Ricordando Mauro Rostagno

In un’aula Kessler stracolma, la giornata di commemorazione per i 30 anni dalla morte di Mauro Rostagno prosegue abbandonando il taglio istituzionale che ha tenuto nella mattinata (in cui sono intervenuti, tra gli altri, Chicca Roveri e Maddalena Rostagno) per entrare nel ricordo della lotta e dell’attivismo del sociologo e giornalista torinese. Un pomeriggio denso, introdotto da Marco Boato e caratterizzato da un’atmosfera rilassata, come fosse una rimpatriata di amici e compagni lontani da molto tempo: il programma prevede l’intervento di Adriano Sofri, presente al di là delle polemiche che hanno accompagnato l’annuncio della sua partecipazione, Peter Schneider, Enrico Deaglio e Claudio Fava, già candidato presidente per la Regione Sicilia.

Il destino di una generazione è il tema dell’intervento di Sofri e il suo discorso ruota attorno alla domanda retorica “che fine hanno fatto quelli del 68?”. Pur essendo retorica, il giornalista risponde subito a questo quesito: “non hanno ancora fatto una fine”, dice, “non tutti”. Ed ecco: chi ha già fatto una fine, nel racconto dell’ex leader di Lotta Continua, è diventato un punto di riferimento, un ‘eroe’. Per dare un contenuto a questa figura, Sofri utilizza la figura di Cesare Battisti, del suo martirio laico, come una metafora per la vicenda di Mauro Rostagno sottolineando un profilo a suo modo rivoluzionario: se è vero che le generazioni hanno un grandissimo bisogno di eroi, di martiri, di esempi, è vero anche che questi sono solitamente legati alla guerra, alla violenza. Il 68, invece, è stato il primo movimento, la prima generazione, in cui coloro che sono diventati eroi lo sono diventati in modo “pacifico”.

Questi eroi, solitamente, sono accomunati da una morte precoce: “chi muore precocemente lascia un segno diverso nel mondo che attraversa”, dice Sofri. E tra questi morti precoci, Sofri ne accosta altri due a Mauro Rostagno, persone che con la propria storia aggiungono sfumature all’idea dell’eroe pacifico: Alexander Langer e Alberto Bonfietti, morto come un privato cittadino in uno dei misteri più oscuri che costellano la storia di questo Paese: quello del volo IH870 del DC-9 I-TIGI dell’Itavia che volava da Bologna a Palermo e abbattuto su Ustica il 27 giugno 1980. Privata fu anche la morte di Alexander Langer, altro eroe pacifico di quella generazione: tuttavia, con la sua morte, Langer lanciò un messaggio. Infatti, nelle parole di Sofri,  il suicidio di Langer non è rappresentativo della volontà di dar lustro ad una lotta ma è piuttosto l’esito di una “stanchezza esausta”.

 

Diversissima è la vicenda di Rostagno: proseguendo il paragone con Battisti, Sofri ricorda una frase con cui Gaetano Salvemini, maestro e compagno socialista del combattente trentino, ricordava la sua figura: “Per un uomo come Battisti – e ogni uomo alla sua ora segnata – è certo che egli non poteva morire meglio di così: egli ha suggellata con la sua morte tutta l’opera della sua vita”. Sofri sente, in queste parole, risuonare l’intervento mattutino di Chicca Roveri, compagna di vita di Rostagno, quando ricordava che la scelta di fare giornalismo in quel modo, parlando di mafia, era una scelta folle ma che “Mauro non avrebbe potuto fare altro”.

Nella precipitazione finale della sua vita, questa specie di previsione della vicinanza della fine era presente. Una consapevolezza che, però, non è mai affiorata esplicitamente e nella quale – dice Sofri – non era sicuramente presente la volontà della morte: Rostagno era sicuramente pronto a morire per la sua lotta, ma non cercava deliberatamente quell’esito. “Sarebbe un pazzo e anche un criminale chi dicesse che la morte per mafia di Mauro Rostagno sia stata voluta“: è stato ucciso per mano mafiosa nella sua lotta al traffico della droga.

