Europa, dove sei?

Il voto catalano si è caratterizzato per delle grandi assenze. Non c’è stato il Re. La voce di Felipe VI è totalmente mancata dal dibattito pur essendo il Re il simbolo vivente dello Stato e della sua unità. Pur essendo una figura simbolica e super partes,  le parole del Re o la sua mediazione avrebbero potuto portare a un risultato diverso. La stessa regina d’Inghilterra si pronunciò velatamente nei girni del referendum scozzese e, secondo alcuni osservatori internazionali, è stato anche grazie a questa presa di posizione che il referendum ha avuto un esito negativo. Non una parola invece è stata pronunciata. Un atteggiamento totalmente differente da quello di suo padre, che nel 1983 riuscì a disinnescare il colpo di stato che attentava alla vita alla neonata democrazia spagnola.

Ancora più forte e assordante è stata però l’assenza dell’Unione Europea. Le istituzioni europee sono state latitanti nella giornata di ieri ma anche in tutti i mesi che hanno preceduto questo referendum. Perché questo silenzio? L’Unione Europea soffre della sua condizione ibrida. E’ un organismo c.d. sovranazionale, non un’entità statale vera e propria ma nemmeno una semplice organizzazione internazionale. L’Unione Europea si muove fra le rapide di questo secolo destreggiandosi fra queste due nature, che vedono una grande e in alcuni casi totale cessione di sovranità da parte degli Stati a favore delle istituzioni europee, istituzioni che ancora non riescono a imporsi totalmente sugli stessi Stati nazionali. Nel caso catalano ha avuto prevalenza l’aspetto internazionalistico. E’ stato evidente che l’Europa e gli Stati europei hanno preferito far prevalere il principio internazionalistico di “non ingerenza negli affari interni degli Stati”. Questo principio impone agli attori internazionali di non intromettersi nella gestione della politica interna di altre nazioni. Nessuno Stato o organizzazione internazionale può agire all’interno degli Stati perché questo sarebbe un’intollerabile violazione della sovranità dello Stato stesso. Questo ovviamente nei limiti del rispetto dei diritti umani, limite molto labile come possiamo vedere oggi. Ma per quanto ancora possiamo considerare l’Unione Europea come una semplice organizzazione internazionale?

Se non ingerenza sarebbe stata necessaria una fondamentale opera di mediazione. Alla luce dell’ostinazione della Catalogna nel perseguire la strada di un referendum al di fuori di ogni legalità e Stato di diritto, e la minacciata (e poi avvenuta) repressione spagnola, l’Unione europea ha perso un’ottima occasione per mostrarsi come il vero arbitro e soprattutto la vera entità sovraordinata a tutto e tutti. L’Europa si è invece limitata a negare (timidamente) la validità del referendum. Ma se la Catalogna ieri ha voluto votare per l’indipendenza è anche a causa dell’Unione Europea.

Il recupero oggi delle istanze nazionaliste (o sovraniste come vengono definite oggi) e indipendentiste sono favorite da due grossi fattori. In primo luogo la globalizzazione, favorita da istituzioni come la stessa Unione Europea, favorisce lo spostamento di popoli, merci e idee. Il XXI sec. è un secolo di grossi cambiamenti. Il mondo attorno a noi muta a velocità mai viste prima, spaventando molto spesso le persone che si sentono impreparate al mondo che cambia. Il continente europeo non è quello americano. Siamo un insieme di popoli, culture e lingue diverse che hanno mantenuto le loro peculiarità nel corso dei secoli. Se volete verificare con mano quanto sia ricca culturalmente l’Europa, andate sul sito www.thetruesize.com e confrontate le dimensioni degli Stati Uniti con quelle dell’Europa e considerate che nello stesso spazio convivono decine di popoli autoctoni dalla differenti peculiarità.

