Giovani e (dis)impegno politico. Controindicazioni ad un confronto generazionale.

Ci siamo appena lasciati alle spalle quest’ultima campagna elettorale, e tra le tante suggestioni che essa ha suggerito, una – non nuova – è racchiusa nella frase: “i giovani non si interessano di politica”.

È un leitmotiv che non circola solamente durante le campagne elettorali, e che noi giovani sentiamo ripetere continuamente. Un’idea degli ultimi decenni che definirei pervasiva: non è confinata in determinati strati sociali o ambienti, ma è ormai invalsa nell’opinione comune, dall’uomo della strada fino al professore universitario. Convegni, incontri e libri trattano – più o meno approfonditamente – la questione, ed il bilancio finale è quasi sempre lo stesso.

La nostra appare come una popolazione giovanile (gli under 30) demotivata, che non studia, o come qualcuno ebbe a dire, di “bamboccioni”, che ignora del tutto la vita pubblica del nostro paese. Una massa di persone per cui il confine tra vita virtuale e reale è sempre più sfocato, che non ha percezione di ciò che la circonda.

Come per ogni luogo comune, anche in questo, si può rinvenire un fondo di verità. Non è dunque un caso se la politica, come si può leggere nell’indagine Demos dell’ottobre 2017, è scivolata all’ultimo posto nella classifica degli aspetti più importanti nella vita, scomparendo del tutto dalle prime posizioni nelle fasce d’età fino ai 60 anni circa[1].

Tuttavia, non si può generalizzare e non tentare una analisi più profonda.

Il sociologo Ilvo Diamanti, analizzando questi dati su la Repubblica, parlava, riferendosi a quelle dei giovani, di “passioni tiepide”, ossia di passioni vissute alla luce del disincanto, del realismo e con una buona dose di distacco[2].

Certamente tiepide non erano le passioni della “generazione dell’impegno”, ossia – per intenderci – quella che ha vissuto attivamente le contestazioni del sessantotto.

Il 2018 è un anno ricco di ricorrenze storiche: un secolo fa si festeggiava la firma dell’Armistizio che poneva fine alla Prima Guerra Mondiale, settant’anni fa entrava in vigore la nostra Costituzione repubblicana e pochi mesi dopo vedeva la luce la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo dell’ONU. Tra le tante ricorrenze, c’è anche quella dei cinquanta anni del sessantotto.

Fu un periodo epocale di mobilitazione studentesca: un’intera generazione si ribellava alla “generazione dei padri”, che imponeva loro certi modi in cui comportarsi, una certa idea di società e un certo modo di parlare fondato su vecchie retoriche[3].

Fu un vero e proprio fenomeno socioculturale, che interessò non solo l’Italia, ma anche molti altri paesi occidentali dalla Francia (a partire dal cosiddetto “maggio francese”) fino agli Stati Uniti.

Il sessantotto italiano però ha presentato peculiarità che lo hanno contraddistinto da quello degli altri paesi: durò infatti ben oltre il 1968, trascinandosi per gran parte degli anni ’70; gli studenti, forse ingenuamente, cercarono di fare “fronte comune” – termine che ci (ri)porta indietro a quegli anni – con i lavoratori, in particolar modo gli operai. Grandi intellettuali dell’epoca presero posizione, schierandosi a favore o contro il movimento, a cominciare da Pier Paolo Pasolini[4] con il suo famosissimo intervento su l’Espresso, e quindi Moravia, Montale e Bobbio, il cui figlio era coinvolto in prima persona nelle contestazioni.

Per quasi dieci anni, occupazioni, assemblee e manifestazioni di vario genere (che, non di rado, sfociavano in violenza) erano all’ordine del giorno nelle principali città italiane. Comunque, i giovani dell’epoca erano ben decisi e rivendicavano a gran voce le proprie idee nell’ambito dell’Università e dei rapporti sociali, dalla liberazione sessuale allo smantellamento delle gerarchie.

In quanto fenomeno transnazionale, i giovani subivano anche l’influsso degli assetti politici internazionali contemporanei, e in particolar modo della Rivoluzione culturale cinese che si consumava in quegli anni. Ciò portò talora ad un certo grado di confusione, e ad atteggiamenti naive – che oggi ci strapperebbero un ghigno di derisione –   che contraddistinsero eventi come quello che Paolo Meli[5] racconta in un suo recente articolo: discussioni lunghissime, sulla necessità o meno di bruciare i libri, tenute dagli studenti presso la Facoltà di Lettere della Sapienza.

Da questa sintesi emerge il quadro di anni controversi, che da un lato furono di vera rottura, preparando la strada a grandi conquiste sociali e civili (basti pensare alle riforme su famiglia, divorzio e aborto che seguirono quegli anni), e dall’altro, carichi di esaltazione ed affettazione nei modi di fare e di pensare.

