La Bookique: il ritorno

, Cultura

DI Cielo, Pannuccio, Perilla, Polino

Come promesso siamo tornati alla Bookique, anche stavolta per colpa dei poeti, per raccontarvi il Poetry Slam. Organizzato dall’associazione Trento Poetry Slam, si tratta di un agone poetico. I poeti si sfidano a colpi di verso interpretando le proprie poesie; il difficile compito di decretare il vincitore spetta a una giuria popolare composta da persone scelte a caso tra il pubblico.

Accolti da Mina e i Cugini di Campagna, prendiamo posto tra il pubblico cercando di mimetizzarci. Sul palco Lucia e Adriano danno delucidazioni al pubblico su ciò che lo attende: i poeti saliranno a breve sul palco e saranno giudicati per le loro abilità con un voto in scala uno a dieci. Dopo due round di letture la somma dei punteggi ricevuti avrebbe decretato i tre finalisti, coloro col punteggio più alto. Ad attenderli la gloria eterna, la laurea poetica (non Laura) e l’accesso alle finali regionali. No, nazionali. No, provinciali: c’è anche Bolzano in Trentino. A sfidarsi Valeria, Eleonora, Luigi, Paride, Francesco, Alberto.

Il primo round:

VALERIA
Valeria ci porta a casa sua, alla finestra, ad aspettare l’amato mentre il vento ci scompiglia i capelli. La poesia sfrutta un vero e proprio refranh, a mo’ di moderna Comtessa de Dia, per creare un climax ascendente che ci precipita nell’ansia crescente della sua attesa alla finestra. Alla fine il suo vassallo non si presenterà; che sia morto?

Giudizio:

“Poco gentile e poco onesto pare,
lo uomo mio quand’ello non arriva
che la diritta via per casa mia
avea smarrita, speriam c’arriva.”
ELEONORA

Eleonora parte forte e, dotata di due sole mani, tenta di interpretare “l’ideologia utilitaristica dominante, il capitalista” (la sinistra), “il rappresentante dell’arte” (la destra), e il terzo non s’è capito, le cronache dicono un osservatore esterno. Se siete confusi non vi preoccupate, lo eravamo anche noi e lei. Al di là della confusione di mani la poesia racconta lo scontro fra chi ancora si pone obiettivi elevati e nobili, costretto a schiantarsi contro una realtà cinica e attenta solo al profitto. Tra insulti e accuse reciproche – tutte in rima -ista (nichilista, surfista, comunista, fascista…) – le due personalità costruiscono un dialogo sullo stato attuale delle cose, dando vita a un ritratto disincantato di un mondo in cui sognare di fare i poeti è cosa difficile.

Giudizio:

“Suo figlio è bravo ma non si applica”

LUIGI

Luigi porta in scena la vita domestica di Paperino e Paperina, quella che non ci narrano i fumetti. Nella sua poesia, vero e proprio racconto, Paperino diventa un papero manesco, Paperina un’insopportabile fidanzata, velocemente si passa dal “Perdonami Paperina” alle mani, mentre Paperino pensa di chiedere in prestito a Paperoga: pistoni, pillole psicotrope e pozioni paradisiache. Luigi ci riporta indietro alle filastrocche dell’infanzia: in un vero e proprio gioco, ogni parola inizia con la “P”, non una rima, non un verso lirico. E’ una poesia che non si prende sul serio e gioca con il pubblico.

Giudizio:

“Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba, Garibaldi che comanda, che comanda il battaglion
Garabalda fa farata, fa farata ad ana gamba, Garabalda ca camanda, ca camanda al battaglian”

 

FRANCESCO

Francesco vuole provare a lasciare un messaggio, ma tra le rime facciamo difficoltà a seguire il suo discorso. Per primo tenta di rompere il rigido schema metrico AAAAAAAAAAA con cui ci parla la maggior parte delle poesie, approdando ad un audace AAAA BBBB CCCC, ma a livello di contenuto non è facile da interpretare. La sua poesia è densa semanticamente. Forse a penalizzarlo la forma dell’evento che, per quanto sfruttata dalla sua lettura cadenzata e ritmata, non concede il tempo di memorizzare e capire i versi; ciò che ne caviamo fuori è una galleria di situazioni del quotidiano, ma non capiamo se la sua sia una prospettiva critica rispetto al contesto socio-politico attuale. Alla fine si rivolge al pubblico: usa la voce in maniera verace, lascia la croce e sii portavoce di pace.

