Intervista a Dutch Nazari: L’amore è un (povero) trompe-l’œil

Amore Povero” è l’ultima fatica del rapper padovano Dutch Nazari che assieme all’amico e produttore Sick & Simpliciter, ha portato in lungo e largo per tutta la penisola. Categorizzare Amore Povero come un album che parla esclusivamente di amore sarebbe quantomeno riduttivo, dentro il disco infatti è raccontata una vita di provincia con tutte le sue sfumature. Si passa dai pezzi più cantabili e leggeri a quelli più impegnati con una semplicità ed una naturalezza disarmante. È facile ritrovarsi tra le parole del cantautorap, e le immagini che vengono sprigionate vanno a dipingere degli interessanti quadretti dotati di vita propria. Lo abbiamo incontrato allo Smart Lab di Rovereto prima dell’esibizione e con un bicchiere di vino abbiamo cominciato a chiacchierare…

Mi ha colpito molto la copertina dell’album, cosa dovrebbe rappresentare?

La copertina rappresenta una struttura fatta con dei fiammiferi: è una struttura impossibile, è un trompe-l’œil . Il fiammifero prima passa dietro ad uno e poi davanti all’altro … I grafici (Enrico Dalla Vecchia e Baco) che hanno disegnato tutte le grafiche dell’album, sono partiti dal concetto di fuoco. Elemento che in situazione di povertà massima ti permette di scaldare, di cucinare: di sopravvivere. Quello rappresentato però è anche il fuoco dell’amore che divampa; la struttura è semplice ma paradossale, irrazionale: così come può essere l’amore. Anche il fiammifero è legato un po’ a concetto di povertà, costa cento lire dal tabaccaio, ed è un po’ d’antan: una pratica che si sta perdendo.

Al proposito di fuoco la mia prossima domanda è collegata. Sono rimasto stupito dalla prima traccia dell’album: Proemio. Ci ho intravisto quasi un omaggio all’Inferno dantesco con le sue fiamme, ed al suo Primo Canto proemiale…

È proprio così! Il mio omaggio poi idealmente è esteso a tutta l’epica in generale. Nella prima stanza di un poema lirico avviene un’invocazione, il “Cantami o diva del pelide Achille” per intenderci… in realtà è lui che sta cantando, ma chiede alla dea di cantare. Alla base c’è un’idea estremamente interessante che nella cultura occidentale si è un po’ persa negli ultimi cento anni. Da noi oramai c’è in voga il “mito del genio”: ossia che tutto ciò che creo è frutto del mio lavoro e della mia sola testa; è un’ideologia nata in Europa tra fine ‘700 ed inizi ‘800 con l’avvento della società capitalista. Prima l’idea dell’ingegno personale non c’era, esisteva una concezione molto più affascinante e realistica: siamo tutti dentro ad un flusso culturale costituito da impulsi esterni differenti, che ci influenza e ci plasma. Sta a noi vedere come utilizzarlo, possiamo assemblare, ma per creare ex-novo nessuno ci può fare niente. E la metafora della dea sta proprio a dire quello: questo è il contesto culturale in cui mi pongo e quindi da lì “prendi le mie corde vocali nelle tue e fanne uno strumento di me”. Dal punto di vista dei contenuti è un brano che parla di tutto e niente che ha come intenzione quello per l’appunto di anticipare le ambientazioni del disco.

Come mai una scelta musicale così poco “popolare” se mi lasci passare il termine, e non hai deciso di adattarti alle esigenze di mercato?

La premessa a questa domanda è però quella di affermare che il pubblico non vuole un linguaggio ricercato… in realtà credo ci siano vari modi per ricercare un linguaggio: basti pensare a Tenco, lo scrittore più semplice in musica che ci sia mai stato eppure ha canzoni che cantiamo ancora adesso: perché si sente che c’è una ricerca dietro quelle parole. Non me la sono mai vissuta in questo modo qui, io utilizzo solo il mio linguaggio, la mia cifra comunicativa è quella. Non faccio la figura di quello che dice “freghiamo il mercato perché siamo fighi ed indipendenti”, non era mia intenzione… come non lo era quello di passare per l’acculturato di turno, l’epica omerica la si fa alle medie, credo sia cultura generale, tutti possono cogliere l’omaggio. Certe volte però c’è il rischio che alcune persone si vogliano sentire fighe affermando di essere solo in pochi eletti a capire e comprendere la mia musica. Invece secondo me quello che scrivo è in grado di parlare a più di quelle che uno possa credere… sicuramente sono formule complesse. Ti faccio un esempio: tra i miei modelli c’è Caparezza: uno che ha sempre usato formule estremamente complesse eppure fruibili, con ritornelli melodici, con contenuti compresi da tutti: il mio obbiettivo alla fine è quello!

