Siamo così indie

In principio era la Tempesta Dischi. E per me che sono di Pordenone (di dove? Si starà chiedendo la metà di voi) è un vanto. Uno dei pochi vanti di questa piccola città.
Già, perché è proprio da questa etichetta discografica, fondata nel 2000 da Enrico Molteni (bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti) che nasce l’indie italiano. È in questo periodo che si affermano sulla scena musicale italiana autori come Giorgio Canali, il Teatro degli Orrori, I Tre allegri Ragazzi Morti, gli Zen Circus, i Baustelle.
Fino ad allora non se li “filava” nessuno e loro stessi non erano intenzionati a farsi conoscere più di tanto. Per loro natura amavano suonare in luoghi piccoli, sperimentare e fregarsene della moda di allora.
Poi vennero le piattaforme tecnologiche come SoundCloud e Youtube e soprattutto arrivò Niccolò Contessa, dietro lo pseudonimo de I Cani, che caricò su di esse i singoli I pariolini dei 18 anni e Wes Anderson ed ebbe inspiegabilmente successo.

A distanza di 9 anni forse possiamo dire che Il sorprendente album d’esordio de I Cani abbia dato il via ad una rivoluzione musicale. La genialità di Niccolò Contessa è stata quella di capire per primo la potenza delle piattaforme online e della tecnologia come strumento per produrre musica: non servono case e sale discografiche per incidere, lo si può fare anche da casa, nella propria cameretta.
Ma Contessa probabilmente ha dato il via anche ad una rivoluzione culturale che tutt’ora è in atto e che, anche se per molti potrà sembrare un azzardo, assomiglia a quella che Tenco propose nel ’67 con la sua musica.
Mio padre dice sempre che nella storia della musica c’è un prima e un dopo i Beatles. Ecco, io credo che nel panorama della musica indie ci sia un prima e un dopo Niccolò Contessa. Tutto è cambiato dal 2010 e anche quel “Negroni che guadavi dall’alto e mescolavi”, andare al parco a leggere David Foster Wallace, le Lomo, le Polaroid così criticate in Hipsteria dagli stessi Cani sono poi diventate il feticcio di chi ama l’indie.

È così che l’indie da musica di nicchia, che si poteva sentire al Covo, al Magnolia, al Circolo degli Artisti o a Le Mura, che aveva un suo festival (il MiAmi), che combatteva per certi valori si è trasformato in pop o itpop, riempiendo Palalottomatica, Arena di Verona, Forum di Assago, partecipando a X Factor e a Sanremo. Su questa deriva possiamo solo dire che Calcutta che i Thegiornalisti abbiano avuto un ruolo chiave.
Prima di loro per indie si intendeva musica autoprodotta, che spaziava dal rock al cantautorato all’elettronica, oggi l’indie, oltre a essere un vero e proprio genere con una base anni ’80, testi pieni di citazioni e riferimenti alla cultura pop e underground è anche un modo di vestire e di vivere.
Sono tornate di moda le camicie a quadrettoni e quelle floreali, i sandali e i calzerotti, gli intellettualoidi amanti del cinema d’essai e dei libri di Murakami, gli occhiali da sole anche di notte, i long drink e le birre artigianali.
Questo genere è diventato una parodia di se stesso e gruppi come Le Coliche o admin di pagine come Hipster Democratici hanno ormai creato il mito di un Tommaso Paradiso costantemente ubriaco che usa l’indie solo per rimorchiare e di un Calcutta incappucciato che va al corso di bolognese con Coez.

Ma Negroni e bolognese a parte questa musica è riuscita a cogliere quello che forse solo i cantautori erano riusciti a trasmettere.
Dietro i testi apparentemente senza senso, quasi gridati al microfono o sussurrati senza alcuna intonazione di Calcutta, si cela il grido di disperazione e inquietudine di una generazione di Telemaco, di giovani precari in giro per il mondo, di noi studenti universitari che non vediamo profilarsi all’orizzonte un futuro certo, come quello dei nostri genitori, la cui unica libertà è quella di non lavare i piatti con lo Svelto e di chiedersi “esco o non esco”?
Il disincanto e la rabbia pervadono le loro canzoni “Arriveranno/ tempi migliori/ e noi saremo i fiori e sbocceremo là/ ma che ne sanno i nostri genitori/ di tutti i nostri amori/ e la precarietà”, cantano i Viito ,“abbiamo tutta la vita davanti/ sì, davanti a un bar!” urla Gazzelle con un’insolita vena di sarcasmo “siamo filosofi, operai, faccendieri e disperati/ cinghiali incazzati e io non sono un uomo, o almeno non ne sono sicuro” canticchiano in un ritornello molto anni ’80 gli Ex-Otago.
Parlano di amori (molto spesso finiti male), di precarietà del lavoro e della vita, di “coinquilini di merda”, di ubriacature, insomma, di vita di tutti i giorni, ma raramente si occupano di politica, perché come ha detto chiaramente Gazzelle in un’intervista, questa non si occupa di loro, perché i “giovani d’oggi non valgono un cazzo”.
Dietro la sua musicalità frivola e scanzonata questa musica è riuscita a fotografare la condizione giovanile odierna in cui tutto è fugace ed è inutile fare progetti futuri. Cerchiamo amori vuoti, che durino una notte soltanto, beviamo solo per ubriacarci, ci stordiamo con qualsiasi tipo di droga e facciamo festa fino all’alba, perché vogliamo vivere di attimi, l’unico modo che conosciamo per ottenere un minuto di quella Felicità puttana di cui cantano i Thegiornalisti ed evadere da quel sentimento di ansia che quest’epoca ci ha appiccicato addosso.

Dicono che ogni generazione abbia una musica che la rappresenti, la nostra, ne sono convinta, sia l’indie.

erica turchet

Studentessa di Studi internazionali presso l'università di Trento

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