Intervista a Drimer: sogni, esami e realtà

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di Francesco Filippini

 

Francesco Marchetti, in arte Drimer, è una tra le più interessanti promesse della nuova scena rap italiana. Districandosi abilmente tra studio, lavoro e musica è riuscito ad attirare l’attenzione del pubblico partecipando (dove ha spaccato letteralmente) al programma RealTalk di Bosca: un nome di certo non nuovo tra gli amanti del rap italiano. Abbiamo avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con il giovane rapper prima della sua esibizione al Poplar Festival.

 

Partiamo innanzitutto chiedendoti dell’esperienza a RealTalk, come è stata viverla?

Beh prima di tutto ti dico che è stata un’esperienza fighissima, al di là dei numeri e della popolarità che ha portato, ovviamente prerogativa per un rapper emergente, è stata formativa e sopratutto molto meno agitata di quello che mi aspettavo. Come spesso ripeto a coloro che mi domandano di quella giornata dico che i ragazzi (Bosca, Kuma e Khaled) mi hanno trattato benissimo, mi hanno messo a mio agio, pur essendo esagitatissimo!  Anche essendo conscio di essere nel format più seguito nel panorama del rap italiano, rappi come se non lo fossi, davvero, è stato fantastico!

Tra l’altro dopo il freestyle (in cui hai spaccato tutto) è uscito un singolo.

Sì esattamente! Dopo aver registrato il programma infatti ho avuto l’onore di poter far uscire il singolo (che porta il nome per l’appunto di RealTalk Freestyle, ndr), prodotto da Bosca, tratto direttamente da quell’esperienza. Sul mio Spotify ha fatto numeri piccoli, se rapportati ad altri artisti, ma comunque importantissimi per me ed inoltre mi ha fatto figurare in alcune belle playlists tra nomi grossi, cosa non scontata!

Con Bosca poi hai fatto altre cose?

Ho suonato al Basement, a Brescia, con lui in console: una cosa dell’altro mondo! A volte non mi sembra nemmeno vero ricordare che ho suonato con uno che ha prodotto tracce di “Mister Simpatia”! (album del rapper Fabri Fibra, ndr).

Parlando invece di cose più tue, sono rimasto molto colpito dal tuo ultimo lavoro: “Inception”. L’ho letto come un lungo soliloquio fatto in mare aperto, quasi fosse un lungo viaggio interiore in cui la tua persona si mescola con la figura di Ulisse. Come mai hai scelto proprio “Inception” come nome?

Intanto ti faccio i complimenti per l’interpretazione, hai completamente ragione quando parli di soliloquio, poiché anche in quest’ottica rientra il fatto di non aver voluto inserire featuring con altri artisti. Avevo bisogno, dopo molto lavori con altri rapper, di un progetto mio, dove ci fossi solo io in tutti i sensi. Per quello che riguarda il tema del viaggio dici bene, io poi sono uno che ama i dischi concettualizzati legati da un filo rosso che corre dalla prima all’ultima traccia, e chi ascolta “Inception” con un minimo di attenzione noterà l’evoluzione del personaggio Drimer traccia dopo traccia. Per quello che riguarda il titolo ti rispondo prima con una piccola chicca: nel mio primo mixtape, “Vita di Mezzo”, che uscì nel 2014, se lo si scaricava c’erano delle cartelle con i testi; nel file word dell’ultimo pezzo, che consisteva in una traccia solo musicale, avevo scritto: “Inception arriva”. Già all’epoca avevo l’idea che il mio prossimo progetto personale si sarebbe chiamato così!

Quindi il filo rosso di cui parlavamo poco fa è anche riconducibile tra disco e disco?

Sì, amo molto l’orizzontalità nelle creazioni artistiche umane. Tornando invece alla domanda sul titolo ti rispondo dicendo che “Inception” è uno dei miei film preferiti, girato dal mio regista preferito: Cristopher Nolan. Il disco inoltre ricalca la trama del film, per così dire, ed abbiamo cercato di inserire qua e là riferimenti al lungometraggio nei video estratti dall’album.

Ed il personaggio Drimer all’interno di Inception che messaggio tenta di mandare?

