IL PRESIDENTE AMERICANO HA GLI OCCHI A MANDORLA

“Come nella fisica di Newton la gravitazione è la forza che produce il movimento, così la legge dell’opinione pubblica è la gravitazione universale della storia politica.”

In questi termini Ortega y Gasset definiva  per approssimazione una legge universale della relazione tra società e politica. In linea generale, quest’ultima non potrebbe muoversi senza un flusso (incosciente) che la sospinga verso regioni future, ma non necessariamente ignote o inimmaginabili, del divenire storico. Se allargassimo i termini della nozione ad una categoria istituzionale o a culture politiche estranee all’orbita delle democrazie occidentali, sarebbe lecito chiedersi se sia possibile ritenere coerente al quadro delineato dal filosofo spagnolo il caso della Cina, a pochi mesi da un Congresso che promuove a pieni voti i cinque annni di leadership del suo capo. E se, in fin dei conti, Pechino non stia macinando consensi non soltanto entro i suoi confini, ma anche e soprattutto nell’opinione pubblica dei popoli del resto del mondo, surclassando i competitors occidentali in Africa, Asia e nelle Americhe e insidiandosi perfino tra quelli del Vecchio Continente.

L’autoritarismo nelle forme di una brutale censura all’informazione e di una lotta senza quartiere all’opposizione politica potrebbero confutare la precedente ipotesi se si trascurasse che la ferrea disciplina di partito, che ha nel Presidente Xi Jinping un autorevole interprete, appare talvolta, al contrario, lubrificare gli ingranaggi di un sistema Cina già reso efficiente dalla potenza di  un pragmatismo vincente sensibilmente suffragato.

Ed è proprio nell’intento di fare incetta di ulteriori approvazioni tra le file del Partito che lo scorso 18 ottobre il leader della RPC si presenta ad una platea di 2.280 delegati con una serie di progetti ambiziosi.  Nel discorso di 3 ore e 23 minuti rivolto nella Grande Sala del popolo egli illustra un programma che volge a rendere la Cina un “paese socialista prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso”.

Ai fini di una panoramica completa dell’agenda di Xi, procederemo considerando due piani di analisi: quello della politica interna e quello della politica estera di Pechino. Verificheremo quindi come il tradizionale autoritarismo domestico si intreccia a strategie di espansionismo economico (e militare) in netta discontinuità con l’eredità maoista della Repubblica popolare.

 

 

1) Sul piano interno il Presidente cinese procede nell’epurazione costante dei membri del partito rievocando una strategia aggressiva non molto lontana dalla fobia dell’era maoista. Anzi, è probabilmente l’esclusione subita (e condivisa con il padre) sotto il periodo del Grande Timoniere (Mao) a forgiare in lui quasi per reazione lo stesso spirito autoritario di quest’ultimo. D’altronde, la figura dell’attuale leader emerge nel palcoscenico del PCC (Partito comunista cinese) proprio quando l’èlite cinese è in cerca di profili forti idonei a spegnere con decisione la montante contestazione intestina. Nel 2012 egli riesce così a restaurare la direzione del presidente uscente Hu Jintao, presa di mira dai radicali delusi dall’immorale e inaffidabile neoliberismo messo in campo a partire dal secondo millennio (del 2001 è l’ingresso della Cina nel WTO). Xi stronca l’ascesa del capo dell’opposizione, Bo Xilai, che viene così infangato insieme a sua moglie (Gu Kailai) dagli scandali di corruzione e abuso di potere, fino alla condanna all’ergastolo dei due in uno storico processo nel marzo del 2012. Il 15 novembre di quell’anno Xi è eletto Segretario del Partito comunista cinese, nello stesso giorno è nominato capo della Commissione militare centrale e infine l’incoronamento formale a Presidente della Repubblica avviene il 14 marzo dell’anno successivo. Nella persona del Presidente neo-eletto si riafferma il comando di un’ala moderata che cerca di guadagnarsi nuovamente l’appoggio del resto del partito conducendo una campagna totale contro la corruzione. Nella caccia tanto alle “mosche” quanto alle “tigri” Xi Jinping riesce a dimissionare circa 100 mila membri, in chiara analogia con la linea rigida dell’Armata Rossa sotto la Rivoluzione Culturale. E’ la strategia del consolidamento del potere: egli crea comitati sovra-ministeriali volti ad eludere  le istituzioni esistenti di decision-making, a comiciare dal Central Leading Group for Comprehensively Deepening Reforms; in secondo luogo non mancano le censure alle agenzie di stampa e la repressione delle opposizioni, come testimonia il pugno di ferro sulle proteste di Hong Kong nel 2014; infine, egli si circonda di una nomenklatura di fedelissimi, nominando ai veritici del Comitato permanente del Polibturo colleghi del periodo  di governo di Hong Kong e Macao e rinfoltendo quelli dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) con compagni delle regioni dello Shaanxi e del Fujan. Accade dunque che nell’ottobre 2016, mentre il Primo Ministro Li Keqiang acquisisce un ruolo sempre più marginale, il Segretario Generale viene nominato dal Comitato Centrale “core” leader (nucleo del Partito), affiancandosi per importanza alle figure di  Mao Zedong, Deng Xiaoping e Jang Zemin.