In un mondo che cambia e muta più velocemente di quanto noi riusciamo ad adattarci, dove l’Europa e il mondo occidentale hanno ormai perso il loro ruolo di paesi guida, la gente ha paura. Paura del diverso, di ciò che arriva da fuori e non si capisce. Di fronte a questo i popoli recuperano le loro identità. Se fuori i confini e le definizioni sfumano, dentro si cerca di recuperare la propria eredità storica e culturale. Questo discorso spiega i movimenti sovranisti, meno i movimenti indipendentisti. Questi infatti, al contrario dei primi, sono spesso di matrice europeista. La Scozia, tendenzialmente indipendentista, ha votato in massa contro la brexit; la lega nord delle origini (non il partito nazionalista di oggi) nasce come partito europeista; ieri abbiamo visto e sentito lo spirito europeista della Catalogna. Perché? Perché se c’è l’Unione europea non c’è più motivo di restare all’interno di Stati nazionali dai quali non ci si sente adeguatamente rappresentanti. Le piccole comunità sono state trattenute in passato da una valutazione realista e opportunista. Nel mondo delle grandi potenze e delle super potenze gli Stati piccoli vengono inevitabilmente schiacciati. Nell’Unione Europea non è più così. Un Catalogna indipendente può perfettamente sopravvivere nell’Unione Europea perché non resterebbe isolata ma rimarrebbe all’interno di una comunità. L’Unione europea quindi da un lato riporta in auge istanze identitarie, dall’altro non dà più motivo ai popoli di restare legati a Stati ai quali non si sentono di appartenere.

Cosa dovrebbe fare quindi l’Unione alla luce del fatto che non può certamente limitarsi a essere passiva osservatrice di eventi dei quali è la concausa? La domanda acquista ulteriore importanza soprattutto alla luce della richiesta da parte degli stessi vertici del potere catalano per un intervento europeo nella questione. L’Unione ora deve usare il vecchio metodo del bastone e della carota. Il ruolo di mediazione adesso è fondamentale. Spagna e Catalogna non si parlano e serve un attore terzo ma comune alle parti per parlamentare. Ma non si può perseguire la strada dell’indipendenza. Questo darebbe un pessimo segnale agli altri paesi portando allo smembramento dei principali “azionisti dell’Unione”, ancora fondamentali per proseguire il processo di integrazione europeo. Le comunità piccole contano sempre molto meno dei grossi Stati. Inoltre, favorire il processo indipendentista porterebbe certamente alla rottura con gli Stati contenenti altre istanze indipendentiste portando come effetto collaterale lo stesso indebolimento dell’Unione.

L’Unione Europea deve mediare anche, se il caso lo richiede, nella composizione di una nuova Costituzione che tenga conto della giornata storica di ieri. E se la Catalogna rifiuta di restare unita alla Spagna e persegue nella sua via unilaterale, incostituzionale e antidemocratica verso l’indipendenza, allora deve essere chiaro ai Catalani che non troveranno sostegno in Europa. Deve essere chiaro che i confini saranno chiusi, i dazi alti, gli spostamenti ridotti al lumicino. Deve essere chiaro che se la Catalogna, o qualsiasi altra comunità più o meno autonoma, vuole proseguire il suo cammino da sola non sarà aiutata. Non si possono favorire smembramenti di Stati in un mondo in cui le sfide si possono affrontare solo se uniti. Soprattutto, non si può dare il proprio appoggio a referendum che cozzano contro lo Stato di diritto che sorregge l’impalcatura giuridica della stessa Unione, referendum richiesti per mere ragioni fiscali e ideologiche e non perché vi siano veri e propri atti di oppressione come erano i casi dell’ex Jugoslavia e dei Curdi.

L’Unione Europea serve ora più che mai. Speriamo si faccia presto sentire e che la sua voce risuoni decisa in questa disputa.

Michele Lussu

Nato a Belluno il 25 dicembre 1995, diplomato al liceo scientifico Galileo Galilei, studia attualmente giurisprudenza a Trento.

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