Blow up: Antonioni ingrandisce la realtà

DI Elisa Turchet

Il cinema multisala Astra di Trento nei giorni martedì 17 e mercoledì 18 ottobre ha avuto l’opportunità di proiettare il film Blow up del regista ferrarese Michelangelo Antonioni, restaurato dalla Cineteca di Bologna a dieci anni dalla sua scomparsa e presentato per la prima volta il 29 settembre al Festival di Internazionale a Ferrara.

La pellicola del ’66, liberamente ispirata al romanzo di Julio Cortazar, che gli valse inaspettatamente la Palma d’oro al Festival di Cannes, diventò uno dei film di culto del maestro ferrarese che ispirò maestri del cinema, come Scorsese.

Nella Londra psichedelica dei Beatles, esaltata magistralmente dalla fotografia di Carlo di Palma, Thomas (David Hammings), annoiato fotografo di modelle e senzatetto, si trova a seguire in un parco una coppia di amanti e a fotografarli nascondendosi dietro agli alberi, finchè la donna, Jane (Vanessa Redgrave), accortasi di lui lo rincorre esigendo il rullino che Thomas le nega.

Più tardi la donna si presenta allo studio, decisa ad ottenere gli scatti in tutti i modi, ma il fotografo fingendo di assecondarla, riesce a mandarla via. Incuriosito sviluppa le foto e ingradendo i particolari (il titolo si riferisce a questo), scopre la scena di un omicidio.

Blow up si cala perfettamente nell’epoca in cui è ambientato e rivedendo alcune scene deve essere risultato agli occhi degli spettatori un film rivoluzionario, quanto sconvolgente per l’epoca; è doveroso ricordare in tal senso il preludio dai toni decisamente erotici, immagine tra l’altro della locandina, in cui il protagonista scatta delle foto ad una bellissima quanto sensuale top-model Veruschka.

All’interno di questo capolavoro si sentono molto le influenze al panorama culturale del pensiero postmoderno; si riesce infatti a percepire nelle battute di Thomas e in alcune scene del film, la visione disincantata e talvolta critica del mondo della swiging London da parte del regista, così colorata, vitale e ricca, quanto superficiale, materialista e generatrice di differenze sociali.

Interessante è anche l’utilizzo della musica jazz, affidata alla composizione di Harbie Hancock, che il regista utilizza non propriamente come colonna sonora, ma solo a tratti, facendola azionare attraverso il giradischi di Thomas. Solo verso la fine il jazz di Harbie Hancock viene sostituito con il rock psichedelico degli Yardbirds che trasportano il protagonista in una dimensione folle, in cui il pubblico va in visibilio per un Jeff Beck che sfascia la sua chitarra elettrica sull’amplificatore, in una dimensione in cui non si distingue più sogno e realtà, immaginazione e verità.

Ed è forse proprio questo il tema che nasconde il film: la ricerca della verità attraverso l’immagine.

Una ricerca della verità che Michelangelo Antonioni fa attraverso la sua macchina da presa e   Thomas fa dietro l’obbiettivo della sua Nickon o dietro l’ingranditore. Una ricerca che tuttavia è destinata a fallire, perché anche se si ingrandiscono le immagini, esse non sono mai nitide e non si saprà mai se si è giunti o meno alla verità, nemmeno quando ci è stata data la possibilità di toccarla con mano.

Non si può dunque ignorare quel pessimismo di fondo che è sotteso a questo capolavoro cinematografico, rappresentato dall’ultima scena, in cui il fotografo assiste ad una partita di tennis immaginaria fra due mimi, che gli chiedono di raccogliere la pallina “caduta” fuori dal campo.

 

Thomas abbandona la macchina fotografica sul prato rincorrendo la pallina, la rilancia seguendo la parabola del lancio e immagina il rumore dei palleggi. In questo fotogramma viene svelata la paradossale verità: non esistono verità, ma solo apparenze. La sicurezza di aver visto un cadavere su un prato potrà essere messa in discussione, la foto di una mano che stingeva una pistola potrà sembrare un’ombra. Dietro al paradiso dei “favolosi anni Sessanta”, costituito da modelle giovani e spensierate e festini di alcool e hashish, si nascondono clochard denutriti che dormono nei ricoveri. L’utilizzo del genere noir in realtà non è che una scusa per ragionare su temi esistenziali.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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