 

2) Ciò detto, se è vero che in Cina Xi incarna quasi alla pari l’istinto aggressivo di memoria maoista, nelle relazioni con gli altri Stati egli sa tuttavia conciliare coraggio e temperanza, in una sintesi che coglie ad un tempo le novità introdotte nell’era di Deng Xiaoping (1976-93) sotto le forme del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

E’ dunque nel frangente internazionale che il Presidente della RPC diffonde il pensiero individuato come fonte del largo consenso che lo posiziona meritatamente nel firmamento dei leader cinesi più amati di tutti i tempi, e che dunque ci riconduce, lo ricordiamo, all’osservazione di Ortega y Gasset – laddove il suo consenso è capace di superare perfino i confini nazionali ed espandersi in tutto il globo.  Nel discorso rivolto al XIX Congresso del Partito Comunista Cinese, Xi chiarisce i punti della sua ideologia, incorporata nella Costituzione del PCC e sposata da una larga maggioranza del paese.  “Il Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” è una sorta di upgrade della politica della “porta aperta” battezzata da Deng Xiaoping quarant’anni fa,  una posizione densa di contenuti ideologici con richiami al passato e propositi per il futuro: coscienza e lungimiranza, questo  il binomio che consigliamoai lettori di tenere presente al momento delle conclusioni finali. L’intenzione è far rivivere il “sogno cinese”, una “grande rinascita” che faccia definitivamente dimenticare il secolo buio iniziato con le guerre dell’oppio e terminato con la guerra civile, e che vada verso un 2049 (centenario della RPC) di grandezza e prosperità. Il mantra è quello dell’ “hezuo”, la collaborazione: nel rispetto dei valori di convivenza armonica sanciti dal modello confuciano, il Segretario Generale fa sua  la politica del “basso profilo” concepita da Deng, evitando gli scontri frontali (si ricordi la guerra con l’India o la tensione con Taipei) e prediligendo la cooperazione. Naturalmente, questo non preclude la strada verso altri obiettivi strategici laddove il pacifismo confuciano agisce da maschera alla realpolitik messa in campo in casi come le operazioni di peacekeeping in Sud Sudan, lo strategico stanziamento della prima base militare cinese all’estero nella Repubblica di Gibuti, le questioni relative alle isole di Diaoyu nel Mare Cinese Meridionale, o ancora, come nel caso che segue, campagne di espansionismo commerciale di stampo imperialista.

Il progetto in tal senso più esemplificativo è infatti senza dubbio quello della “One Belt One Road Initiative” (cd. “le nuove vie della seta” o “Belt and Road Inititative”- Bri). L’intento dichiarato al momento della proposta in Kazakistan nel 2013 è quello di rievocare i traffici commerciali che duemila anni fa permettevano l’accesso dell’Europa alla seta e alla porcellana della Cina di epoca Han, attraverso la costruzione e l’implementazione di reti ferroviarie che colleghino i punti più estremi dei due continenti e si diramino in Africa e in Russia; si aggiunga poi una nuova via, marittima, che passa da Singapore a Gibuti, dal Pireo (Venezia?) a  Lisbona fino all’America Latina. La realizzazione della Bri sarebbe innanzitutto una risposta a due problemi interni urgenti di ordine economico e politico: da una parte, l’esigenza di assorbire il surplus produttivo di acciaio e carbone; dall’altra, quella di risolvere la questione uigura, cioè l’annosa tensione con la popolazione musulmana turcofona filo-indipendentista della provincia occidentale dello Xinjiang, e quella tibetana, in via di scongelamento dopo il conflitto sino-indiano degli anni ’60. La necessità di  condivisione dei rischi economici derivanti da un’impresa costata alle casse della RPC già 50 miliardi di dollari, conduce poi il Segretario del Partito a fondare la Aiib (Asian Infrastructure Investment Bank), una banca che unisce 57 paesi e che rende pertanto realistico un piano di espansione economica che vede la RPC rincorrere il titolo di Impero sostanziale, in un dominio geoeconomico e geopolitico che ha da rinvigorirsi in Africa e in Estremo Oriente (ASEAN), e da affermarsi nelle regioni critiche dell’Asia centrale, del Medio Oriente e dell’Europa.