Mi sono voluto mettere nei panni di Dominic “Dom” Cobb (il protagonista del film, ndr) con alcune differenze: lui entra nella mente delle persone con un macchinario apposito attraverso i sogni per installare un’idea, Drimer invece tenta di innestare questa idea tramite la musica, trattando l’ascoltatore come un sognatore in cui entrare.

Ti sento parlare con molto entusiasmo, sei soddisfatto del tuo lavoro?

Molto! Anche se uno non dovrebbe farsi i complimenti da solo (ride) dico che è un disco molto importante per me e per chi lo ascolta, o almeno spero! È un album molto intimo, che parla di me, per dire a Te ascoltatore le cose che avevo in mente e raccontare il mondo visto dai miei occhi.

L’ultima traccia del disco mi sembra la più sentita, che mi dici al proposito?

“Abbastanza per farcela” sebbene sia una traccia uscita prima del progetto finale racconta in sintesi il tema che sviluppo lungo tutto il disco, ci sono molto legato, parlo di mia madre e del mio mondo in generale. L’album insomma non poteva avere un titolo diverso: un viaggio tramite un’idea.

Un altro pezzo che mi ha colpito è “Il Segreto”, che dura ben nove minuti: non è di certo da tutti! Al suo interno ho intravisto il concetto Pirandelliano dell’ “Uno, nessuno centomila” o sbaglio?

C’è addirittura una medaglia al valore della Repubblica Italiana per chi lo ascolta tutto! (ride) Per la lettura che hai dato mi trovo concorde, sebbene non avessi mai pensato sotto questo punto di vista. La mia idea era quella di trovarmi davanti ad uno specchio parlando con l’immagine riflessa nel vetro, ma allo stesso tempo con colui che sta dietro quel vetro: tutti gli ascoltatori. Il discorso pirandelliano calza a pennello, “Il Segreto”, nonostante l’abbia scritta io, sembra quasi scritta da qualcuno altro, è molto motivazionale, parlo in seconda persona a te ascoltatore, visto come singola persona ed allo stesso tempo parlo a me in quanto uomo: parlo a tutti.

Per quello che riguarda gli altri, ossia altri artisti, nella traccia “Mantra” citi addirittura per nome altri rapper, dicendo che non condividi il loro messaggio, ma porti rispetto. Ora ti farò la domanda da un milione di euro: come è messa la scena rap italiana attuale?

Eh, questa è una bella domanda! (sospira) In “Mantra” per l’appunto tiro in ballo nomi di rapper, alcuni addirittura lo hanno letto come un dissing, anche se quello non era il mio intento: io volevo solo provocare. Detta in parole povere, alcuni artisti della nuova scena non mi trasmettono quello che posso provare per un Bassi Maestro o per un Egreen, ma ciò non implica che io abbia ragione o loro torto, così come nemmeno il contrario: era solo una constatazione di fatto! Purtroppo nel 2017, nella musica nello specifico, alcuni che fanno grandi numeri sono più bravi a “vendere la propria musica” che realmente farla. Sembra quasi talvolta che la musica passi in secondo piano, andandosi a concentrare su quello che ruota attorno ad essa, lo trovo quasi un appiattimento.

In che senso? Dici che ora sono tutti capaci di fare rap, o potrebbero farlo?

Forse, non lo escludo a priori di certo! Io però intendevo, con la parola appiattimento, una emulazione costante di un genere, in questo caso la trap d’oltreoceano, in cui io non mi rispecchio. Sembra che tutti dicano le stesse cose, abbigliati allo stesso modo e con lo stesso flow! Alcuni ovviamente sono giustificati poiché appartengono ad un collettivo, ma tanti altri sono pure copie delle copie.

Dove risiede quindi il problema a tuo avviso?

Ma forse non parlerei nemmeno di problema, parlerei più di colpe, mi spiego meglio. La colpa non è nemmeno loro, dico dei capostipiti di questo genere, ma risiede in coloro che voglio scopiazzare allegramente: non è nemmeno più emulazione! Sembra che queste persone vengano prese come unici esempi da seguire, pensando che sia l’unico modo per avere successo, perdendo ovviamente di originalità. Ma è un discorso applicabile ad anche altri periodi legati al rap, mi viene in mente per esempio la fase “drum and bass” di Salmo: uscito “Death Usb” tutti volevano fare quel tipo di canzoni! Il grande problema è quindi questo appiattimento, e personalmente sto tentando di non ricopiare nessuno, cerco un mio stile: voglio essere unico.

