Silvia Romano “se l’è cercata”

Sono tre mesi che leggo frasi del tipo: “Se l’è cercata”, “Perché non è stata a fare volontariato nel suo paese?”, o addirittura “Ha organizzato il suo stesso rapimento” e tanti altri insulti pesanti, che non starò a ripetere. Questi “fenomeni da tastiera”, si sa, ormai devono commentare ogni cosa; alle volte però è giusto essere empatici e informarsi prima di scrivere. La vittima di questo circo mediatico è Silvia Romano, ragazza ventitreenne rapita in Kenya il 20 novembre scorso. Ma partiamo dal principio.

 

Silvia Romano è una ragazza milanese di ventitré anni, laureata come mediatrice culturale presso la Unimed CIELS di Milano che, dopo la laurea, ha deciso di partire per l’Africa. Ad agosto si trovava a Likoni, con la onlus Orphan’s dreams, in un orfanotrofio; una volta tornata in Italia, decide di ripartire in autunno. Questa volta parte per Chakama, nel Sud del Kenya, con la onlus Africa Milele, che si occupa sempre di bambini. Parte, oltre che per la sua passione, come cooperante che, diversamente dalla figura del volontario è un lavoro retribuito. Una figura professionale a tutti gli effetti. È un settore in via di sviluppo. 

Un pomeriggio, stando al racconto di Ronland Kazungu, titolare della guest house Chakamana, si presentano sei uomini che iniziano a picchiare Silvia, che nel frattempo inizia a urlare “vogliono solo me”. I rapitori dicono “Abbiamo bisogno di soldi, non ti faremo del male”. E dopo aver ferito un bambino nel caos, scompaiono e di Silvia non si sa più niente. È il 20 novembre. 

Iniziano le ricerche. Tante speranze e poi delusioni. Le piste da seguire cambiano di continuo. Le autorità mettono un coprifuoco in un’area di 40mila km quadrati nella valle del fiume Tana, abitata solo da contadini. Perché? Principalmente per controllare gli spostamenti, dal momento che i clan di quell’area sono restii a fidarsi delle autorità. Pare che per credi e usanze, nessuno voglia parlare. Il governo africano mette una taglia di quasi 25mila euro sui “rapitori”. Ma come sanno chi sono? Non è molto chiaro, giacché il figlio di uno di questi “sequestratori” dice che il padre è morto 6 mesi prima dell’accaduto presentando il documento. Purtroppo non si può accertare la verità neanche su questo (ah, la corruzione). Di Maio chiede al vicepresidente keniota William Ruto di inviare un truppa di teste di cuoio, la quale parte. L’eventuale blitz sarà affidato alle unità keniote. Eventuale, perché l’opzione militare è solo un caso estremo. Viene chiesto il riscatto, ma dall’Italia il ministro dell’interno Matteo Salvini dice no: non si tratta con i delinquenti. La preoccupazione è alta, perché si pensa che i rapitori possano vendere Silvia ai temuti Al Shabaab della Somalia, miliziani nati proprio in tale paese per controllare che tutta la popolazione locale osservasse i precetti dell’Islam. Stando però a quel che si dice pare sia ancora in Kenya, ormai diventata una fortezza da cui pare sia difficile uscire. Tutto tace. La famiglia come la Farnesiana chiedono il maggior riserbo. 

Questo rapimento non è stato chiaro sin dall’inizio. Il sequestro potrebbe essere anche politico: infatti il governo italiano a Novembre aveva ricevuto il presidente Somalo, Mohammed Abdullahi Mohammed, detto “Formajo”. Le piste da percorrere sono davvero tante, dal momento che la zona in questione non è mai in pace. Troppi Stati, troppe truppe in un unico paese. Silvia non è l’unica stata rapita, i casi sono tanti. Più recentemente sono scomparsi Luca Tacchetto ed Edith Blais, in Burkina Faso.

Torniamo ora ai nostri “fenomeni da tastiera”. Com’è possibile che ci sia tanta ostilità per una ragazza che è stata rapita? Se lo è cercato? Per questo non va salvata? Ma di cosa stiamo parlando? L’Africa è incertezza, è vero, ma se andare o no rimane una scelta personale. Nessuno deve sentirsi in diritto di giudicare le scelte altrui, soprattutto quando si tratta di gesti di altruismo. L’unica certezza è che da qualche parte in Kenya c’è una ragazza in difficoltà che va aiutata senza ma né però. Forse sì, poteva essere evitato. Ma se la si pensa così, tante cose potevano essere evitate.