La strada di Adan, è giusto indignarci ma è l’ora dell’impegno

La strada di Adan

Sono passati alcuni giorni dalla morte del piccolo Adan, un ragazzino malato di sclerosi che, a Bolzano, è morto dopo aver passato giorni rimbalzato tra alloggi di fortuna. Lo sforzo, costante e magnifico, della sua famiglia e delle associazioni umanitarie non è bastato.

La nostra incuria lo ha ucciso. Ebbene sì, la nostra incuria, uno dei mali peggiori di questo tempo e di questa parte del mondo. Siamo indifferenti di fronte alla tragedia quotidiana, capaci di (com)muoverci solo a fronte di drammi fuori dall’ordinario, quelli che risaltano in una cronaca troppo spesso atroce. Tutti ne soffriamo: parliamo di quegli invisibili solo se ci sono problemi, tragedie, momenti difficili. Ne parliamo solo se ci serve un colpevole, solo se la nostra inadeguatezza ci spinge a perseguitarli, cacciarli. O se l’atrocità che li colpisce diventa talmente grande da superare il nostro personale livello di sopportazione, la cui soglia massima va sempre più in alto. Solo in questi casi, diventano subito figure nitide del nostro quotidiano ed escono dall’ombra in cui vengono relegati, figure verso cui proviamo più insofferenza che pietà mentre le incrociamo agli angoli delle strade, o quando passano con la mano tesa nei “nostri” mercati, nei centri storici, tra le vetrine del “nostro” mondo.

La morte di un bambino, di un tredicenne, sulle strade in cui è stato abbandonato dallo Stato, dalle istituzioni e, in definitiva, da molti di noi, non dovrebbe (quindi) stupirci. È solo l’ultimo di una lunga, triste, lista di persone lasciate a loro stesse, una cronologia di morti e di dolore che preme sulle nostre spalle.

E non è un gioco retorico: Adan era per strada per l’incuria della sua famiglia. Non si trovava in quella situazione perché le associazioni non hanno fatto abbastanza per lui. Era in strada a causa del fatto che la Provincia ha deciso di adottare una linea politica aberrante, che trova il suo cuore nella circolare Critelli che, in buona sostanza, sancisce l’impossibilità di ricoverare chi arrivi sul territorio per chiedere asilo senza essere inviato direttamente dal Ministero. Tutto ciò dovrebbe farci sobbalzare, imprecare, incazzare. Dovremmo mobilitarci, reagire (ed in parte è stato fatto), trovare un evento, un nome, un caso che siano il punto di svolta, quello in cui dire, sebbene con colpevole ritardo, “ok, ora basta”. Non perché stavolta si tratta di un ragazzino, non per la sua disabilità, non perché “eh, i bambini sono sacri”, come se gli altri fossero sacrificabili, inutili: dovremmo farlo perché è giusto, perché è l’unica cosa sensata da fare. Per dimostrare che questo massacro silenzioso non può più essere taciuto.

E noi universitari non siamo esclusi da questa battaglia. Certo siamo qui di passaggio, certo sono gli “anni più belli”, gli ultimi prima di quel gran casino che è il “dopo”. Ma tanti di noi già si impegnano, partecipano, collaborano, fanno cose per cercare di aiutare nelle mille mila realtà che esistono da queste parti. Ma quei “tanti” sono solo una minoranza del “noi universitari” e sono già stati smossi: magari l’innesco di questo impegno è stato un evento del passato, magari un libro, magari una persona.

Non sto dicendo di strumentalizzare la morte di Adan: certo che no! Quello che dico è: che questa vicenda sia l’innesco della nostra indignazione, che sia il punto di partenza (o di ri-partenza) del nostro impegno. Esistono tante associazioni che si occupano della “questione sociale”: frequentatiamole, invadiamole, rendiamole parte integrante del nostro percorso. Facciamo sì che questo posto, ed ogni altro posto in cui viviamo, diventi anche solo un po’ migliore rispetto a come lo abbiamo trovato: non per noi, ma perché è giusto farlo. E per spazzare via la circolare Critelli, per spazzare via ogni altra regola così odiosa. Ma, soprattutto, per non dare altro spazio al pensiero che le giustifica.

Per dimostrare che la strada non è, non può e non deve essere quella.

Emanuele Pastorino

Studente di Giurisprudenza e membro dell'associazione Ali Aperte. Vivo a Trento, orgogliosamente come immigrato, da un po' di tempo.

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