Il crollo.

Non appena la polvere del ponte Morandi si è posata sul letto del Polcevera, sulle case, sulle vite spezzate e su un piovoso martedì d’agosto, sono scattate – automatiche – molte diverse reazioni: i soccorsi, innanzitutto. Uomini e donne lanciati verso quello strappo orrendo che hanno lavorato (e lavorano) giorno e notte per estrarre vittime da quelle macerie. Sono i protagonisti di un’immagine che abbiamo imparato a conoscere: vigili del fuoco, personale della protezione civile, poliziotti, divise di colori diversi che si aggirano tra le macerie.

A ben vedere, ogni generazione ha un negativo di quell’immagine ben stampato nella mente: per la nostra probabilmente è quella di New York, di quelle macerie lontane circondate da grattacieli; per i nostri genitori si tratta probabilmente dell’Irpinia, della Somalia o dei Balcani. I nostri nonni hanno ben in mente l’Italia devastata dell’immediato secondo dopoguerra. A quella prima immagine, poi, se ne sono sovrapposte molte altre: L’Aquila, il Centro Italia, l’Emilia, le tante piccole e grandi alluvioni da Genova a Messina, da Cuneo al Polesine. E molte altre ancora le abbiamo dimenticate.

Insieme ai soccorsi, sono arrivate l’incredulità e le recriminazioni. Questi sentimenti, umani in ogni loro aspetto, sono sempre più contagiati da uno spirito maligno, ostile e pericoloso, paragonabile a quello che guidava la caccia alle streghe in quelli che amiamo definire “secoli bui”. Uni spirito maligno ed ostile, dicevo, che rimarrebbe fine a sé stesso se si soffermasse nel ribollire profondo dei social ma che diventa nuova normalità nel momento in cui viene rilanciato da un megafono istituzionale. Ecco: avrete pensato tutti a Salvini, o a Di Maio, o a Toninelli. Sarebbe riduttivo fermarsi qui.

Certamente non ogni personaggio pubblico (sarebbe indice di miopia restringere il campo ai soli “politici”) è in grado di creare lo stesso effetto: un tempo, forse (ma forse sono affetto da quella brutta malattia che porta a vedere il passato come un po’ più luccicante del presente), rilanciare le recriminazioni profonde e irrazionali sarebbe stata la prerogativa di gruppi identitari, esponenti più o meno famosi di minoranze schiacciate ed ininfluenti in un dibattito pubblico più vasto, attento ed istituzionale, almeno nel linguaggio. Di Casa Pound, insomma.

Oggi, invece, quelle parole, quel linguaggio, sono passate dall’essere prerogativa di gruppi e gruppetti che galleggiavano tra il ridicolo e l’ininfluente per diventare l’ABC non solo (e non tanto) del governo ma di coloro che ci rappresentano, più in generale. E su questo cambio di marcia si innesta un altro aspetto di novità rispetto al passato: ad un certo punto, tutti quanti sono passati dall’essere rappresentanti numericamente minoritari di una popolazione composita e variegata e (così) capaci di modulare messaggi ed umori, all’essere (o al voler essere) essi stessi elementi di quel magma di pensieri, passioni (nel senso negativo di alcuni filosofi) ed umori abdicando al ruolo di mediatori, cuore della rappresentanza politica. Perché, francamente, indicare un uomo o una donna come rappresentante dei molti (e delle molte) voleva dire un po’ questo: non solo mediare gli interessi (che significa comporre interessi diversi, non negarne alcuni in favore di altri) affinché potessero essere difesi o fatti valere nel confronto che le altre parti del corpo sociale ma mediare anche gli istinti, le innovazioni, le paure e le convinzioni in modo da agire nel contesto pubblico per il bene comune.

Questo paradigma ideale ha mai davvero funzionato? Certo che no.

Guardiamo solamente alla storia repubblicana: la Costituente (che forse è stato quanto di meglio siamo stati in grado di produrre) era scarsamente rappresentativa dei ceti più poveri, delle minoranze etniche e religiose, delle donne. Per non parlare della comunità LGBT. Vero, era il 1945. Vero, quella minoranza rappresentata esprimeva le migliori manifestazioni del pensiero politico e giuridico dell’epoca. Ma è vero anche che quell’assemblea così profondamente aristocratica (nel senso etimologico del termine, ovviamente) ci ha regalato le regole del nostro vivere comune.

Già all’epoca era presente la retorica del popolo contro il palazzo: i qualunquisti del Movimento dell’Uomo Comune, la sinistra extraparlamentare ma perfino il Partito Comunista Italiano faceva proprio quel linguaggio. Dagli anni ’60 in avanti, però, quel linguaggio è esploso sia nelle forme belle e rivoluzionarie del 68, sia in quelle tragiche delle BR e del terrorismo nero. Gli anni ’80 hanno smorzato quella retorica, sia perché i Sessantottini sono diventati “il Palazzo” sia perché l’economia e il modello capitalista hanno definitivamente trionfato, mutando equilibri ed interessi interni al popolo stesso.