Giudizio:

“Saran cose già dette o scritte sopra un metro un po’ stantio, ma intanto questo è mio”

ALBERTO

Alberto si trasforma in pittore, il Van Gogh dei poeti, ma al posto dei pigmenti per formare i colori usa le lettere. In che modo? La sua poesia è un elenco di associazioni tra colori e oggetti, sentimenti e cinesi, che sono gialli (nel caso non lo sapeste). Grazie ai suoi versi capiamo di più della sua personalità: je piace er vino, rosso. I colori ci guidano, dagli anni della gioventù verdi speranza al pezzaliano bicchiere mezzo pieno, mezzo vuoto che alla fine si riempirà di rosso, irrimediabilmente rosso.

Giudizio:

Il suo patrono è Pollock, je piaciono i colori e il vino.

Il secondo round ci vede già brilli: sarebbe difficile per noi raccontarlo, per voi leggerlo. Tenteremo un breve sunto. Risale sul palco Paride che ci racconta dei suoi viaggi in treno; Luigi prova a raccontarci un romanzo in cinque parole, ma non in cinque parole; Valeria tenta di definire una relazione problematica; Eleonora denuncia la condizione di subalternità femminile, la donna si fa bambola; Alberto fa casino con le rime in -one; Francesco invece sottolinea l’importanza della parola e della comunicazione.

Come al solito è arrivato il momento di tirare le somme e fare un bilancio della serata, per noi che arbitrariamente assurgiamo ad arbitri.  Da quel poco che abbiamo sentito ci pare di rintracciare alcuni tratti comuni ai poeti che vogliamo mettere in evidenza. Tutti i componimenti – o quasi – mostrano di avere un sostrato culturale comune che nasce dalla somma delle immagini veicolate dai mezzi espressivi con cui chi scrive viene a contatto: il cinema, le letture,  la musica. La nostra prima visita alla Bookique ci aveva mostrato che i nuovi poeti non leggono molto di poesia – per loro stessa ammissione – ma si lasciano ispirare dalle parole dei cantautori e dal mondo che essi rappresentano. Spesso è la musica pop a ritornare in questi versi; non necessariamente tramite richiami espliciti ma anche solo tramite immagini poetiche tradizionali rifluite in esso o da questo mediate. Non sono poche le lacrime versate, donne alla finestra, treni che corrono (corre corre la locomotiva), sfighe amorose… Altro frequente lascito del pop è l’atmosfera domestica delle poesie, a cui si lega un linguaggio quotidiano. Forse poiché quest’ultimo non viene sentito come poetico, viene tarlato da qualche arcaismo e patinato con arabeschi, nebbie di parole che a volte nascondono vuoti di senso. L’obiettivo rimane scrivere poesia, ma la poesia è fatta di rime, regole e difficoltà retoriche, da qui il tentativo di costruire una lingua poetica personale. Sul piano del lessico e della metrica si percepisce una volontà di originalità, ma è difficile essere originali dopo due millenni di poeti: ecco da dove arrivano i tratti in comune.  Qualche poesia ci ha ricordato alcune canzoni de I Pinguini tattici nucleari, altre Cosmo, altre ancora le atmosfere de I Cani. Ma alla fine dei conti un ceto poetico si distingue anche da questo, dal partecipare ad un linguaggio di immagini e contenuti comuni fra poeti e lettori. I poeti provenzali avevano preso in prestito il linguaggio della giurisprudenza feudale e tutti erano vassalli della propria donna; gli stilnovisti condividevano il fiorentino ed erano innamorati di angeli; i siciliani erano tutti scarsi, forse tranne Giacomo. I nostri poeti millenials condividono il linguaggio e le immagini, non solo fra loro, ma anche con i cantanti della stessa generazione. Una continua interazione più o meno consapevole tra linguaggi artistici e persone. Il risultato è la costruzione di una comunità attorno al Poetry Slam di poeti e spettatori che condividono emozioni e modi di rappresentarle.

Discorso a parte merita Luigi: complice l’età e il vantaggio dell’esperienza riesce a stupirci con giochi linguistici che non nascondono altra intenzione se non quella di giocare con la lingua e divertire. Il successo è assicurato: tra ditini assassini mangiati e vicende di Paperi strappa un sorriso a tutti. Ma Luigi non è un millenial e studia e scrive sui fumetti: non vuole fare il poeta.

Di questa serata rimangono le risate e la birra, ma soprattutto l’ambizione ancora viva nei millenials di provare a fare i poeti. Ancora c’è chi vuole vincolare al proprio testo le proprie emozioni, sperando di essere specchio per i futuri lettori – in questo caso ascoltatori. C’è chi si avvicina di più e chi di meno a questo obiettivo. Al di là delle rime, dei termini aulici e di ciò che tradizionalmente si crede faccia la poesia, importanza fondamentale ha il contenuto; e quello che hanno declamato i nostri millenials quella sera era proprio ciò che il pubblico si aspettava.

 

 

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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