Nel ricordo di Schneider emerge l’energia, l’irrazionalità, la voglia di giocare di Rostagno, ma anche il dinamismo di quella “strana tribù” che trovò a Trento nel settembre del ’68. Il coraggio di Rostagno era tale come se fosse parte dei suoi istinti naturali: e allora, anche per questo, il trentennale della sua morte diventa un’occasione per celebrarne la vita e per celebrare quella generazione. Una sorta di memorial, “uno scambio di ricordi, una rivalutazione di noi stessi e un’occasione per rivalutare le condizioni che hanno portato a quell’omicidio”.

E, in questa rivalutazione, Schneider riprende una cosa che lo stesso Rostagno disse a Trento nel 1988:

Felicitiamoci per la nostra società di non aver mai avuto la chance di prendere il potere: sarebbe stata una catastrofe. […] Io nel frattempo sono convinto che il modello rivoluzione sia il modo meno desiderabile per un vero scambio. Ci vuole, a volte, ma non è desiderabile. Però abbiamo creato un nuovo modo di vivere che ha coinvolto tutti i rapporti con il mondo: tra uomo e donna, tra bimbi e genitori, tra cittadino e società, tra sesso e politica, tra Stato ed Europa. Era una seconda nascita, per tanti di noi, e si poteva anche dire una specie di rinascimento”.

Tutto questo porta all’attualità: quando adesso i frutti del 68 maturano anche in alcune – rare – aree del conservatorismo (“i nemici di allora”, nelle parole di Schneider) queste aree di potere cercano di indagare quali siano le tracce di quel movimento nel loro sistema culturale e di valori. In questo capovolgimento, Schneider sottolinea come “non siamo noi che dobbiamo scusarci per la protesta ma tocca a voi [ai conservatori, ndr] per esservi illusi che si poteva andare avanti dopo il fascismo e l’Olocausto nei panni dei padri come se nulla fosse. Adesso – e solo adesso – comprendono questo ragionamento, i conservatori in pensione“.

E, come a porre un contrasto tra questi conservatori ‘redenti’ e quelli ‘rampanti’, Schneider osserva come oggi siamo di fronte ad una fase profondamente diversa. Infatti, solo 50 anni dopo a quel movimento, a quella cesura nell’assetto di valori dominante, “i Salvini, i Trump, gli Orban hanno trovato un’arma efficiente contro il ’68 e contro gli spazi che noi abbiamo liberato: quest’arma è il nazionalismo e la mobilitazione contro i rifugiati”. Il loro successo è, nell’analisi di Schneider, l’esito di un continuo susseguirsi di campagne “contro” tese a sfidare quegli “spazi liberati” dal ’68 in tutto il mondo e che, oggi, hanno portato a riconquistarne alcune parti.

Spazi liberati anche dalla “fedeltà di Mauro al suo compito civile“: questo è evoluto negli ultimi anni, passando dal sentimento rivoluzionario a qualcosa di diverso, che si rispecchiava nella passione di Rostagno per la comunità di Saman e per la verità nell’indicare le vie della mafia per far entrare la droga in Sicilia. Questo coraggio è:

il semplice rifiuto di un individuo, di un eroe civile, di cedere davanti ad un potere corrotto e superiore. Naturalmente sapeva cosa stava rischiando ma forse voleva dire, a noi e a tutti: “certo, capisco che non tutti possano rischiare la loro vita per un impegno civile, ma a volte qualcuno deve farlo per dare speranza agli altri“.