Parlando proprio di Caparezza, in un’intervista di qualche mese or sono, Willie Peyote, tuo grande amico e collaboratore, definì il rapper pugliese un “non rapper”. Tu che idea hai?

Guarda, questa è una questione di cui abbiamo discusso molte volte (ride), io non sono d’accordo. È una vecchia polemica in seno alla scena hip-hop nel sostenere se Caparezza sia o meno rap… io credo che abbia iniziato nemmeno sapendo esistesse, nella sua geografia di riferimento, una scena hip-hop. Cosa che invece c’era quando io sono nato, insegnandomi che il rap è comunque inserito in un ambito culturale… mi ricordo sempre una vecchia barra molto famosa di Bassi Maestro in cui dice E alla radio cosa abbiamo adesso?\Caparezza e Frankie Hi-NRG no? Solo questo\Ok, tutto il mio rispetto\Ma questo è solo rap non Hip-Hop\E suona pure vecchio”. Non è la prima volta che viene accusato dalla frangia “più purista” del rap italiano. A me non ha tanto mai interessato il leghismo, il “tu” o “io”, il vero o falso… a me piace la mescolanza, la contaminazione per me è un valore! Lui lo ha sempre fatto, con i suoni che arrivavano dagli Stati Uniti ci ha unito la tarantella per dire, ed a me quella roba lì gasa un sacco (ride). Credo che Caparezza sia un rapper, lo fa in maniera serrata, con un sacco di barre, più di Noi a volte… ma soprattutto direi un po’… sti cazzi! Puoi chiamarlo rapper, puoi chiamarlo come vuoi, quella roba lì mi piace e credo finisca lì. A Gugi magari può piacere un po’ meno, non so, a me piace (ride).

L’etichettare le cose, secondo te, influisce sulla cultura musicale che una persona può avere?

Tantissimo! Questo disco qui, parliamoci chiaro, è andato molto bene anche grazie al fatto che siamo stati tirati dentro all’onda Inde… adesso va di moda e ci ha trascinato dentro, cosa che non fa di certo male o mi dispiaccia, credo però che bisogna darci il peso che merita. Le etichette servono per capire a spanne ma ognuno poi fa la propria musica, ognuno è diverso dall’altro… l’Indie nella fattispecie è un calderone dove c’è dentro di tutto: elettronica, jazz, hip-hop…

Che sia proprio il fatto di essere onnicomprensiva a renderlo un genere così popolare adesso in Italia?

Beh è una moda, e non so bene come funzionino le mode (ride), so solo che è una moda legata molto all’immaginario visivo: che va dall’occhiale di un certo tipo al vestirsi in un altro. A me interessa sinceramente la musica ed a parte la questione “visibilità” c’è dentro tantissima roba che mi piace e sono contento di trovarmici sinceramente…

Genere che va fortissimo un po’ ovunque, anche e sopratutto tra gli universitari. Al proposito di Trento, che rapporto hai con questa città?

Io a Trento ho praticamente scritto Amore Povero… ho scritto la stragrande maggioranza della musica mia uscita fino ad ora in realtà: mi ha senz’altro ispirato. Io poi mi sono trovato bene nonostante i luoghi comuni, come quello della noia. Si dice sempre “… a Trento non c’è mai un cazzo da da fare, che palle!”, sarà che sono più una persona che cerca i luoghi per le persone, più che per le iniziative che ci sono. Mi ci sono sempre trovato bene e credo che si siano tante cose da fare, basta alzare un attimo lo sguardo. Mi sono sempre trovato benissimo col fatto di avere il lago a dieci minuti, ad altri venti una montagna, la pianura a mezz’ora ed il mare a due ore: tutto è a portata di mano. Ho dei bellissimi ricordi legati a Trento: lì ci ho lasciato una parte di me.

 

 

 

 

Un ringraziamento speciale a tutti i ragazzi di Offset ed allo Smart Lab di Rovereto.

Francesco Filippini

Studente di Lettere Moderne e vicedirettore de l'Universitario

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