Notti magiche: splendori e miserie del cinema italiano

Dopo la produzione americana di Ella and John, the Leisure Seeker, torna nelle sale Paolo Virzì con Notti magiche.
È la sera della semifinale Italia ’90, in cui gli azzurri affrontano l’Argentina di Maradona, e proprio nel momento in cui la nazionale sta perdendo ai rigori una macchina precipita nel Tevere, da un ponte.
La vittima è un noto produttore romano, Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), che si scopre essere morto prima che l’automobile cadesse nel fiume. Ad ucciderlo sono stati quei tre giovani sceneggiatori finalisti del Premio Solinas (Mauro Lamantia, Giovanni Toscano e Irene Vetere) impressi nella Polaroid ritrovata nella tasca del Saponaro, sostiene la ragazza coccodè, amante della vittima, Giusy Fusacchio.
Mentre l’italiano medio è assorto a vedere i mondiali, si dipana la vicenda dei tre sconosciuti sceneggiatori alle prese con registi “già bolliti”, miti del copione, divi del cinema in declino e in ascesa e produttori in rovina.
Sullo sfondo di una Roma inebriante, romantica, ma allo stesso tempo torbida e corrotta, Virzì fa un’analisi spietata del cinema italiano, senza risparmiare nessuno, neanche i grandi maestri del passato come Fellini o Scola.
La critica mossa dal regista livornese non è solamente diretta alle solite pellicole scadenti e senz’anima, ma anche nei confronti di quell’underground che si ritiene “impegnato”, talmente manierista e pomposo da sembrare una caricatura di sè stesso.
Lo sguardo disincantato sul panorama cinematografico italiano è affidato ad una serie di personaggi che rasentano la teatralità, come lo sceneggiatore Fulvio Zappellini (Roberto Herlitzka), i quali rivelano ai protagonisti un mondo molto meno sentimentale e idealista di quanto si aspettassero, fatto di compromessi, cavilli legali, volgarità.
Benchè Virzì non risparmi nessuno, Notti magiche rimane un film che celebra la settima arte in maniera spassionata, facendo continuamente allusioni, citazioni e autocitazioni. La stessa rappresentazione della città eterna è la Capitale de La Dolce Vita di Fellini, di Brutti Sporchi e cattivi di Scola e forse anche un po’ quella de La Grande Bellezza di Sorrentino.
Forse è proprio il citazionismo che si rifà al Truffaut di Effetto notte, o al più recente Bertolucci di The dreamers, che rende la pellicola geniale, infatti il manierismo voluto di Virzì è esso stesso un biasimo al meta-cinema di oggi e di allora.
Convincente è la prova attoriale di Mauro Lamantia, Giovanni Toscano e Irene Vetere, che si sono misurati con interpreti del calibro di Roberto Herlitzka o Giancarlo Giannini. Sotto la guida del regista sono riusciti ad esprimere al meglio lo spaesamento e la delusione giovanile rispetto ad un ambiente lavorativo vacuo e svenduto alla più squallida prosaicità.
Il toscano Virzì si è spinto, non per la prima volta, oltre la sua zona di comfort. Tornando consapevolmente ad una complessità minore dei suoi personaggi, a cui ci aveva abituati con gli ultimi lungometraggi, e accentuando il suo stile da commedia quasi teatrale, crea una pellicola di meta-cinema che difficilmente lascerà spazio ad un sentimento intermedio tra odio e amore.

erica turchet

Studentessa di Studi internazionali presso l'università di Trento

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