli altri compagni di viaggio che mi erano a fianco, siamo partigiani. Nel senso che siamo “di parte”, abbiamo fatto la nostra scelta e siamo in grado di difenderla, con le unghie e i denti se necessario. Non c’è zona grigia che tenga, non c’è indifferenza dietro la quale nascondersi, non c’è un “prima gli italiani” e agli altri ci pensi Dio.
Noi, nonostante – o forse, grazie a – la nostra giovane età, di fronte al sole della verità non siamo scappati, non abbiamo avuto paura. Forse all’inizio, ma non ci siamo lasciati scoraggiare. Non ci siamo rifugiati dietro il perbenismo dilagante, i motti populisti di immediata disponibilità quanto stupidità. Abbiamo, invece, deciso di avvicinarci pian piano a una reale verità che ci investe tutti, nessuno escluso, ma che tanti, per comodità personale, rifiutano. Abbiamo deciso di vivere una settimana a contatto con i migranti, in un clima di condivisione bilaterale.
Ho messo piede in “Pista” (il ghetto di Borgo Mezzanone, a 30 km da Foggia) domenica 23 luglio.
“Se questo è un uomo”, ho pensato subito. Lamiere addossate l’una all’altra a fungere da abitazione, luridi bagni comuni, spazzatura ovunque e vetri rotti. Ecco cosa intendo quando parlo di realtà “scomoda”: non è mica comodo entrare a contatto con un ambiente simile. È tosto fisicamente e mentalmente. Noi preferiamo l’ipocrisia dei 35 euro al giorno e del “hanno cellulari di ultima generazione”, preferiamo le bugie alla verità, semplicemente perché è più comodo da accettare. Credo che ci voglia coraggio per buttarsi in un’esperienza simile.
Già il secondo giorno non facciamo più caso alla cornice che ci circonda e l’uomo “animale sociale”, come insegna Aristotele, ha la meglio ancora una volta: per entrare in contatto bastano una palla, un ballo improvvisato e risate innocenti e cristalline. Il paesaggio di desolazione attorno a noi si annulla. In seguito bastano un quaderno di esercizi, qualche penna e tanta voglia di condividere, da entrambe le parti, a far emergere tutta la nostra Umanità. L’Umanità che ci dovrebbe contraddistinguere tutti, ma che, sempre più spesso, è offuscata dalla paura, che genera becero “cattivismo” o, peggio ancora, indifferenza.

Adam ha poco più di trent’anni, viene dal Senegal. È arrivato a Matera e ha iniziato a fare il panettiere. Gli chiedo se gli piace e mi risponde: “Avoja!”. Quando ha perso il lavoro è venuto in Puglia, a raccogliere i pomodori per qualche euro l’ora. Se la cava con l’italiano, non so se gli piaccia tanto studiare ma ci mette un tale impegno a capire quello che gli spiego, che mi riempie il cuore di gioia. Nonostante tutto, non ha perso il sorriso.
Mustafa, somalo, 43 anni. Era arbitro di basket in Somalia, quando è arrivato in Italia ha fatto corsi di formazione per qualunque attività; imbianchino, muratore, saldatore, tutto. S’è reinventato in mille modi e non molla di fronte alle porte sbattute in faccia. È il più bravo della classe, inizia sempre gli esercizi prima degli altri e lo rimprovero per questo, vorrei che aspettasse tutti, ma tanto fa sempre di testa sua. Nonostante tutto, non ha perso il sorriso.
Mutar, dal Gambia, è un ragazzo taciturno. Col cappello di lana in piena estate, si siede in un angolo e non chiacchiera con gli altri. Non è mai andato a scuola, ma conosce le regole meglio di me. Fa fatica a parlare, però; si vergogna degli errori che potrebbe fare. Mi spiace essere andata via troppo presto, non ho potuto aiutarlo a tirar fuori a parole tutto quello che gli frulla per la testa. Nonostante tutto, non ha perso il sorriso.

Grazie a Adam, Mustafa, Mutar, tutti gli altri ragazzi della Pista, gli amici che hanno affrontato con me questa esperienza, gli educatori Paola, Jonas, Gabriele, Tam, Josè e Kevin e tutti gli altri, torno a casa ricca. Più ricca di prima. Ricca di emozioni, sensazioni, riflessioni; di consapevolezza che questa gente, nonostante non abbia tutto ciò che noi riteniamo essenziale, possiede una determinazione e una tenacia che io posso solo sperare di acquisire: mi insegnano a non accontentarmi, a impegnarmi per ogni singolo tassello di vita; mi insegnano che la paura del diverso è una cosa stupida: non esiste il diverso, esiste chi ha tanto e chi nulla. E questo, come si spiega?

Mi insegnano che il saluto amichevole non si nega mai a nessuno, nemmeno agli sconosciuti. Per loro è sempre un “ciao, come va?”, mentre noi, spesso e volentieri, caliamo la testa per strada anche di fronte a chi conosciamo.
Volgo al termine, ricordando – tra l’altro – il disposto dell’ art. 2 della Costituzione (italiana, eh), che impone un “dovere di solidarietà sociale”, di tutti nei confronti di tutti.
Non rimaniamo imprigionati nelle ombre della caverna, nelle opinioni che ci propugnano senza ritegno, tanto banali da dover destare sospetto. Cerchiamo di avere l’ardire di andare oltre, di uscire dal buco in cui ci vogliono relegare. Troviamo il coraggio di essere di parte. Facciamo in modo di scegliere, e di non lasciare che gli altri scelgano per noi.
Torno con la voglia di spaccare il mondo e prometto che cercherò di incanalare questo entusiasmo verso qualcosa di utile, e di non cedere mai alla disillusione.
Lascio la conclusione a Dario Brunori, che con i suoi testi in musica, spesso e volentieri mi toglie le parole di bocca.

La realtà è una merda
Ma non finisce qua
Passami il mantello nero
Il costume da torero
Oggi salvo il mondo intero
Con un pugno di poesie

Non sarò mai abbastanza cinico
Da smettere di credere
Che il mondo possa essere
Migliore di com’è.

Ma non sarò neanche tanto stupido
Da credere
Che il mondo possa crescere
Se non parto da me “

di Emma Ludovica Breda, studentessa di Giurisprudenza

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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