L’UniversiMario | L’Idiota

All’indomani dell’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, in Europa qualcuno si è svegliato sconvolto, e ha passato una giornata terribile. Altri si sono dedicati ancor più zelantemente alle proprie mansioni, forti della vittoria dell’arancione paladino sovranista. La silenziosa maggioranza ha espresso una blanda sorpresa, ha riso per un paio di minuti scarsi di fronte alle migliori gaffe del neo-leader del mondo libero, e infine ha ricominciato a fregarsene delle sorti d’oltreoceano.

Ci siamo dimenticati molto in fretta di “The Donald”. Il Vecchio Continente cade spesso vittima del proprio innato eurocentrismo: a fare notizia, nei Paesi europei, specie in Italia, non è quasi mai ciò che accade negli USA, ma la singola vicenda nazionale. I vari Salvini, Le Pen, Farage, Weidel, Wilders raccolgono più attenzione di Donald Trump, essendone le perfette copie calate, di volta in volta, negli specifici brodi nazionalpopolari. Tutto pare procedere normalmente: ogni tanto sui giornali e sulle televisioni passa il bel viso del Presidente e, mentre si chiacchiera dei suoi battibecchi con celebrità, autorità, avversari politici, delle sue minacce di bombardare un qualche altro Stato, dei suoi insulti alla stampa, ai giornalisti, al giornalismo, di suoi presunti ammiccamenti a formazioni razziste, neonaziste, suprematiste, lo guardiamo con un’espressione tra l’annoiato, l’incredulo e il divertito, come se fossimo noi gli americani, di fronte a un’immagine di Berlusconi.

Per noi Donald Trump è un idiota, e non riusciamo a prendere sul serio l’irritualità del suo mandato presidenziale. Incassiamo eventi storici come il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria con il riso e l’indifferenza, o li ignoriamo, perché il buffo e goffo fare del multimiliardario ci pare realismo magico, frutto non di una tornata elettorale, ma dell’immaginazione di un Haruki Murakami cui era improvvisamente venuta voglia di scrivere un romanzo sulle peggiori storture della terra a stelle e strisce. La politica non ci sembra un affare serio, quando un ricchissimo e famosissimo imprenditore e personaggio televisivo diviene l’eroica icona della rivolta popolare contro le classi dirigenti. Molti di noi, implicitamente, considerano Donald Trump un fatale sbaglio, un’inattesa e irripetibile deviazione della solita America. Ma quando crediamo che un trionfo od una sconfitta siano risultati di un errore, di colpi di fortuna o di sfortuna, siamo noi ad errare.

Negli Stati Uniti d’America le parole e le azioni del Presidente hanno risvegliato una vera e propria guerra civile, un conflitto tra due componenti inconciliabili della società americana. Se il Partito Democratico è ormai scivolato verso la rappresentanza di qualsivoglia minoranza etnica, religiosa, sessuale, oltre che della società borghese, urbana e multiculturale delle grandi metropoli, al Partito Repubblicano si è rivolto, per reazione, tutto il resto del Paese. Coloro i quali non vivono nelle città, né godono del privilegio di risiedere in una delle due Coste, si sono improvvisamente, per la prima volta, sentiti minoranza. Feriti, hanno attaccato rabbiosamente un nemico che, per anni, li ha disprezzati, dileggiati, ignorati. Non contavano per davvero, gli abitanti della “fly-over country”, di quei territori che la maggioranza degli americani vede solamente dal finestrino dell’aeroplano. Non li si poteva prendere sul serio: erano dei poveracci, dei bigotti, degli ottusi, degli arretrati. Erano “white trash”, spazzatura bianca. Erano degli idioti.

Eppure, coloro i quali, esplicitamente o implicitamente, noi degli ambienti universitari ci siamo, almeno una volta nella vita, trovati a definire “idioti” sono, pur confusamente, le figure più rappresentative del nostro tempo, l’era in cui, sulla rete, finalmente ognuno può farsi giustizia da sé. Su Internet, non esistono privilegiati o svantaggiati, perché ognuno gode dalla medesima condizione di partenza: si crea così un eterno Carnevale, dove ogni ruolo sociale si confonde, e gli oppressi possono vendicarsi, con lo scherno, dei loro oppressori.

La rabbia popolare, dopo la crisi economica, è cresciuta vertiginosamente, ed era esclusivamente questione di tempo prima che vi fosse una reazione di massa ad un paradigma economico e sociale che ha solamente aumentato, nella realtà, le diseguaglianze. Donald se ne è fatto forza: ha preso il suo reality show e lo ha portato dalla televisione via cavo alla Casa Bianca. Tutti gli americani, volenti o nolenti, ci stanno giocando. I suoi sostenitori, e non solo, si stanno divertendo. “The Donald” provoca quotidianamente, quantomeno in compartecipazione, ingiustizie, sofferenze, morti, ma gli schermi riescono ad edulcorare ogni dolore. Mentre la polizia compie quotidianamente atti di violenza nei confronti della comunità afroamericana, mentre una massa di disperati crepa al confine con il Messico, impazzano i meme su Internet e noi ci ridiamo sopra. Noi italiani, vivendola dall’esterno, la potremmo chiamare la “società del cinepanettone”, ma avremmo poco da scherzare, viste le tremende analogie con gli episodi di naufragio nel Mediterraneo.

