Midterm Elections for dummies: Donald Trump al giro di boa

A due anni di distanza dall’incredibile vittoria di Donald Trump, i cittadini americani torneranno alle urne martedì per le elezioni di midterm. Pur non avendo lo stesso fascino e la stessa copertura mediatica delle presidenziali, si tratta comunque di un evento politico che avrà importanti conseguenze per gli Stati Uniti e, di riflesso, anche per il resto del pianeta. Cerchiamo perciò di capire a cosa stiamo andando incontro.

Uno sguardo di insieme

Innanzitutto, il nome. Midterm è un termine informale solitamente tradotto con metà mandato. Il riferimento è, naturalmente, al mandato presidenziale quadriennale, ma è importante sottolineare fin da subito che queste elezioni non avranno alcuna conseguenza diretta sulla carica di presidente degli Stati Uniti, che rimarrà salda nelle mani di Donald Trump almeno fino alle elezioni del 2020. Ciò per cui voteranno i cittadini americani è, infatti, il rinnovo di oltre metà del Congresso (oltre che per una miriade di elezioni locali la cui importanza, su scala internazionale, è sicuramente secondaria). Attualmente, entrambe le camere sono in mano al partito repubblicano, anche se il margine al Senato è particolarmente risicato; per Trump sarebbe ideale riuscire a mantenere il pieno controllo sul potere legislativo, ma non sarà facile.

L’elezione alla camera

La Camera americana è composta da 435 deputati, ciascuno rappresentante un determinato distretto geografico. La divisione in distretti è fatta sulla base della popolazione; ciò significa che stati come il Wyoming e l’Alaska contano soltanto un rappresentante, mentre lo stato più popoloso, la California, ne ha più di cinquanta. Le elezioni avvengono secondo un sistema maggioritario: il candidato che prende più voti in un certo distretto ottiene il corrispettivo seggio alla camera. Uno dei problemi di questo sistema è sicuramente costituito dal gerrymandering, ossia il fenomeno per cui i distretti elettorali vengono artificiosamente disegnati allo scopo di favorire uno dei due partiti, cercando magari di concentrare più elettori avversari in uno stesso distretto in modo che sia più agevole conquistare la maggioranza negli altri. È un fenomeno bipartisan, ma si stima che la situazione attuale favorisca largamente i repubblicani, che in molti stati possono concedersi il lusso di prendere meno voti complessivi ma ottenere lo stesso più parlamentari. Il mandato dei deputati è appena biennale; i parlamentari attuali sono stati eletti contestualmente a Trump, due anni fa. I repubblicani hanno la maggioranza alla Camera sin dal 2010, ma secondo la gran parte dei sondaggi è probabile che ciò cambi in seguito a questa elezione; in molti distretti in mano ai repubblicani gli sfidanti democratici sono dati per favoriti.

L’elezione al senato

I senatori sono invece 100: due per ogni stato, a prescindere dalla popolazione. Il mandato dei senatori dura sei anni, ma non vengono eletti tutti insieme: ogni due anni si vota per rinnovare un terzo della camera. Quest’anno, perciò, le elezioni riguardano i 33 senatori eletti nel 2012; si terranno inoltre due elezioni speciali per riempire dei seggi rimasti vacanti in seguito alle dimissioni di due senatori eletti nel 2014. Quando Trump fu eletto, i repubblicani potevano contare su 52 senatori ed i democratici su 48; questo margine che si è però ridotto nel 2017, quando il senatore repubblicano Sessions fu promosso ad un incarico governativo e dovette lasciare il suo ruolo di rappresentante dell’Alabama. In quell’occasione il partito democratico riuscì a strappare una clamorosa vittoria in uno stato fortemente conservatore. Malgrado questo risultato e malgrado il trend positivo alla camera, sembra però difficile che anche il Senato possa cambiare colore. Dei 35 seggi in ballo quest’anno, i democratici ne detengono ben 26 e i repubblicani solo 9. Inoltre, l’elezione di sei anni fa era coincisa con la seconda vittoria di Barack Obama; era avvenuta, insomma, in un clima particolarmente favorevole per i democratici che avevano trionfato in stati notoriamente ostili (Montana e North Dakota, ad esempio) dove oggi i repubblicani partono favoriti. In altri termini, sono più gli stati che possono perdere che quelli che possono strappare ai conservatori.

