25 novembre: il ciclo della violenza

di Francesca Altomare
Anche quest’anno le statistiche parlano chiaro: in Italia sono 108 le donne vittime di femminicidio e ancora tante, troppe le donne che subiscono abusi e maltrattamenti di ogni genere. Il 25 novembre continua a riflettere quello che, purtroppo, rimane un fenomeno drammaticamente attuale.
Per cercare di prevenire e riconoscere le manifestazioni di violenza bisogna prima di tutto comprenderne le dinamiche. Mi sono recata presso il centro antiviolenza di Trento dove un’operatrice mi ha spiegato in che misura i centri antiviolenza contribuiscono a tutelare le donne dalle forme di abusi e violenze domestiche.
Negli ultimi anni i centri antiviolenza hanno dato un contributo importante alla tutela delle donne vittime di abusi o di violenze domestiche, in cosa consiste il programma di tutela del centro?
Il centro antiviolenza di Trento è attivo dal 2002; noi operatrici ci impegniamo ad instaurare delle conversazioni con le donne che si rivolgono al centro, incontrandole sia fisicamente sia telefonicamente, nel caso in cui le donne non possano o non vogliano recarsi direttamente presso il centro; in seguito stabiliamo
la frequenza degli incontri durante i quali costruiamo insieme a loro un percorso di sostegno psicologico che ha il compito di rendere consapevoli delle misure di tutela da adottare in caso di violenza
Cosa intendono le donne per “violenza”?
Troppo spesso quando si parla di “violenza” la si associa esclusivamente ad una manifestazione di abuso fisico o sessuale che, tuttavia, rappresentano la fase terminale di altre forme di violenza: quella psicologica e quella economica. Nella maggior parte dei casi la violenza fisica è preceduta da lunghi periodi di abusi
psicologici nei confronti della donna quali possono insulti, minacce, intimidazioni (che rientrano anche nella categoria dello “stalking”), a cui si aggiungono abusi di matrice economica come la negazione dell’accesso alle risorse finanziarie, il divieto di svolgere un lavoro in piena autonomia, l’estorsione di denaro, il controllo
morboso dei pagamenti effettuati, il danneggiamento programmatico di oggetti. Sulla base di queste informazioni si comprende come l’intento del maltrattante non sia “solo” quello di violare corporalmente la donna ma quello di annullarne totalmente l’identità.
È opportuno quindi parlare di “ciclo della violenza”?
Si, bisogna tenere in considerazione che, come ho già anticipato, la violenza domestica non è un evento sporadico ma reiterato, non è conseguenza di un raptus ma il risultato di un atteggiamento programmatico da parte del maltrattante. Solitamente l’episodio nasce da una discussione più o meno animata a cui seguono violenze di tipo psicologico; attraverso una prima fase di “escalation” della violenza il progressivo accumulo di tensione sfocia in un atto di violenza fisica particolarmente grave. A questa fase segue quella del “pentimento”; il maltrattante giustifica il suo “eccesso d’ira” colpevolizzando la donna e cerca di rimediare al “gesto incontrollato” assumendo un comportamento dimesso e quasi devozionale. Quest’ultima fase ha una durata relativamente breve che termina con la ricaduta in atteggiamenti di abusi psicologici che riavviano, peggiorandolo, il ciclo della violenza.
Cosa trattiene le donne che subiscono abusi a non denunciare, a sopportare queste situazioni di violenza?