Tuttavia, in una determinata accezione, Trump è veramente un idiota: non possiede capacità politiche di alcun genere. Non gode, perciò, di nessuna vera stima all’interno della Casa Bianca, nemmeno di quella del suo staff. Tempo fa, il New York Times pubblicò una lettera in forma anonima, scritta e spedita loro da un importante membro della squadra del Presidente a Washington. Malgrado l’autore rivendicasse le scelte politiche compiute dalla propria amministrazione, vi era, da parte sua, una chiara dichiarazione di intenti, anche a nome di molti dei suoi colleghi: “noi crediamo che il nostro dovere prioritario sia nei confronti della nostra nazione, e il Presidente continua ad agire in una maniera che è detrimentale per la salute della nostra Repubblica. Questo è il motivo per cui molti di noi delegati dall’amministrazione Trump hanno giurato di fare tutto il possibile per preservare le istituzioni democratiche, ostacolando gli impulsi più fuorvianti del signor Trump, finché non sarà sollevato dal suo incarico”.

L’incompetenza e l’inadeguatezza politica di Trump sono direttamente testimoniate dal recente “government shutdown” di cui si è reso protagonista, il più lungo della storia degli Stati Uniti: non più forte di un Congresso interamente a suo favore, avendo perso la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti in occasione delle elezioni di metà mandato dello scorso anno, il Presidente non è riuscito ad ottenere i 5,7 miliardi di dollari necessari per la costruzione di un muro al confine con il Messico, una delle sue promesse elettorali più celebri, dal fondo federale. La tradizione imporrebbe un cambiamento di rotta da parte del capo di Stato, che nella seconda parte del suo mandato, come generalmente accade, deve affrontare una feroce opposizione negli organi legislativi: invece di agire solamente in quanto esponente del proprio partito, dovrebbe trasformarsi in una figura bipartisan, per garantire il corretto funzionamento dello Stato americano. Donald Trump non ha, semplicemente, l’attitudine per farlo, e sta perdendo consenso al di fuori della sua fanbase. Non è riuscito ad addossare la colpa dello shutdown ai Democratici, e dunque è visto dai cittadini americani come il principale responsabile della cessazione delle attività governative, che sta mettendo in difficoltà il popolo statunitense. Un più abile politico sarebbe stato in grado di scaricare la colpa sull’opposizione.

 

Se “The Donald” continuerà a seguire la linea dura, perderà ampie fasce del voto di opinione, e alle elezioni del 2020 non gli basterà portare a votare i suoi sostenitori. Potrebbe aver irrimediabilmente compromesso i rapporti con il tradizionale elettorato Repubblicano, rappresentato dagli esponenti del GOP al Senato, con i quali il Presidente non mantiene rapporti idilliaci. Inoltre, la base Repubblicana è meno numerosa di quella Democratica, e già il voto popolare è enormemente a favore dell’asinello. Le sua speranze potrebbero volgere verso l’eventualità di gravi errori di valutazione dei suoi oppositori: la scelta del candidato per le prossime elezioni presidenziali sarà fondamentale, in tal senso, per il Partito Democratico. Scegliere per l’ennesima volta un candidato centrista, rappresentativo delle élite urbane di etnia caucasica, od esagerare con la propria audacia, candidando forzosamente una donna, un afroamericano o un’afroamericana, un ispanico o un’ispanica, potrebbero essere delle mosse controproducenti: andrà trovata una quadra per bilanciare il fisiologico bisogno di una reazione ad un governo reazionario e la altrettanto urgente necessità di recuperare la fiducia delle fasce di elettorato che nel 2008 e nel 2012 avevano votato Obama, ma nel 2016 si erano spostate verso Trump.

L’ipotetica futura sconfitta di Trump sarebbe molto probabilmente celebrata come la vittoria del progresso sugli idioti. È invece doveroso ricordare che la politica è conflitto, prima di tutto, di idee, valori, visioni: la disfatta del Presidente sarebbe frutto della sua personale impopolarità, e non della rinuncia alla retorica isolazionista, protezionista e ultra-conservatrice di quei cittadini USA che si sono rivolti, più di due anni fa, alla figura del multimiliardario. Il fenomeno dei populismi di destra, a dispetto dell’oggettiva incapacità di qualcuno dei suoi simboli, non ci abbandonerà facilmente. Sarà il pensiero reazionario a dover essere debellato: per far ciò non basterà mettere in cattiva luce i suoi sostenitori, dando loro degli idioti.

Mattia Guarnerio

ciao, sono mario. scrivo per l'universimario. sto sempre un po' nel mario. sono un bergamario, e quindi il mario non lo vedo molto spesso.

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