Come a seguire la biografia di Rostagno, Enrico Deaglio, giornalista che da 38 anni impegnato nel raccontare la mafia, abbandona il racconto delle virtù di Rostagno – e, di riflesso, del 68 – per raccontarne la morte e i depistaggi che l’hanno preceduta e che ne sono conseguiti. “In questo, [Rostagno, ndr] è un tipico caso di omicidio e depistaggio siciliano”. Rostagno, attraverso la sua televisione e la comunità Saman, si stava battendo contro la mafia in un momento ed in un ambiente che ne negava l’esistenza: “la mafia è a Palermo, non a Trapani”. E proprio a questo mirava il giornalista torinese: la sua attività era rivolta a dare importanza alle vicende trapanesi, a mostrare i mafiosi nelle loro celle, a mostrare la realtà ai trapanesi. Questo, secondo Deaglio, portò al suo omicidio: fare giornalismo in quel modo, in quel luogo, dava fastidio perché lo scherno, la visibilità, l’interesse della popolazione per il fenomeno mafioso sono armi anche più potenti delle inchieste giudiziarie.

Infine, Deaglio descrive in cosa la vicenda di Rostagno consista nel “tipico caso di omicidio e depistaggio siciliano“. Come per molti altri omicidi di mafia, anche quello di Mauro Rostagno era attorniato dall’aura dell’omicidio, una serie di elementi tanto anteriori quanto successivi all’esecuzione che portavano a rendere possibili altre soluzioni, diverse dalla pista mafiosa: “l’avviso di garanzia che Mauro Rostagno ha ricevuto – assolutamente assurdo e senza senso – […] per l’omicidio Calabresi portò Mauro Rostagno ad essere un personaggio pubblico, portò ad essere guardato come un possibile terrorista, ad essere messo nel mirino, a calcolare le cose. Noi oggi sappiamo che vennero fatte indagini e che vennero fatti diversi incartamenti per incastrare Mauro Rostagno in qualche cosa dai Carabinieri i quali nel momento stesso del delitto, si trovano in una situazione in cui la soluzione alternativa alla mafia è possibile”.

Questo schema di depistaggi continuò per 2o anni: dopo di che, la verità emerge nel processo sia grazie alle prove balistiche e scientifiche che per la testimonianza di diversi pentiti. E quella verità, Deaglio la condensa in una frase:

“Mauro Rostagno è stato ucciso da Cosa Nostra in associazione con l’Arma dei Carabinieri per la difesa degli interessi di Cosa Nostra nel territorio di Trapani – perché dava fastidio la sua azione – in una decisione presa al vertice Cosa Nostra a cui presero parte il padre di Matteo Messina Denaro, per primo, Salvatore Riina, i Corleonesi, e il capo-mafia di Trapani che si chiama Vincenzo Virga […] il quale era socio in affari di Marcello Dell’Utri nella Fininvest ed è il fondatore del partito di Forza Italia nel 1994”.

Dopo Mauro Rostagno, in pochi hanno fatto quello che ha fatto lui e il motivo forse sta nelle difficoltà dell’essere giornalista in Sicilia: Trapani, negli anni, non è cambiata e la Sicilia presenta gli stessi gravi problemi. Uno dei motivi principali di questa inazione è emersa recentemente: il più grande editore siciliano, Mario Ciancio Sanfilippo (proprietario del quotidiano La Sicilia, delle due più importanti televisioni regionali e di un pacchetto consistente de Il Giornale del Mezzogiorno), ha avuto tutti i suoi beni confiscati nei giorni scorsi perché da 30 anni metteva il proprio giornale al servizio della mafia. Fino ad oggi, il sistema di potere medioevale che c’era nel 1988 non è certamente migliorata: “se tu mi chiedi cosa c’è adesso, a che cosa è servito, sono un po’ in difficoltà. […] La possibilità di continuare a fare depistaggi in Sicilia è una cosa clamorosa”, conclude amaramente Deaglio.

L’ultimo intervento del pomeriggio è quello di Claudio Fava: è un intervento accorato, passionale, che strega la sala.

“Se l’è cercata” è l’epitaffio che sta sulla storia di quasi tutti quelli uccisi dalla mafia, con una geometria di straordinaria efficacia, di grande modernità, di grande spregiudicatezza: la campagna di comunicazione che la mafia fa sui propri ammazzati ha bisogno di partire da questo. “Se l’è cercata”, come a dire: voi non c’entrate, fate parte della terra di mezzo, del popolo dei neutrali. Non abbiate a cuore né pena per la sorte di questo signore: l’imprenditore Libero Grassi, il prete don Pino Puglisi, il giornalista Mauro Rostagno, perché “se la sono cercata”. Per vanità, per vizio, per trasgressione, per eccesso di curiosità, perché hanno fatto un passo più lungo del necessario.