Partiamo dal presupposto che le donne che subiscono una violenza domestica sono legate al maltrattante da un legame affettivo profondo. Non dimentichiamoci che chi abusa è la persona con la quale la donna ha scelto di intraprendere un percorso esperienziale; l’idea di dover drasticamente interrompere questo percorso non è facile, mi creda. Spesso prevale la speranza che la situazione possa cambiare, che quella che stanno vivendo è una fase di passaggio, che i lividi sono solo temporanee e che, per così dire, un certo “grado” di violenza all’interno della relazione sia accettabile. Altre volte a prevalere è il senso di colpa sia verso il maltrattante e quindi verso quelle che sono le conseguenze legali che la denuncia porta con sé, prevale l’idea che non vale la pena “rovinargli la vita”; sia all’idea che sia proprio la donna ad essere stata la causa dell’atteggiamento violento e quindi che la colpa non sia soltanto di chi le abusa ma che, in una certa misura, siano loro ad aver costretto il maltrattante ad assumere un atteggiamento di questo tipo. È chiaro che è un punto di vista totalmente deformato ma che deve essere preso in considerazione quando ci si trova in queste situazioni. Se a questa componente affettiva aggiungiamo il carattere intimidatorio che assume la situazione di violenza domestica, emerge un altro elemento: la paura della reazione del partner, la paura che una tale “disobbedienza” possa avere delle ripercussioni non solo sulla vittima diretta degli abusi ma anche delle vittime “indirette” (figli, familiari, amici). È una paura che si tramuta in senso di protezione: “subisco pur di evitare reazioni folli”.
È mai successo che una donna abbia scelto di denunciare e poi abbia deciso di ritirare la denuncia?
Purtroppo sì. La denuncia ha delle conseguenze significative sull’evoluzione della situazione di violenza, per questo è di fondamentale importanza che la scelta sia fatta in piena consapevolezza.
Come ci si comporta in questi casi?
Noi possiamo ascoltare, consigliare, fornire i metodi di tutela, condannare l’atteggiamento violento ma, purtroppo, non possiamo sostituire la nostra volontà alla sua scelta. La cosa importante è sapere che esistono gli strumenti legali di tutela e che le situazioni di abuso possano essere interrotte in qualsiasi momento ma si deve rispettare il sentire emotivo della donna verso la querela.
Le famiglie sono consapevoli delle situazioni di violenza?
Dipende dai casi; di solito le donne informano i propri familiari di essere vittime di una situazione di violenza e, in seguito, decidono di rivolgersi a degli specialisti. Altre volte, soprattutto le ragazze più giovani, temono di poter essere un motivo di preoccupazione o di vergogna addirittura per i genitori e decidono di rivolgersi direttamente al centro. Tuttavia, noi operatrici cerchiamo, concordemente alla volontà della ragazza che assistiamo, di informare familiari e amici della situazione e del modo in cui affrontarla.
È successo che a denunciare la violenza siano stati i familiari e che la donna abbia negato?
Può succedere; sono situazioni estremamente delicate. Spesso i familiari non comprendono le dinamiche della violenza domestica, non ne accettano l’idea; il fatto di prendere in mano la situazione è, secondo loro, l’unica soluzione. Ma come già detto, si tratta di dinamiche estremamente complesse che non possono
essere risolte se non attraverso una scelta consapevole da parte della donna. Mi rendo conto che non è semplice accettare o convivere anche se “indirettamente” con una situazione di violenza, ma è fondamentale rispettare i tempi di elaborazione della donna.
Tuttavia ci sono donne che decidono di spezzare questo “ciclo della violenza” e ricorrere a misure legali.
Cosa le spinge a farlo?
I motivi possono essere diversi; le denunce vengono esposte o a seguito di un “eccesso di violenza” e quindi di un episodio scatenante, oppure come interruzione di un processo “ciclico” diventato insostenibile. Il nostro obiettivo è proprio questo; permettere alle donne di riacquistare la loro indipendenza, la libertà di autodeterminarsi, di prendere confidenza con sé stesse e con il rispetto della propria persona, impedire a chiunque di controllare le proprie scelte.
L’impegno dei centri antiviolenza, le campagne di sensibilizzazione, le manifestazioni pubbliche, rappresentano il punto di partenza per continuare ad opporsi alle situazioni di abuso nonché l’obiettivo di mettere un punto ad ogni forma di violenza e ad ogni tentativo di usurpazione.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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