La Terapia della Parola – Introduzione

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La parola è un prodotto tutto umano. L’atto di associare segni, visivi o sonori, al mondo che ci circonda è, di fatto, un’operazione arbitraria.
Ma noi non ci limitiamo a usare il linguaggio come veicolo dei nostri pensieri: noi pensiamo con il linguaggio. Di conseguenza, l’ambiguità di un termine denota intrinsecamente l’ambiguità dell’idea associata ad esso.
A questo si aggiunge un altro tipo di ambivalenza, che si pone su un livello più esterno: il dialogo. Pur ammettendo che si abbia ben chiaro il significato attribuito ad un certo vocabolo, niente ci assicura che sia inteso nello stesso modo dal nostro interlocutore. Alla luce di ciò, pensare e comunicare risultano due azioni piene di insidie, che posso facilmente condurre a fraintendimenti ed equivoci.
Ecco quindi emergere la radicale importanza di restituire alla parola la sua funzione prima: far chiarezza, definire. E la parola “definire” deriva dal latino “finis” (“confine”): la definizione avviene attraverso la (de)limitazione; A è A in quanto non è non A.
Ogni volta che ci accorgiamo che un nostro pensiero risulta confuso, o quando una discussione sembra girare a vuoto, dobbiamo fermarci e domandarci: quale significato sto dando a ciò che dico? Quali sono i confini di quel significato? E che significato gli dà il mio interlocutore?
Terapia della Parola si propone di prendere in esame alcuni termini di uso comune, ma ambiguo, di passarne in rassegna le varie accezioni, e di analizzare le conseguenti complicazioni, talvolta proponendo una possibile soluzione al problema, con l’obiettivo, appunto, di far chiarezza. In fondo, per dirla con Roberto Mercadini: “una delle grandi gioie della vita è avere le idee chiare”.

Marco Ghirlanda

Studente di Matematica presso l'Università di Trento, ha frequentato il liceo classico e il Triennio di "Batteria e percussioni jazz" presso il conservatorio di Verona. Si interessa di cinema, letteratura, logica e filosofia del linguaggio. I suoi fari intellettuali sono Immanuel Kant, Giorgio Gaber e David Foster Wallace.

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