Lo stato dell’arte

Come arrivano democratici e repubblicani a queste elezioni? Donald Trump è riuscito a strappare un’importantissima vittoria personale il mese scorso, quando il giudice Brett Kavanaugh è stato confermato alla Corte Suprema con un voto del senato malgrado le pesanti accuse di molestie sessuali mosse nei suoi confronti. Kavanaugh è un giudice molto conservatore, che ha rimpiazzato l’assai più moderato Kennedy; in altri termini, l’equilibrio della corte si è spostato decisamente più a destra. Inoltre, la giovane età di Kavanaugh dovrebbe garantire un vantaggio durevole ai repubblicani, poiché la carica è vitalizia. Ma da questo voto Trump ha potuto soprattutto saggiare la fedeltà e l’unità del suo partito, che ha votato quasi compatto un candidato piuttosto problematico (con un’unica defezione, quella della senatrice alaskana Murkowski, compensata però da un voto a favore di un democratico). In seguito a questa elezione, insomma, il partito repubblicano controlla entrambi i rami del parlamento, l’esecutivo ed anche il maggiore organo del potere giudiziario.

Allo stesso tempo, tuttavia, il presidente americano viene da due anni di instancabile opposizione da parte dei democratici, che hanno ottenuto dei risultati molto importanti in elezioni locali. Nelle ultime settimane Trump è stato particolarmente criticato per il tono ostile ed incendiario con cui parla dei suoi avversari politici; pochi giorni fa un suo fanatico seguace ha mandato dei pacchi bomba a numerose personalità di spicco dei democratici o a mass media e personaggi pubblici noti per le loro posizioni critiche nei confronti dell’attuale presidente, ed un altro terrorista di destra ha compiuto una strage all’interno di una sinagoga a Pittsburgh, in Pennsylvania.

Le sfide da non perdere

Molte elezioni saranno quasi una formalità; la politica americana è infatti estremamente polarizzata. Sarà quasi impossibile per un repubblicano vincere a New York o in Vermont, così come per un democratico vincere in Wyoming o in Mississippi; le attenzioni dei media si concentreranno perciò sui pochi stati in cui l’esito è molto incerto. Tra le sfide più interessanti:

  • I democratici possono ragionevolmente puntare a strappare ai repubblicani due seggi al senato, in Arizona e Nevada. Si tratta di stati tendenzialmente rurali e conservatori, dove però è sempre maggiore la presenza di elettori di origine latinoamericana (che in grande maggioranza votano per il partito democratico). Un altro stato dove la situazione è analoga è la Florida, dove il senatore uscente è però del partito democratico.
  • Al contrario, i repubblicani possono puntare a riguadagnare alcuni degli stati guadagnati dai democratici sei anni fa. In particolare, sarà molto difficile per i democratici mantenere il seggio del North Dakota: si tratta di uno degli stati più conservatori d’America, e la vittoria di Heidi Heitkamp di sei anni fa fu considerato un risultato a dir poco stupefacente e difficilmente ripetibile. Se i democratici riuscissero a mantenere il seggio in North Dakota, questo sarebbe un grosso campanello d’allarme per i repubblicani. Altri seggi in una situazione simile sono quelli di Montana e West Virginia, dove però i senatori democratici uscenti godono di una buona popolarità e del favore dei sondaggi.
  • In Texas il candidato repubblicano è il senatore uscente Ted Cruz, già candidato alle primarie repubblicane del 2016 e, pur non popolarissimo, uno dei pezzi da novanta del proprio partito. Il partito democratico ha invece candidato il giovane deputato Beto O’Rourke, che ha generato grande entusiasmo nell’elettorato progressista texano grazie al suo carisma e al suo modo di fare, che alcuni definiscono “presidenziale”. I sondaggi lo danno in svantaggio, ma viene considerato come un nome a cui prestare grande attenzione: pur rifiutando donazioni da parte dei grandi gruppi di lobbying, O’Rourke ha raccolto più soldi per la propria campagna elettorale di qualunque altro candidato al senato nella storia degli Stati Uniti.
  • Un altro volto del futuro è quello di Alexandria OcasioCortez, appena ventinovenne, che corre per rappresentare il quattordicesimo distretto dello stato di New York alla camera. La giovane, di origine portoricana, ha condotto una campagna elettorale assai di sinistra per gli standard americani ed ha sconfitto alle primarie Joe Crowley, un nome importante del partito che deteneva un seggio alla camera da ben nove elezioni.
  • Tra le elezioni minori, quelle più interessanti sono probabilmente quelle per i governatori di Georgia e Florida, due stati piuttosto popolosi con un forte divario tra le realtà rurali e quelle urbane. In entrambi i casi i democratici presentano dei candidati afroamericani che hanno delle concrete possibilità di strappare la guida dell’esecutivo statale ai repubblicani. Negli stati di Michigan e North Dakota, infine, si terrà un referendum per legalizzare l’uso della marijuana a scopo ricreativo, già legale in altri nove stati nonché nel vicino Canada.

Fonte iconografica: AP/Mark Lennihan, The Economist