I dieci giorni che sconvolsero il mondo

DI Michelangelo Fagotti e Marco Servili

 

Avete mai visto un film di propaganda di regime? No? meglio. Di solito fanno pena. Se prendiamo ad esempio i film del ventennio fascista c’è da mettersi le mani tra i capelli: i centurioni romani parlano come gli annunciatori radiofonici dell’EIAR (non vedete Scipione l’Africano), il genere drammatico è sussunto nel romanzetto d’appendice, abitato da personaggi, scene e dialoghi del tutto inverosimili. Non parliamo dei documentari. Gran parte dei film prodotti come strumenti di propaganda dagli uffici mediatici dei governi totalitari oggi sono ridicoli. Ma Ottobre no.

Ottobre è un film muto di Sergej M. Ejzenstejn del 1927 (lo stesso regista della celebre e infamata Corazzata Potëmkin) commissionato dal comitato per la commemorazione del decennale della rivoluzione di ottobre. Il film, tratto dal libro-cronaca di John Reed, riporta le vicende principali di “quei dieci giorni che sconvolsero il mondo”.

La trama.

Pietrogrado, febbraio 1917. La Grande Guerra ha messo in ginocchio il paese, la carestia ha falcidiato il popolo. Lenin, esiliato in Svizzera, capisce che è il momento di tornare in Russia. Nell’aprile del ’17, appena tornato, pubblica su Pravda, le Tesi di aprile, manifesto politico della rivoluzione. Le prime agitazioni hanno luogo nel luglio.
Mentre Il governo Kerenskij mette in atto la repressione contro i rivoltosi, il generale Kornilov, esponente dello stato maggiore dello zar, torna in Russia dal fronte, intenzionato a destituire il governo provvisorio. Il popolo guidato dai Soviet, in via d’emergenza alleato alle truppe del governo, mette fuori gioco Kornilov.
Il generale dell’esercito zarista è fuorigioco, il governo è alle strette. Ai soviet non resta che un ultimo passo: il colpo di stato. Nelle scene che precedono la rivolta, il film raggiunge l’apice della tensione. Il governo è barricato all’interno del Palazzo d’Inverno, mentre la folla preme contro i cancelli per entrare. Kerenskij è nascosto nella camera da letto della zarina e nel palazzo si diffonde un’atmosfera irreale di terrore e noia. Quando il congresso dà il via libera all’insurrezione, il popolo armato sfonda il cancello del palazzo d’inverno, irrompe nel palazzo e impone le dimissioni al governo provvisorio.

I contenuti

Ottobre è un film storico, ma è, prima ancora, un film propagandistico. La versione dei fatti raccontata è quella che il partito voleva raccontare e lo capiamo da alcuni elementi: Trockij (che nel ’27 era già stato espulso dal partito) è quasi assente dalla scena e nell’organizzazione della rivoluzione non ha che un ruolo marginale (il che non è storicamente vero). Altro elemento che svela l’intento propagandistico è la rappresentazione del governo provvisorio come un rottame del vecchio regime: in una rapida sequenza di montaggio Ejzenstejn mostra il volto di Kerenskij, un pavone d’oro massiccio, la statua di Napoleone, poi il generale Kornilov e di nuovo la statua equestre dell’imperatore francese. L’intento pedagogico è evidente: tra l’élite politica dell’ancien regime e la classe emersa col governo provvisorio non c’è differenza.

Anche la rappresentazione del popolo è tendenziosa. A confronto con la passività del vecchio governo, l’impeto del popolo è rappresentato come una forza inarrestabile e gioiosa che procede spazzando via i residui dell’oppressione borghese, e infatti la retorica della propaganda colpisce con violenza anche la borghesia. Quando compaiono sulla scena i borghesi sono indifferenti alle sofferenze patite dal popolo, ma più di frequente sono parte attiva dell’oppressione esercitata dal governo; eclatante la scena in cui due signore in Tournure aiutano i militari a picchiare gli scioperanti. Il popolo viene raffigurato come un fronte compatto di rivoluzionari bolscevichi. La rivoluzione è un ideale unanime e nessuno vi si oppone.

