Ritrovare un sentimento di comunità

Lo scopo della settimana dell’accoglienza secondo Giorgio Romagnoni – responsabile della sezione cultura del Centro Astalli.

 

In occasione della settimana dell’accoglienza abbiamo intervistato il Centro Astalli, che è una delle organizzazioni protagoniste dell’evento. In particolare abbiamo parlato con Giorgio Romagnoni che, entusiasta e disponibilissimo, ha risposto alle nostre domande, soddisfacendo le nostre curiosità.

Prima di entrare in merito all’evento, abbiamo voluto farci spiegare cos’è il Centro Astalli e quali sono i suoi obiettivi per meglio comprendere la grande importanza che eventi come la Settimana dell’Accoglienza hanno. Giorgio ci ha raccontato che il tutto nasce nel 1970, periodo della guerra del Vietnam e un grande momento per la Chiesa, in particolare per i gesuiti. Di grande rilevanza è stata l’opera del generale – titolo dei vertici dei gesuiti, come spiega Giorgio –  Basco. Quest’ultimo aveva già avuto un primo assaggio di cosa volesse dire essere profughi, da quali situazioni queste persone cercano rifugio e quali sono le difficoltà dell’essere un nolente “fuggitivo” della propria patria. Basco, infatti, aveva partecipato alla seconda guerra mondiale e aveva prestato servizio in Giappone, paese colpito dalla bomba atomica: questo fu l’evento che gli permise di avere un primo contatto ravvicinato con i profughi e il loro dolore. Nel ‘70, i profughi non sono quelli giapponesi ma quelli vietnamiti. Basco, memore della non tanto lontana previa esperienza, scrive una lettera ai gesuiti per sollecitare un’azione a sostegno dei rifugiati: dall’entusiasta reazione dei Gesuiti nasce il Jesuit Refugees Service e in Italia il Centro Astalli a Roma – l’unica città, all’epoca, in cui si poteva richiedere lo status di rifugiato. A Roma inizia, quindi, il primo servizio di sostegno per i rifugiati. Pian piano l’esperienza di Roma si espande a livello nazionale. A Trento la prima articolazione si ha a Villa Sant’Ignazio.

 

Il Centro Astalli si propone di creare un legame con la popolazione, perché sa bene che l’impegno collettivo può dare risultati più soddisfacenti di quello individuale. Ecco perché la settimana dell’accoglienza è così importante: questa offre l’opportunità di creare nuovi legami con la popolazione, nuovi canali di integrazione e di rinvigorire un sincero sentimento, forse da un po’ offuscato, di collettività e appartenenza alla comunità.

 

Il tema che il Centro, insieme con le altre organizzazioni, dovrà affrontare per la settimana dell’accoglienza è “Persone e comunità. Coltivare doveri e promuovere diritti”, che è stato particolarmente gradito – come ci racconta Giorgio – perché il Centro non si propone di essere a servizio solo dei richiedenti asilo, ma anche della popolazione trentina, dato che i primi sono destinati ad entrare a far parte della comunità trentina. Da qui la necessità di agevolare le relazioni tra essi, tenendo ben presente che “le persone non sono delle isole”. Bisogna mettere in evidenza, però, anche la bellezza di ogni singola persona e considerare l’essenziale suo apporto alla comunità; riscoprire cosa vuol dire stare in comunità e potremmo imparare come fare comunità proprio dai richiedenti asilo, nei confronti dei quali non bisogna avere un atteggiamento di pietismo – sottolinea Giorgio. L’accoglienza non è solo un dovere, ma è anche e soprattutto un piacere, un piacere che deve essere ritrovato: adempiere ad un dovere e quindi assumersi una responsabilità può diventare un piacere perché ci da l’occasione di incontrare l’altro.

 

Con questi obiettivi in mente, il Centro Astalli propone tre eventi: l’1 ottobre aperitivo musicale a casa San Francesco, rivolto essenzialmente agli universitari, perché in quel luogo vi sono molti richiedenti asilo studenti, e l’aperitivo potrebbe essere occasione di confronto e reciproco arricchimento; il 3 ottobre la Marcia in memoria delle vittime delle immigrazioni;  il 4 ottobre insieme alla SAT e alla Fondazione Museo Storico ci sarà, a Piedicastello, un momento di riflessione sulla fine della guerra, per ricordare 100 anni di profughi e tutti coloro che in quelle occasioni hanno aiutato e si sono ritrovate accusati di reati di solidarietà.