In questo sta il significato e la funzione del depistaggio, un’attività finalizzata a spargere opacità ben prima della morte del destinatario e che prosegue anche dopo: si tratta, come dice Fava, di una “scienza esatta” che si adopera a far sì che il morto di mafia sia “morto due volte”, che non manchi a nessuno. Il modo in cui si muore per mafia è l’esito di un teorema inappuntabile.

Il peccato per il quale è morto Rostagno non è stato tanto quello di raccontare la mafia ma di fare un racconto del sistema di potere e di ciò che rappresenta: la mafia è dunque ‘solo’ il braccio armato di un sistema di potere che opera salvaguardando gli altri pezzi di quel mosaico. Accendere la luce su una sua parte, come ha fatto Rostagno, significa porlo in pericolo e, dunque, determina una reazione.
A partire da questa constatazione, il deputato siciliano descrive il primo incontro con Rostagno: avvenne in occasione del processo sulla morte del sindaco Lipari, vicenda che “racconta la storia della Sicilia” e come tale andava raccontato. Il giorno in cui venne celebrato il processo, Claudio Fava è presente in quanto chiamato come testimone per via dei dettagli raccontati dal suo giornale in relazione al depistaggio che circondava quella vicenda. In aula si aspettava di trovare molti giornalisti, con telecamere e microfoni pronti ad immortalare quel passaggio fondamentale nella storia siciliana ma, una volta entrato, non c’è altro che la telecamera di Rostagno.
Dopo quell’incontro, con il senno del poi, Fava capisce che è nella scelta di interpretare il mestiere di giornalista con la dovuta curiosità per i fatti che accadevano, la ragione principale che ha determinato la morte di Rostagno.
Questo elemento trova, nell’intervento di Fava, un collegamento con alcune ‘mancanze’ presenti nelle commemorazioni di Rostagno: talvolta, infatti, viene meno lo sguardo del e sul presente. Fava vede questo elemento soprattutto in quelle geograficamente più prossime a quella vicenda: questo sguardo manca nel modo in cui la vicenda di Mario Ciancio Sanfilippo non viene raccontata né posta in contrasto con le modalità del giornalismo di Rostagno. Infatti, finché non affrontiamo la contraddizione che sta in questo silenzio e nella convinzione per cui queste vicende appartengono al passato, allora la vicenda di Rostagno rimarrà la norma. Non nella violenza ma nella solitudine che lo  del rischio che è comune a tutti i giornalisti che, come il bambino che punta il dito verso la nudità del re, si ostinano coraggiosamente a mostrare quel sistema di potere per quello che è.

E Fava conclude guardando all’oggi:

“Credo che noi facciamo un buon servizio a Mauro Rostagno se, ricordando come è morto e perché è morto, la solitudine professionale che lo ha esposto nel momento che raccontava ciò che chiunque, facendo il mestiere di giornalista, aveva il dovere di raccontare – la mafia come una parte integrante di un sistema di potere assai perfezionato. Sino a quando tutto questo accadrà noi rischieremo di perdere di vista la disponibilità a tenere la schiena dritta che in questo momento hanno centinaia di ragazzi […] che hanno scelto di fare questo mestiere pagati pochissimo, senza contratto, senza alcuna garanzia sul piano professionale e senza essere iscritti all’ordine, ma tenendo la schiena dritta. Ecco io credo che quella scelta, che è una scelta di vita e non solo professionale, tenere la schiena dritta e raccontare – nelle periferie dell’impero – gli inchini delle madonne e dei santi, è una delle belle eredità che ci lasciano quelli come Mauro Rostagno”.

Emanuele Pastorino

Vivo a Trento, orgogliosamente come immigrato, da un po' di tempo. Membro dell'associazione Ali Aperte.

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