Ma Ejzenstejn non volle raccontare soltanto la versione della storia preparata a tavolino dal partito, volle aggiungere qualcosa. Se il partito voleva raccontare la vicenda dell’emancipazione del popolo russo dalla tirannia borghese per esaltare il proprio ruolo, Ejzenstejn ha voluto trasformare l’ideale rivoluzionario in un ideale umanitario. Nelle maestose scene di massa, tra le fila dei rivoluzionari non vediamo agire i tecnici della rivoluzione (quelli che di fatto l’avevano compiuta), ma un popolo straziato che rivendica per sé Pane, Terra e Pace, e verso il quale lo spettatore non può che provare empatia. C’è uno “slittamento semantico”. Il significato della rivoluzione non è solo il superamento delle istituzioni borghesi, ma l’affermazione della dignità umana attraverso il compimento delle legittime rivendicazioni del popolo. Dietro a l’ideale politico svetta l’ideale umanitario: La scena finale è illuminante. Le lancette dell’orologio di San Pietroburgo si fermano sull’ora esatta della destituzione del governo provvisorio: il tempo si è fermato, inizia una nuova era. In sequenza, vediamo l’orologio di Mosca fermarsi, poi quello di New York, Londra, Parigi…
è una nuova era per l’umanità, non solo per il proletariato russo; è il comunismo in ogni paese.

Quel famoso montaggio di Ejzenstejn

Il marchio del “cinema intellettuale” di Ejzenstejn è l’uso metaforico del montaggio. Il regista ha intuito che il montaggio può essere utilizzato per creare associazioni e analogie, svincolando la successione delle immagini dalla linearità narrativa. Prima di Ejzenstejn uno stacco di montaggio poteva significare soltanto poi o mentre, ossia, stabiliva una relazione temporale tra due immagini. Ejzenstejn intuisce che il montaggio poteva essere utilizzato anche per instaurare dei rapporti analogici tra le immagini. Così, accostando il volto di Kerenskij alla statua di Napoleone, Ejzenstejn induce lo spettatore a cercare istintivamente delle relazioni di somiglianza fra le immagini mostrate, e quindi a attribuire alle scene un senso complessivo che non può essere ricavato dalle singole immagini: l’intero è più della somma delle singole parti, 1+1=3. Ejzenstejn è stato uno dei primi ad usare il montaggio come uno strumento espressivo svincolato dalla narrazione. Riuscite ad immaginare la portata di questa scoperta? Pensate all’uso stupefacente del montaggio nel cinema di Buñuel, alle impennate poetiche del cinema di Tarkovskij, alla narrazione frammentaria e ricca di suspense nel cinema di Hitchcock. Il montaggio metaforico è diventato negli anni parte del patrimonio tecnico e espressivo di ogni regista, la formalizzazione di questa tecnica è forse una delle più importanti conquiste della storia del cinema.

Torniamo a Ottobre. Il montaggio metaforico nel film è usata molto spesso, tanto da renderlo a tratti oscuro e concettoso e questo lo rendeva poco adatto al pubblico di massa che il regime voleva istruire. In effetti, il film fu duramente criticato dal partito e venne accusato di “estetismo” e di “eccessivo sperimentalismo”. Ma se questi aspetti resero il film sgradito alla critica sovietica, oggi, sono i suoi punti di forza.

Per concludere, non vogliamo di certo affermare che il film sia facile da guardare. Molto probabilmente lo troverete lento e difficile da seguire (anche perché la narrazione è piuttosto frammentata). Ma se siete amanti del cinema muto, e siete abituati a un linguaggio cinematografico così antiquato potrete ricevere dal film non poche gioie. Alcune scene sono stupefacenti. La scena della carrozza sul ponte, le scene dell’assedio al palazzo, quelle del dibattito al congresso dei soviet sono a dir poco mozzafiato, la tensione è palpabile, sconsigliato ai cardiopatici.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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