I meme sono salvi (per ora)

In questi giorni, mentre siete presi dallo studio per gli esami di Luglio, una cosa vi avrà irritato moltissimo, più del caldo e dell’assenza dell’Italia  ai Mondiali: Wikipedia fuori uso. Questa enciclopedia libera, scritta da milioni di volontari ed esempio della rivoluzione culturale e sociale che ha portato il web 2.0 negli ultimi vent’anni, è stata  la nostra ancora di salvezza  nei momenti più cupi, in cui avevamo bisogno di una rapida panoramica di un argomento un po’  difficile o di cui non sapevamo nulla prima dell’esame, o – nel mio caso – è stata fondamentale per decifrare il linguaggio grottesco con cui  i giuristi scrivono i manuali di diritto. La protesta è stata organizzata contro la direttiva europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale. Per due giorni Wikipedia Italia, seguita da altri Paesi, ha oscurato le sue pagine in segno di protesta. Su Twitter si è diffuso rapidamente un hashtag ad hoc: #SaveYourInternet. Ma perché si è mobilitato il web europeo?

I primi giorni di Luglio sono stati i più caldi da quando il dibattito su questa direttiva europea finalmente è entrato nella discussione pubblica,  anche grazie all’iniziativa di Wikipedia di questi giorni.  Gli articoli controversi erano l’11 e 13 della direttiva.

Il primo prevede una sorta di “tassa per i link” –  come è stata definita dai detrattori della direttiva – da far pagare alle piattaforme più importanti come Google e Facebook per poter linkare i siti di notizie. L’idea nasce dal confronto tra editori e le grandi piattaforme web. Come riporta Il Post, i primi accusano Google e gli altri di mostrare i loro contenuti attraverso le anteprime sugli aggregatori di notizie o nei social network, senza averne il permesso e senza offrire ricompense in cambio; i secondi dicono che buona parte del traffico verso i siti di notizie deriva proprio dalla pubblicazione delle anteprime e di altri elementi degli articoli negli aggregatori.

Il secondo articolo – il 13 – rende direttamente responsabile la piattaforma per i contenuti pubblicati dagli utenti – spingendo queste aziende private (Facebook, YouTube, Twitter e compagnia) a utilizzare dei sistemi di filtraggio per tutti i contenuti pubblicati, col rischio evidente di portare ad una grave limitazione della libertà d’espressione. Inoltre,  secondo molte associazioni e professionisti del settore,  potrebbe portare a radicali cambiamenti nel modo in cui  siamo abituati a navigare in Rete, minacciando la libera circolazione dei contenuti online e comprimendo così numerose libertà fondamentali. L’articolo 13, inoltre, richiede l’adozione di misure da parte delle piattaforme per garantire il funzionamento degli accordi conclusi con i titolari dei diritti per l’uso delle loro opere. I toni catastrofici dei detrattori ovviamente non si basano su dati empirici o analisi scientifiche ma sono frutto di un’analisi dei contenuti della direttiva. La cosa che più preoccupa, infatti – oltre alle misure contenute negli articoli sopracitati – è la vaghezza e la contraddittorietà di alcune disposizioni a causa delle numerose rielaborazioni del testo avvenute nelle sedi europee nei mesi scorsi, frutto ovviamente del compromesso tra le varie parti. Secondo molti, quindi, la necessaria riforma del copyright si è persa per strada e le modifiche successive hanno snaturato l’obbiettivo della direttiva. Dalle ultime righe del comunicato della Commissione Europea in cui si  rassicura Wikipedia emerge quanto questa vaghezza di contenuti e di obbiettivi  sia pericolosa. Per il momento,infatti,  l’interpretazione  di queste norme  è a favore di realtà come Wikipedia – che lavorano  usando le Creative Commons e si distinguono ad esempio da Youtube per il fine non commerciale.  In futuro, però, il testo della direttiva potrebbe essere letto anche in modo diverso, penalizzando o limitando la produzione di contenuti. Come hanno fatto notare alcuni giornali e molti giovani sui social, nelle categorie di contenuti a rischio potrebbero rientrare anche i tanto amati meme poiché  possono includere frammenti di film, serie tv, programmi televisivi opportunamente modificati per diventare virali. Novità che ha generato il panico tra i nativi digitali, innamorati di questa forma di comunicazione online. L’iniziativa di Wikipedia e degli attivisti contro la direttiva è stata sostenuta da numerosi associazioni e gruppi per i diritti civili e digitali, compresi Electronic Frontier Foundation, Open Rights GroupCenter for Democracy & Technology. La protesta ha avuto successo e ieri alle 12 il Parlamento Europeo a Strasburgo ha votato contro l’avvio dei negoziati fra Parlamento, Consiglio e Commissione Ue. Il testo tornerà ad essere esaminato e votato alla prossima sessione plenaria. Tutti rimandati a Settembre quando – a ridosso della sessione autunnale – potrebbe esserci una mobilitazione ancora più ampia del web – e di Wikipedia – visto che tutti gli attori in gioco pare vogliano dare battaglia.

Giulia Castelli

Studio Giurisprudenza, ogni tanto scrivo. Fondatrice ed ex presidente dell'associazione editrice de l'Universitario.

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