L’italiano della canzone (Indie)

Di Cielo e Tante Léonié

Nel 1958 Modugno intonava le parole scritte da Franco Migliacci al festival di Sanremo. Sulle note della sua canzone nasceva la tradizione della musica leggera italiana. La canzone era Nel blu dipinto di blu (Volare, quella che vi cantano quando rivelate di essere italiani fuori dal suolo natio).

Penso che un sogno così non ritorni mai più
Mi dipingevo le mani e la faccia di blu
Poi d’improvviso venivo dal vento rapito
E incominciavo a volare nel cielo infinito
Volare oh, oh
Cantare oh, oh, oh
Nel blu dipinto di blu
Felice di stare lassù
E volavo, volavo felice più in alto del sole
Ed ancora più su
Mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù
Una musica dolce suonava soltanto per me
Volare oh, oh
Cantare oh, oh, oh
Nel blu dipinto di blu
Felice di stare lassù
Ma tutti i sogni nell’alba svaniscon perché
Quando tramonta la luna li porta con sé
Ma io continuo a sognare negli occhi tuoi belli
Che sono blu come un cielo trapunto di stelle
Volare oh, oh
Cantare oh, oh, oh
Nel blu degli occhi tuoi blu
Felice di stare quaggiù
E continuo a volare felice più in alto del sole
Ed ancora più su
Mentre il mondo pian piano scompare negli occhi tuoi blu
La tua voce è una musica dolce che suona per me
Volare oh, oh
Cantare oh, oh, oh
Nel blu degli occhi tuoi blu
Felice di stare quaggiù
Nel blu dipinto di blu
Felice di stare quaggiù
Nel blu dipinto di blu
Felice di stare quaggiù
Con te

Due sono le componenti principali di una canzone: il testo e la musica. Nel nostro caso il testo di Migliacci non è altro che una lunghissima metafora: l’amante guarda negli occhi dell’amata e sogna di volare nel blu delle iridi. La metafora rivisita un tema trito e ritrito: gli occhi dell’amata sono un cielo in cui specchiarsi – quanti di noi si sono dichiarati dicendo i tuoi occhi sono un cielo. Ma mentre ci specchiavamo pochi di noi si sono visti volare come Migliacci/Modugno. La metafora è fatta di singole parole e la scelta di queste non è casuale. Migliacci sceglie parole dell’uso, non vocaboli ricercati: il mondo scompare, non svanisce; il cielo è blu, non azzurro…

Scindere musica e parole sarebbe pretesa assurda, come lo sarebbe il voler analizzare un testo cantato come fosse poesia. I marcatori di fine verso – parliamo come mangiamo, le rime e gli a capo – sono in relazione con i marcatori musicali (riff, motivi ripetuti, accordi). Le parole possono stonare rispetto alle note o accompagnarle in armonia. Nel caso di Nel blu dipinto di blu il testo è piatto, caratterizzato da onomatopee, monosillabi e molte ripetizioni (le parole in rima sono sempre le stesse). L’effetto finale è comunicare emozioni a chi ascolta.

Da quel Sanremo ad oggi ne sono passati di anni e il panorama musicale è cambiato, e non poco. Sulla spinta dell’esempio di Modugno si è sviluppato tutto quel filone lirico-musicale che ci ha portato ad ascoltare meraviglie come Nek, Laura Pausini ed Eros Ramazzotti. Li possiamo apprezzare o disprezzare, ma la Pausini fa concerti in tutta l’America Latina. Ci tocca ammettere che una certa risonanza l’hanno avuta.

Accanto alla “tradizione” della musica leggera corre la tradizione della musica impegnata: da De André a De Gregori, passando per Fossati (solo per citare le scuole genovese e romana). Nelle canzoni di questi ultimi il testo è più ricercato, evocativo più che narrativo.

Oggi i palchi però se li stanno conquistando i vari Calcutta, Thegiornalisti, Levante e chi più ne ha più ne metta. Da Latina a Verona la conquista è stata veloce, inaspettata e invasiva: per Arisa nessuna speranza. Forse vale quindi la pena spenderci due parole.

Calcutta, al secolo Edoardo d’Erme. Chi non ha mai sentito o canticchiato almeno una volta Cosa mi manchi a fare alzi la mano – e non fate gli alternativi, ammettetelo.
Il fenomeno Calcutta si inserisce all’interno del genere indie; e il punto è proprio questo, da quando si può parlare di genere riferendosi all’indie?

Siamo negli anni Duemila e l’indie fa la sua entrata in scena in Italia con la creazione di numerose etichette discografiche indipendenti. I Tre Allegri Ragazzi Morti fondano quella che si può considerare l’etichetta capostipite: La Tempesta Dischi.
A questa altezza l’etichetta indie è un contenitore di generi i più disparati, i Baustelle propongono il loro pop d’autore e gli Afterhours sono ormai visti come il passato.
Dal 2000 al 2010 il passo è breve, I Cani mettono due pezzi su YouTube nascondendo la propria identità e attirando l’interesse dei canali radiofonici e del pubblico, così facendo aprono le porte della quotidianità alla canzone indipendente.

Veniamo al punto. Quello che c’interessa veramente è capire come abbia fatto Calcutta a trasformarsi da semisconosciuto che apriva il concerto de I Cani a modello per quelli che sono venuti dopo di lui. E quello che ci interessa ancora di più è capire come il suo modo di fare musica e di scrivere testi possa influenzare il linguaggio quotidiano e la nostra percezione del mondo.