Il lato che più mi affascina di quegli anni è la percezione che non ci fosse un confine netto tra agire privato e politica: ognuno faceva, in un certo senso, politica. I giovani, in buona parte, si sentivano socialmente engagé, avvertivano la loro vita come pienamente inserita in un contesto sociale che criticavano aspramente, ma dal quale non si chiamavano fuori (almeno nei fatti). Anche l’arte e la musica risentirono di questi influssi: Bob Dylan e i Rolling Stones ne sono la prova.

Lorenza Carlassare, professoressa emerita di diritto costituzionale presso l’Università di Padova – spesso presente in talk show televisivi per la sua enorme autorevolezza di costituzionalista – in un suo recente articolo[6] in cui ricorda gli anni del sessantotto dal punto di vista di chi sedeva dietro la cattedra, chiude affermando che “gli studenti sono diventati di nuovo indifferenti alle questioni politiche e ai problemi sociali. Sono diventati la massa che, in fondo, a chi governa piace molto avere”. Le parole della Carlassare, non appena lette, mi hanno colpito molto, tanto da spingermi a scrivere una lettera alla professoressa per chiederle ulteriori chiarimenti; la risposta non si è fatta attendere, ed ella mi ha spiegato come i giovani siano oggi indotti a non esercitare una propria coscienza critica principalmente a causa del ruolo ritagliato alla cultura “ridotta a mercato” e come tutto ciò sia agevolato da “connessioni, videogiochi, ecc.”

Ammetto che in un primo momento mi sono trovato quasi del tutto d’accordo con la professoressa Carlassare, ma poi a ben vedere, sono giunto a conclusioni diverse. Penso che si faccia un errore in partenza a paragonare due momenti storici così diversi come il sessantotto e il periodo in cui viviamo mettendoli sullo stesso piano.

Gli anni del sessantotto li considero l’inizio di un processo di trasformazione che ci ha portato a ciò che siamo oggi: l’inizio di una lunga serie di emancipazioni, di lotte (di cui non si pone in dubbio l’utilità) di liberazione personale, sfociate nell’individualismo dei giorni nostri. Erano comportamenti figli del proprio tempo, atteggiamenti quasi dovuti considerata l’indole di noi giovani.

Quel periodo non è da intendere come momento di totale partecipazione e interessamento da parte dei giovani alle istanze sociali, alla politica, quasi come se un’intera generazione fosse intrisa di civismo, bensì momento di emancipazione dei giovani e in seguito delle “masse”: la palingenesi del paradigma dello stare in società.

Questo processo era in realtà dettato e reso possibile solamente dal contesto più ampio di cambiamenti che attraversavano i paesi occidentali che finalmente si erano completamente rialzati dai colpi inferti dalla seconda guerra mondiale. Gli standard socioculturali delle società occidentali non erano più al passo con i forti mutamenti imposti dall’economia e dai nuovi assetti internazionali, e i giovani erano i soggetti perfetti per cogliere e mettere in evidenza tali cambiamenti.

Oggi, probabilmente, viviamo in una situazione analoga a quella che precedette gli anni del sessantotto: stiamo – così dicono – abbandonando gli anni della recessione economica; le tecnologie informatiche, ampiamente sviluppate, modificano sempre più il nostro modo di vivere in società; gli equilibri mondiali dall’Occidente stanno spostandosi inesorabilmente verso Est. Insomma, assistiamo a veri e propri sovvertimenti mondiali.

Se tutto ciò porterà ad un sessantotto 2.0, questo sarà profondamente diverso dalla versione originale: questa facile previsione, se vera, ci mostra di per sé come non è possibile valutare l’impegno politico attuale dei giovani semplicemente mettendolo a confronto con quello di 50 anni fa, bensì bisogna calarlo nel più vasto contesto storico e culturale attuale. Ciò apparirà strano soprattutto a coloro che, in prima persona, hanno vissuto o anche solo assistito a quegli anni di straordinario fermento.

Così come la politica di oggi è irriconoscibile se messa a confronto con quella degli anni ’60, la stessa cosa si può dire della partecipazione, ed è ora di abbandonare i discorsi dell’”era meglio quando”.

 

 

Sitografia & Bibliogrfia:

[1] http://www.demos.it/2017/pdf/4523report_-demoscoop56_sito-_giovani-_ottobre_2017.pdf

[2]http://www.repubblica.it/politica/2017/10/30/news/no_a_politica_e_religione_per_i_giovani_e_l_era_delle_passioni_tiepide-179732808/

[3] Giorgio Bocca, Storia della Repubblica Italiana, 1982, pp. 174-175, cit.

[4] http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/?printpage=undefined

[5] V. Paolo Mieli, “Militante e giornalista”, su MicroMega 1/2018, p. 64

[6] V. Lorenza Carlassare, “In cattedra dalla parte degli studenti”, su MicroMega 2/2018, p.61

Vincenzo Rischitelli

Studente di Giurisprudenza presso l'Università di Trento. Associate Editor della Trento Student Law Review. vincenzo.rischitelli@studenti.unitn.it

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