Beh sicuramente non sei come tutti gli altri, basta vedere il tuo primo lavoro: 12 brani, quasi 60 minuti di disco e con dei titoli dannatamente interessanti: Gargantua, Mantra, Talete… sembra che tu non ti rispecchi negli argomenti topici del rap quali “soldi, droga e sesso”.

Per risponderti cito parafrasando Fabri Fibra, che in un’intervista fatta recentemente dice che un disco dovrebbe parlare di ciò che uno conosce, del suo mondo, ed in questa analisi mi ci ritrovo appieno! Non avrebbe senso che mi mettessi il Rolex al polso, girassi coi denti d’oro e parlassi di soldi e feste nelle mie canzoni, non sarei credibile: non sarei io… con questo voglio dire che tento di essere reale nelle cose che scrivo, non sarei io se parlassi di droga o di macchine fighe, mi capisci? E di certo il fatto di essere “100% real” non c’entra nulla con il messaggio che uno vuole trasmettere: basti pensare a B.I.G. Notorius, di certo non rappava di letteratura o di filosofia, tutt’altro! (ride)

Il vecchio Christopher Wallace, pace all’anima sua, poteva parlare di tutto senza mai annoiare o risultare monotono: era un prodigio! Tu con la definizione di “talento” come ti poni?

Secondo me il problema è tutto italiano, non sono nel campo musicale! Si ha difficoltà nel nostro paese a riconoscere un talento e soprattutto il proprio di talento. A meno che non sia un “talento classico” come quello legato al calcio o allo sport in generale difficilmente si nota la marcia in più di una persona. Puoi essere consapevole quanto vuoi, ma se non ti arrivano feedback positivi ci si mette un attimo a gettare la spugna, e forse la più grande soddisfazione risiede nel comprovare il proprio genio a discapito di tutto e di tutti! Non voglio fare di certo il “wannabe” (ride) creato dal nulla, tutt’altro! Sono qui e spero di raggiungere alti livelli grazie anche alle persone che mi circondano ed alla scena rap trentina, diciamo che non sono stato fortunato ad avere delle occasioni: sono stato bravo a crearmele queste occasioni!

Quindi hai consapevolezza del tuo talento o no?

Certo, e sarebbe strano il contrario! L’ho anche detto in un mio pezzo che penso di essere uno dei migliori e credo che non si debba aver paura ad ammetterlo, a se stessi in primis. Ovviamente si deve dimostrarlo, ma questo è discorso soggettivo, e i metri di misura variano, purtroppo o per fortuna, da persona a persona… tutto deve essere lezione ed ispirazione per dare sempre il meglio!

Chiudiamo guardando al futuro, progetti in arrivo ce ne sono? Ci anticipi qualcosa?

Oggi fatalità siamo alla prima data di presentazione del mio nuovo progetto, un mixtape, il mio secondo, che si intitolerà “Scrivo Ancora” ed è un progetto di 24 pezzi inediti, con allegata sempre la medaglia al valore per chi li ascolterà tutti (ride). Secondo me è un progetto molto figo, c’è dentro un po’ di tutto: si passa dal brano “boom-bap” al remix di “One Dance” in un attimo, però tutto però con molta naturalezza! È un progetto in cui ho buttato quello che avevo in testa, un prodotto con molte collaborazioni: avevo voglia di mettermi in gioco e sentivo il bisogno di lavorare con altri artisti (quasi 30 contando producers, DJs ed Mcs): uscirà in free download ed alcuni pezzi anche su Spotify. Un altro progetto che ho in cantiere è un disco con Ares Adami che vedrà la luce nel 2018! Ho voglia davvero di mettermi in gioco e di dimostrare quanto valgo.

Francesco Filippini

Studente di Lettere Moderne e vicedirettore de l'Universitario

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