 

3) Il numero del 14 ottobre 2017 del settimanale londinese l’Economist intitola la sua prima pagina al “The world’s most powerful man”, con un primo piano da Rivoluzione Culturale di un Segretario con il suo consueto bonario sorriso. Xi sbaraglia la concorrenza dei leader occidentali con una serie di visioni coraggiose e lungimiranti supportate da un popolo che de gré ou de force segue la strada indicatagli. Malgrado la completa assenza di libertà (meriterebbe un discorso a sè stante l’inquietante monopolio esercitato sul servizio di comunicazione Wechat), la Cina di oggi conferma l’opinione di François Furet, presentandosi come un regime autoritario efficiente resistente a quelle cause minori che invece “corrodono, turbano, sconvolgono e paralizzano le democrazie [occidentali, n.d.a]”. Stando all’opinione di Toqueville, le fragili democrazie avrebbero infatti difficoltà a sostenere politiche estere coerenti e di lunga durata, esse sarebbero piuttosto in balia degli scossoni rappresentati dal fantasma del “signorinismo delle nazioni”, cioè il nazionalismo nella terminologia di Ortega y Gasset ne “La ribellione delle masse”. Se indossassimo nuovamente le lenti di Ortega, avremmo di fronte una “moltitudine” occidentale abulica davanti alle sfide del futuro, certa dell’impossibilità dell’uomo delle democrazie liberali sia di superarsi che di retrocedere, installandosi in un “definitivo presente”, salvo poi rendersi conto di crollare sulle proprie fondamenta (cfr.J.M. Guéhenno, “La fine della democrazia”). Dalla parte opposta, si erge una Cina “all’altezza della storia”: in un discorso, lo ricordiamo, di puro pragmatismo geopolitico, questa guarda criticamente al passato (“sogno cinese” senza l’aggressività maoista) per ambire ad un futuro di crescita e di espansione in un quadro che ricordi le tanto pacifiche quanto strategiche spedizioni esporative dell’ammiraglio Zheng He del 1400. Pechino si lascia allora alle  spalle l’ingenuo scetticismo dell’inquilino della Casa Bianca, il “sogno americano” si congela mentre più di 700 treni si apprestano a partire dallo Xinjiang alla volta dell’Europa.  Alla sua testa Xi, che nel Tpp e nel rinnovato impegno sugli accordi di Parigi sul cambiamento climatico, sceglie le vesti di paladino del liberoscambio e del mondo globalizzato.

D’altronde, nel marcato accento neo-liberista del discorso pronunciato da Xi Jinping al  47° Forum economico di Davos del gennaio 2017, risalta paradigmatica la caratura mondiale di quest’ultimo. Egli, con buona pace della controparte americana, così scopre le carte del soft power cinese: “dobbiamo dire no al protezionismo. Perseguire il protezionismo è come chiudersi dentro una stanza buia. Vento e pioggia possono pure restare fuori, ma resteranno fuori anche la luce e l’aria.”

Negli anni della Rivoluzione culturale, il libretto rosso di Mao popolò le librerie della gioventù cinese quanto degli intellettuali comunisti del blocco occidentale. Tra questi, Alberto Moravia, che opponeva allo squallido e alienante binomio consumo-produzione del sistema capitalista l’umana e pura austerità del modello cinese. Egli scriveva: “la Cina oggi è per me un’utopia realizzata, forse involontariamente, forse casualmente, non importa. È realizzata e io la prendo come esempio”. Che la Cina sia cambiata, e cioè abbia virato verso il capitalismo di stampo occidentale – scongiurando quindi le aspettative dello scrittore romano – lo dimostra poi il fatto che ad interessarsene non sia più solamente una certa porzione di sinistra, bensì quegli stessi ambienti che un tempo la combattevano oppure ne erano il bersaglio geopolitico, ideologico e morale.