38° parallelo

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Han Kwang-Song gioca a calcio nel Perugia ed ha 19 anni. Lo scorso 26 agosto ha segnato una tripletta nella partita di Serie B giocata contro la Virtus Entella, dopo che in aprile, quando giocava ancora nel Cagliari, era diventato il primo giocatore nordcoreano della storia a segnare un gol in Serie A. Questo promettente ragazzo – sembra che anche Liverpool e Manchester City siano interessate a lui – è nato a Pyongyang, capitale della Corea del Nord, Stato nell’occhio del ciclone mediatico e politico a causa dei test nucleari effettuati negli ultimi mesi e delle relative sanzioni irrogate dall’ONU.

Allo stesso modo in cui il prequel di questo promettente calciatore affonda le sue radici in luoghi lontani dagli occhi e dalle coscienze occidentali, anche le vicende che vediamo oggi manifestarsi nella penisola coreana hanno radici in tempi spesso lontani dalle conoscenze occidentali – persino il motivo per il quale questa penisola è politicamente divisa.

 

Perché si parla di Corea del Nord e Corea del Sud? Siamo così abituati a tale divisione che, probabilmente, non ci siamo nemmeno mai chiesti da dove nasce.

Dopo secoli di dominazione cinese, la penisola coreana è stata brutalmente colonizzata dal Giappone, che l’ha ufficialmente annessa nel 1910. I giapponesi non sono mai stati particolarmente teneri con la popolazione coreana, sfruttandola e promuovendo la propria cultura, cercando di annullare quella di un popolo che, pur essendo stato sempre parte di un impero (prima quello mongolo, poi quello cinese), aveva sempre mantenuto forte la propria identità.

Il vero spartiacque per la storia coreana fu la Seconda Guerra Mondiale. Al termine del conflitto, i sovietici occuparono la parte nord della penisola, mentre gli statunitensi si stabilirono nella parte sud del paese. La divisione era cosa fatta: il famigerato 38° parallelo rappresentava il confine tra i due nuovi Stati. A sud, dopo le elezioni imposte dall’ONU, governava un nazionalista liberale, Syngman Rhee, mentre a nord l’Unione Sovietica impose Kim Il-Sung – nonno dell’attuale Kim Jong-un, il quale proclamò la Repubblica Popolare Democratica di Corea.

La situazione, complice la guerra fredda tra URSS e USA, era tesa e complessa e non tardò a degenerare: nel 1950 i soldati del Nord attraversarono il parallelo e invasero la Corea del Sud, conquistandone la capitale Seoul dopo appena tre giorni. In quegli anni l’Unione Sovietica non sedeva nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e così, non rischiando il veto russo, l’ONU inviò una propria forza militare. Negli anni più caldi del grande scontro tra le due superpotenze, la situazione coreana era la cartina di tornasole della cd. “guerra fredda” tra i due blocchi – emblema di una situazione mondiale sull’orlo di un nuovo devastante conflitto.

Nel luglio del 1953, pochi mesi dopo la morte di Stalin, i negoziati ebbero successo e venne creata una zona demilitarizzata tra i due Paesi, un cuscinetto ideato per evitare la ripresa degli scontri. Tutto finì con un armistizio, una semplice decisione politica che, fino a quando non verrà firmata una pace vera e propria, consegna al presente un Paese ancora diviso in due e formalmente ancora in guerra. Da allora, la Corea del Nord è stata sempre governata da dittatori con il pugno di ferro, che impongono ai propri cittadini un isolamento totale dal resto del mondo, mentre si occupano di sviluppare un arsenale nucleare con il quale tenere in scacco la comunità internazionale.

All’inizio del nuovo millennio, infatti, il regime di Pyongyang ha abbandonato il trattato di non proliferazione nucleare firmato da Russia, Cina, USA, Giappone e le due Coree ed ha condotto cinque test nucleari, di cui due nel solo 2016. In questo quadro s’inserisce la nuova strategia politica di Donald Trump che, dopo gli anni della cosiddetta “pazienza strategica” di Obama, ha optato per un atteggiamento più aggressivo, dicendosi pronto anche ad un’azione unilaterale americana.

Non è difficile capire che la situazione è esplosiva. Il 12 settembre di quest’anno, l’ONU ha votato nuove sanzioni a carico della Corea del Nord, come conseguenza del test nucleare effettuato il 3 settembre. Tuttavia, grazie all’intervento di Russia e Cina, le sanzioni sono state rese molto più blande di quanto avrebbero voluto gli Stati Uniti, che chiedevano anche il congelamento dei beni del leader nordcoreano Kim Jong-un.

E ora? Come può evolvere una situazione così complessa, che unisce criticità nuove a ostilità antiche e mai definitivamente sopite? Non ci resta che sperare che il buonsenso alla fine prevalga e che la situazione si risolva pacificamente. E chissà mai che Han Kwang-Song, quel ragazzo che gioca a calcio nel nostro paese, possa essere ricordato solamente per i suoi gol e non perché, a qualche migliaio di chilometri di distanza, il suo governo ha scatenato l’ennesima, inutile guerra.

 

di Martino Ferrari

Francesco Desimine

Diplomato presso il Liceo Classico "Quinto Orazio Flacco" di Bari, frequenta il corso di Giurisprudenza Internazionale, Transnazionale e Comparata presso la facoltà di Trento. Appassionato di filosofia, sociologia, attualità nazionale e internazionale, geopolitica e cultura alimentare (in particolare della sua terra, la Puglia). È stato uno dei fondatori della testata, membro del Collegio dei Probiviri, redattore e caporedattore della sezione Attualità de l'Universitario, dopodiché Presidente dell'associazione editrice del giornale.

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