Scrivo ma online

di Alessia Colle
Se si volesse fotografare la situazione contemporanea della scrittura, l’editoria occuperebbe solo una piccola parte dello scatto, come il dito indice che un fotografo distratto ha messo davanti all’obiettivo. La massima parte della nostra fotografia raffigurerebbe invece la scrittura
online.
È un dato di fatto verificabile da chiunque sia iscritto a un social network che proprio le piattaforme sociali sono il luogo prediletto per la pubblicazione dei propri scritti. Per quanto questa situazione possa sembrare banale e ovvia, occorre invece prendere atto del fatto che essa costituisce la fase terminale di un processo storico: sin dagli albori dell’età moderna uno dei grandi problemi degli scrittori è stato quello di trovare un editore che pubblicasse quelle pagine che, di per sé, non sono certo un libro. La Casa Editrice, in quanto ente che materialmente cura la pubblicazione e la diffusione di un’opera, ha grande potere su di essa; questo fa sì che neanche una volta che lo scrittore sia stato assunto cessino i conflitti che contrappongono quest’ultimo all’editore. Basti pensare al grande interventismo dell’editoria che tra Ottocento e Novecento ha favorito la nascita di frequenti ostilità con chi desiderava vedere pubblicata la sua opera così come l’aveva scritta.
Il problema principale, per lo scrittore, resta comunque quello di trovare un editore. A partire dal momento in cui Internet è diventato uno strumento di massa, aggirare questo problema non è stato affatto difficile: se all’origine dell’era dei computer non era infrequente vedere blog in cui gli scrittori si raccontavano, dall’avvento di Facebook, Instagram, Twitter e simili, anche chi non aveva nessun interesse a scrivere è stato irrimediabilmente travolto in questo circolo vizioso. Sì, perché anche postare una battuta di due righe che è stata inventata di sana pianta da chi la pubblica si può definire ‘scrittura creativa’. La complicazione cui non pensa l’utente che posta la sua creazione per guadagnare likes è che ora la suddetta creazione è di dominio pubblico: chiunque può riprodurla, citarla senza il nome dell’autore, ri-postarla come sua. Una complicazione che, di fatto, sembra però non dispiacere troppo a chi interpreta questa ri-pubblicazione o, se vogliamo, questa condivisione, come un segnale del successo della sua opera. Chiesa, nell’indagare il futuro della critica testuale in parallelo con l’informatica, fa notare che, paradossalmente, questo processo in qualche maniera riproduce quanto avveniva nel medioevo, in cui il concetto di autorialità non era poi così importante.
A mio parere, però, gli scrittori moderni dovrebbero essere un po’ più lungimiranti: se la loro
battuta di due righe – o componimento poetico, ancora meglio – pubblicata sui social
senza firma dovesse favere un successo strepitoso e inaspettato, centinaia di migliaia di
likes e altrettante condivisioni, tanto da attirare l’attenzione di un editore che, distrattamente, nella sua ricerca dell’autore incappasse nella persona sbagliata, magari un semplice ‘condivisore’, e gli proponesse di pubblicare con la sua Casa Editrice… non è probabile che l’autore vero poi griderebbe al plagio, o perlomeno si mangerebbe le mani per l’occasione persa? È un rischio che si può correre per qualche like?
La soluzione è banale; evitare i social, se si volesse davvero diventare scrittori. Altrimenti, se il sogno nel cassetto non è quello, continuare a postare non fa male: i likes alzano l’autostima.
Ciò che è bene che gli scrittori oggi capiscano è che la pubblicazione ‘tradizionale’ non è qualcosa di
antiquato, sbagliato, anti-democratico – se si volesse parafrasare, ancora una volta, Chiesa: l’editoria ha l’importante compito di selezionare il materiale di qualità e questo a rischio di apparire un nemico per lo scrittore. La pubblicazione online non si può considerare una scappatoia perché, di fatto, genera una dose eccessiva di materiale che va contro quelli che sono i fondamenti della pubblicazione tradizionale, tramite editore, producendo qualcosa che pubblicazione non è.
Senza nulla togliere all’importanza che i social network e Internet in generale hanno nella nostra società, alle grandi possibilità che offrono nel campo della comunicazione e dell’informazione, sarebbe bene capire che creare e pubblicare è un’altra cosa. Sta agli scrittori comprenderne il valore.