 

La marcia del 3  ottobre tra questi è l’evento che mira a coinvolgere tutti, grandi e piccini. Essa è giunta al suo terzo anno e ricorda quello che, il 3 ottobre 2013, accadde a Lampedusa, ben consapevoli che l’emergenza migrazione è crescente e dagli esordi di questo fenomeno si contano ormai decine di migliaia di morti. Quest’anno anche Libera apporterà il suo contributo, avendo notato la somiglianza tra questa giornata e la giornata in memoria delle vittime di mafia: perché le vittime, indipendentemente dal carnefice, sono sempre persone innocenti che muoiono.

 

Una delle cose che il Centro Astalli ha preparato per la giornata del 3 ottobre è una serie di tasselli di compensato con le forme e i colori del mare. Giorgio ci ha, francamente, detto che non vi è un vero significato dietro questi tasselli, nel senso che è difficile immaginarsi cosa possano effettivamente provare gli immigrati attraversando il mediterraneo nella speranza di salvarsi e di ottenere condizioni di vita dignitose, quando noi per viaggiare al più ci “scocciamo per la fila all’aeroporto”. Perciò, i tasselli sono un simbolo che dovrebbe trasmettere una verità alle persone: la verità di un mare di cui abbiamo allungato le distanze, pensando che fosse “il miglior muro che ci separa da luoghi in cui la gente sta male”. I tasselli devono essere raccolti dalle persone, affinché queste possano portarsi “un pezzo di mare dentro”, comprendendo che i numeri che l’UNHCR sono in realtà persone vere morte. L’obiettivo della marcia è impegnarsi, provare a fare qualcosa, anche se incerti degli esiti di questo qualcosa, ma la speranza che insieme è possibile modificare le cose sbagliate del Sistema non deve mai essere persa: è, infatti, la determinazione di persone che non hanno mai smesso di credere che anche il più banale dei tentativi di cambiamento è essenziale, ad aver davvero cambiato le cose.

 

Al di là della Marcia, il Centro Astalli prova ad essere ogni giorno partecipe di un tentativo di cambiamento. Ma, fa notare Giorgio, è difficile. Anzitutto perché la comunicazione è frammentaria in una società parcellizzata. Fare informazione è sì essenziale per far comprendere la differenza tra richiedenti asilo e clandestini e come si svolgono le procedure per l’ottenimento dello status di rifugiato, ma bisogna considerare che una mera attività di divulgazione e informazione non è sufficiente in una società in cui si sente parlare di “profugo vacanziere”. Per Giorgio, le date sono più importanti dei dati: quest’ultimi sono, infatti, sterili e hanno poca presa sulla popolazione. Le persone sono attirate da immagini sensazionali, da qualcosa di tangibile. Vivere esperienze e farle vivere: raccontare le date importanti della vita di ognuno è il miglior approccio che possa aversi, perché permette la riflessione.

 

Un evento, molte associazioni e un unico obiettivo: creare un filo conduttore tra le persone che le unisca e faccia ritrovare loro il senso di comunità che negli ultimi tempi è andato perdendosi; comprendere che avere dei diritti non vuol dire predominare sull’altro ma coesistere con l’altro rispettandosi vicendevolmente; scoprire che il diverso è arricchimento culturale e realizzare, nelle tappe importanti della nostra vita, che i momenti più belli sono stati quelli passati a fare comunità, ad integrarci e partecipare concretamente in una società, rispetto alla quale millantiamo la nostra appartenenza. La dignità umana deve ritornare il nostro interesse preminente, perché “nessuno chiede si essere torturato, nessuno chiede di essere stuprato, nessuno chiede di morire di fame. Tutti chiedono giustizia” (Navanathen Pillay).

di Lorena Bisignano

lorena bisignano

Studentessa di giurisprudenza.

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