Apologia di una generazione romantica

di Frescobaldi

Cresciamo leggendo Leopardi, convinti che la sua poesia più bella sia l’infinito, ma messi alle corde dalla realtà che cozza contro i nostri desideri non ci rendiamo conto che le sue parole più belle le ha consegnate alla Ginestra. Leggiamo i Simbolisti sui banchi di scuola, ed è facile sognare sulle traduzioni di Mallarmé, Rimbaut, Verlaine, soprattutto nei grigi prefabbricati scolastci prodotto tutto italiano. Ma quello che non ci raccontano, o meglio, i momenti della lezione a cui prestiamo meno attenzione sono – quasi scientificamente – quelli in cui ci viene spiegata la loro idea di poeta e poesia: il poeta veggente. Forse ci fa comodo pensare che seduti ad un bar di Parigi Verlaine ci avrebbe rivolto la parola, ci avrebbe portato nel suo mondo, fatto di metafore e giochi di lingua. Niente di tutto ciò, Verlaine – in una Parigi che ci piace immaginare bagnata dalla pioggia e illuminata dai caldi lampioni – ci avrebbe forse ascoltati per poi mandarci gentilmente a quel paese: il veggente è lui, non siamo noi, noi beneficiamo soltanto della sua clemenza.

Per quelli di noi che hanno continuato a leggere alla fine delle superiori ad attenderci al varco Foer, Chbosky e Volo. Convinti che il mondo sia quel grigiore che tanto sapientemente questi ed altri hanno costruito ci immergiamo nelle faccende quotidiane con i musi lunghi di chi ne ha passate tante e la sa lunga. Facciamo tesoro della lezione di Eco al nipote: in quanto lettori noi si che abbiamo vissuto mille vite, e altezzosi giriamo per la strada. Convinti che il nostro dolore sia inimitabile, le nostre difficoltà uniche, le nostre individualità irripetibili, fumiamo ai crocevia guardando di sbieco i passanti.

Per chi invece ha preferito il cinema alla lettura il destino non è stato meno crudele: da Inception a Captain America il protagonista rimane l’individuo unico, imperscrutabile che ne ha passate tante. L’eroismo è individuale, la rinascita quasi anaffettiva. Eroi postmoderni – che poi postmoderni che significa? – ci destreggiamo pronti a salvare gli altri, ma solo per guarire noi stessi. Per non parlare di Amour, alla fine alla moglie il sapore del cuscino sarà piaciuto?

Se poi ci si è gettati nella musica per crescere e fortificarsi – gli anni dell’adolescenza sono da sempre i peggiori (chiedetelo a Maria pare le sia apparso addirittura un angelo) – il panorama è desolante: da Calcutta e I Cani ai Beatles è sempre l’individuo che deve Let it be. Forse avremmo dovuto ascoltare con più attenzione l’invito di Jagger and Co. e proporre di Let’s spend the night togheter al/la nostro/a pischello/a. Ma alla fine a mettere ansia è l’immagine di sè, come canta Contessa in Hipsteria o Il riflesso allo specchio di Cosmo.

Generazione delle citazioni decontestualizzate e da usare per rimorchiare al bar o, molto peggio, sotto le foto di Facebook, abbiamo coltivato un culto della nostra persona che al confronto Stalin è veramente uno sciocco. Sognamo di fare i calciatori, ricercatori, giornalisti e fotografi, ma solo di fronte a una platea pronta ad applaudire i nostri risultati. Bulimici di attenzioni non ci accorgiamo di quanto le nostre biografie ben coreografate siano solo un’insieme di stereotipi molto noioso.

Senza rendercene conto navighiamo tra le ore del giorno ripetendo le litanie del Romanticismo, quello vero, quella famosa civiltà culturale che ci fanno studiare, ma sulle note di Uno su mille ce la fa – ma gli altri novecentonovantanove stronzi? Convinti che l’individuo sia misura del tutto racchiudiamo tutto in noi stessi, senza renderci conto di non esistere se non almeno in compagnia di altre due persone. Già perché un medico o un economista, o perfino Captain America, messi ipoteticamente in una stanza isolata, senza porte e finestre, non sono di certo medico, economista o Captain America. Ci deve essere almeno un testimone, addirittura due (magari il primo era ubriaco) o uno da salvare e uno che filmi e posti su Facebook l’accaduto per Captain.

Continuiamo a recitarci questo mantra di individualismo, a fare di noi isole, a cavarcela da soli, sordi agli altri e ai testimoni che ci danno ragione di recitare, o che forse volevano solo fare da comparse, si sarebbero accontentati di così poco! Lo facciamo sulle assi lignee di un palcoscenico ben costruito: i lavori per realizzarlo sono iniziati alla fine del Settecento e si sono arricchiti dei vari Calcutta, Foer, Captain America. Solo che il Teatro quando cresciamo comincia pian piano a svuotarsi – si sa dopo un po’ questi spettacoli diventano noiosi. Allora forse ci accorgiamo che abbiamo sbagliato qualcosa. Ma intanto abbiamo allontanato, votato, scritto libri (per lo più pessimi), in due parole fatto danni. Soprattutto cresciamo convinti che le nostre azioni abbiano ripercussione solo per un individuo. Eppure in teoria per prove ed errori si impara, capita anche alle scimmie. Come potevamo però fare diversamente? Siamo cresciuti così e si sa che gli uomini somigliano più al loro tempo che ai loro padri, per fortuna dico io. Ogni tanto qualcuno alza il ditino, come direbbe Giunta, e la fa da moralista, stasera tocca a me, ma potrebbero non esserci repliche: il teatro è quasi vuoto.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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