Non vogliamo fare i catastrofici della situazione. Se Calcutta scrive che «fuori è notte e mangia il buio col pesto e che non gli piace ma lo ingoia lo stesso», non finirà il mondo­­­­, ma sicuramente il ritorno così prepotente della quotidianità di chi «lava i piatti con lo Svelto» potrebbe andare ad alterare quell’immaginario collettivo riguardo temi di portata universale quali l’amore, la felicità, la tristezza…

Questo prepotente boom della quotidianità e del guardare il mondo esterno dalla propria cameretta non fa altro che riportare prepotentemente l’io lirico al centro della canzone e rendere questo io lirico tramite di conoscenza. Della funzione poetica del linguaggio se ne sono occupate più discipline. Un approccio interessante ai fini del nostro discorso è quello cognitivista, con capostipite Jakobson: secondo questi la lingua della poesia sarebbe segnata da elementi conosciuti e sconosciuti, al lettore. Gli elementi conosciuti creano immersione e condivisione, gli elementi nuovi creano invece un senso di attesa e di “poesia”. Un lettore che si aspetta di leggere dei versi vuole suoni, e quindi parole, diversi da quelli del parlato, rari. In presenza di questi elementi soddisfa la sua attesa. Scrivere del quotidiano complica le cose per chi ha aspirazioni liriche: come faccio a rendere interessante e poetico il divano della mia cameretta?

Con questa tensione fra parlato e quotidiano nei testi e ambizioni poetiche si spiega il tentativo di elevare il quotidiano attraverso costruzioni astruse, arabeschi linguistici. Perché il livello fonico di un testo non è dettato solo dalla scelta delle parole ma anche dagli equilibri fonosintattici, da come le parole si combinano in frasi e le frasi fra loro.

Fuori è notte, mangio il buio col pesto
Non mi piace ma lo ingoio lo stesso
Dai non fa niente, mi richiamerai da un call center
E io ti dirò
Lo sai che io ti dirò
Uè deficiente
Negli occhi ho una botte che perde

I versi evidenziati esemplificano bene questo processo. Ma l’ascolto di una canzone fa si che l’orecchio dell’ascoltatore sia bombardato in una sola volta dal testo; le parole di Calcutta diventano così difficilmente comprensibili e il testo, impossibilitato a comunicare, evoca. Per questo non facciamo caso a una grammatica svilita, scorretta e piena di anacoluti.

Ma quali sono le conseguenze di questo di modo di cantare? C’è forse da preoccuparsi? In precedenza avevamo accennato all’eventualità che il modo di cantare di Calcutta potesse influenzare il nostro modo di esprimerci e pensare. In effetti il linguaggio è costituito necessariamente di significante e significato, due facce della stessa medaglia. Il significante sono le lettere e i suoni che compongono la parola, il significato invece è il concetto che sta dietro. A livello più ampio possiamo disegnare degli insiemi, i campi semantici; questi sono realizzati da gruppi di parole. Facciamo un esempio: per esprimere l’idea di amore possiamo utilizzare parole che ci rievochino quell’idea – cuore, bacio, carezza, rosso, passione. Il significato quindi non è solo legato alla parola: le parole infatti vanno a costituire la frase e, in relazione con altre parole, assumono un nuovo significato o completano il proprio. Un esempio? “Ti amo”, diventando “ti amo da impazzire” approfondisce la natura del sentimento.

Tornando a Calcutta, il suo modo di costruire i testi è dettato più da necessità foniche e musicali che comunicative. In questo modo finisce con il sacrificare la complessità testuale: pochi sono i connettivi, poche le subordinate. La coordinazione e l’accumulo di frasi sono l’unico modo che il nostro Calcutta conosce di accostare materia fonica. Sì, fa della voce uno strumento (come dice del resto in un’intervista con Contessa de I Cani), ma i suoi testi hanno capacità evocativa solo per come suonano le parole, non per ciò che significano. Un modo di fare molto lontano da un qualsiasi De André, o aspirante tale. La canzone impegnata e cantautorale è forse morta, seppellita negli anni settanta. Perché comunque Calcutta in questo suo modo di fare ha un illustre predecessore, un certo Battiato. Il siciliano interrogato infatti sul suo modo di scrivere testi rispondeva:

«Quando si intende adattare un testo alla musica si scopre che non è sempre possibile. Finché non si fa ricorso a quel genere di frasi che hanno solo una funzione sonora. Se si prova allora ad ascoltare e non a leggere, perché il testo di una canzone non va mai letto ma ascoltato, diventa chiaro il senso di quella parola, il perché di quella e non di un’altra. Per capire bisogna ascoltare, serve animo sgombro: abbandonarsi, immergersi. E chi pretende di sapere già rimane sordo»

Ma le pretese di Battiato erano ben diverse: a un testo comunicativo andavano aggiunte frasi dettate dalla necessità musicale, Calcutta piega invece il linguaggio rendendolo mero strumento musicale, suono, distruggendo così la sua funzione comunicativa e nutrendo di frasi senza senso il lessico dei ragazzi. Aspettiamo con ansia qualcuno che si dichiari dicendo: «mi prenderò un gelato con il tuo sapore».

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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