Siamo così arrivati agli anni ’90, che si sono aperti con Tangentopoli e con una pioggia di monetine che ha affossato (dicono) la Prima Repubblica. Dopo di che è arrivato Berlusconi, il potere della televisione e il popolo, da operaio e contadino, è diventato definitivamente audience.

L’ultimo tassello di questa evoluzione (?) è quello che stiamo vivendo oggi: internet, i social network, la condivisione minuto per minuto che ha portato all’abbattimento di certe barriere e di certi filtri. Tra questi, la caduta di quello della mediazione è stata particolarmente dolorosa. Se durante la Prima Repubblica quel meccanismo è perdurato si è anche profondamente deteriorato: la famosa crisi della rappresentanza, alla fine, è quella roba lì. Aver tradito la vocazione alla mediazione, all’essere strumento di rappresentanza, ha portato a far piovere le monetine, ai referendum del ’93, alla ricerca frenetica ed esasperata di un uomo forte che fosse anche il campione del popolo. Un unico nome capace di essere al contempo panacea di tutti i mali e motore immobile di ogni cura: non più strumento di mediazione ma soggetto agente del cambiamento spinto da un supposto supporto plebiscitario.

Così, nello spazio di un decennio, siamo passati dal popolo-audience al popolo-Rete e anche quel modello di uomo forte è andato fuori moda. Così sono emersi elementi diversi: le esperienze politiche nate insieme al popolo-Rete hanno riscoperto il concetto, a suo modo rivoluzionario ed affascinante, della democrazia diretta. Oggi credo si possa dire che l’hanno anche frainteso: immaginare che “fare democrazia diretta” significasse semplicemente usare internet ha corroso quel concetto, abdicando a qualsiasi forma di dibattito, soccombendo alle distorsioni che un uso poco attento di quello strumento può produrre (e, quindi, gli scandali attorno alle disfunzioni della “piattaforma Rousseau”, i problemi con gli hacker, le manipolazioni dei flussi di informazione, i troll e le fake news sono diventati parti del nostro quotidiano). La democrazia diretta è qualcos’altro.

Le altre esperienze, quelle figlie di quel processo vagamente abbozzato poco fa, hanno tentato di cavalcare l’onda: alcune ci sono riuscite, altre ne sono state travolte. Ed ecco allora che l’assenza di intermediazione (questa volta anche giornalistica) è quella che fa piovere sulle nostre teste una propaganda continua (sul tema segnalo un articolo di Steven Forti su Rolling Stone Italia e un post di Emiliano Rubbi, molto interessante) fatta di selfie, tweet, “mi piace”, dirette Facebook e una continua valanga di informazioni che, nello spazio di una giornata, spostano il dibattito su 4-5 temi diversi per i quali ciascun personaggio pubblico riesce a barcamenarsi su 2-3 posizioni anche radicalmente diverse. Al contempo, chi non è stato capace di aggiornare la propria immagine a questo nuovo mondo iper-accelerato non può far altro che accodarsi ed emulare un modello quantitativamente vincente ma qualitativamente abominevole, esprimendo così una sudditanza culturale assoluta e terminale.

Quindi, che fare? Questa confusione che si accompagna al crollo verticale (perdonerete la metafora banale) della rappresentanza testimonia l’abbandono di quel ruolo di intermediazione. Alcuni direbbero che è un bene, è la definitiva apertura della politica al popolo. Io non ne sono così convinto. Credo, infatti, che sebbene tutti possano (ed in una certa misura debbano) partecipare al dibattito pubblico, non tutti possano fare politica. Non c’entra, badate, il ceto sociale di appartenenza, né la scolarizzazione o l’appartenenza ad una cultura politica piuttosto che ad un’altra quanto, piuttosto, il discorso da cui sono partito. “Fare politica” è un mestiere che dovrebbe chiamare a sé donne e uomini capaci di rendersi strumento di mediazione, portatori di una vocazione all’ascolto ed al dialogo, creature mitologiche dotate di un naturale istinto di abnegazione e che si prestano a quel servizio con disinteresse. Poco importa se disoccupati, operai, avvocati od operatori dei call center.

Certo, è un animale mitologico quello che sto descrivendo. Ma possiamo sopportare ancora un dibattito come quello che si è scatenato dopo la tragedia del ponte Morandi?

Emanuele Pastorino

Studente di Giurisprudenza e membro dell'associazione Ali Aperte. Vivo a Trento, orgogliosamente come immigrato, da un po' di tempo.

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