L’UniversiMario | L’Anarchia

Mia mamma, all’Università di Trento, non mi ci voleva mandare. In giro aveva letto che nel Dipartimento di Sociologia si erano formate le Brigate Rosse, e non voleva avere problemi. Immaginava potessi perdermi, impazzire, diventare un eversivo e non portare a termine il mio percorso di studi. Ma pur di non finire nel calderone milanese mi sono impuntato, ho insistito, e finalmente sono riuscito ad andarmene via da Bergamo, da quel piccolo grande circolo vizioso in cui ero nato, cresciuto e forse già morto. In quelli che sapevo essere gli ultimi mesi in terra bergamasca, non ho avvertito alcuna nostalgia: fremevo al solo pensiero di fuggire lontano, respirare aria nuova. Le prime battute trentine avevano assunto le sembianze della liberazione, della vittoria: la città mi piaceva, il corso pure, e qualsiasi conoscenza mi pareva una novità e uno stimolo. Tra le montagne avevo trovato un paradiso, una comunione di vite tranquille, e una relativa sicurezza di non subire ricadute negative sul mio umore: ero certo che avrei trascorso cinque splendidi anni all’ombra dell’autonomia.

Il meccanismo non ha tardato ad incepparsi. Ho cominciato a pensare che Studi Internazionali non fosse altro che Scienze Politiche, truccato e mascherato per attirare più gente possibile. Sempre peggiore era la sensazione di vuoto che provavo in dipartimento: passata l’euforia dell’atrio simil-occupato, del primo aperitivo a Sociologia, delle elezioni studentesche, si è esaurito ogni divertimento, e sono stato costretto a prendere atto dell’impossibilità di combinare qualcosa all’infuori delle ore di lezione. Le giornate mi affogavano subdolamente nella noia, e le serate si replicavano nella propria disperazione, come serigrafie venute male. La serie di ubriacature collettive alla Scaletta non servivano che a ricacciare la monotonia nelle tenebre, sperando inutilmente che non si ripresentasse la mattina successiva, e gli altri locali costavano troppo per le mie giovani tasche: da quando i residenti del centro storico hanno costretto l’osteria a chiusura anticipata, la scarsità di alternative mi ha spesso spinto a chiudermi in casa a leggere, a giocare ai videogiochi o a scrivere follie, in preda al tedio. Durante la sessione invernale, data la mia propensione a studiare nottetempo, non ho quasi mai vissuto l’alba e le prime ore di luce. Il sentore di solitudine s’è fatto progressivamente più pungente, tanto che ormai sono giunto ad essere convinto che la maggioranza dei trentini desideri con forza l’esclusione di noi studenti dalla vita della città. Io non sono stato l’unico a vederla nera, eppure nessuno s’è degnato di alzare la voce e protestare. Abbiamo preferito trattenere la rabbia, sposare la linea del compromesso. Ma davvero riteniamo che non si possa avere più di una qualche buona lezione dal Trentino e dalla sua Università?

Mia mamma aveva ragione a preoccuparsi. Non sono né mai sarò un anarchico, ma mi è venuta voglia di anarchia, perché mi sto annoiando da morire. Vorrei sparare la musica a palla per le vie del centro storico dalla mezzanotte all’alba, suonare ai campanelli di quelli che ci vorrebbero far rinchiudere in casa solo per mandarli a fare in culo, prendere i giuristi a gavettoni o sfidarli a una battaglia campale in Piazza Dante e combatterla a colpi di patate, sfidare gli spacciatori o i carcerati a una partita di calcetto sul campo sintetico del Clesio, organizzare una gara di tuffi nell’Adige, una festa abusiva in Sardagna o una grande bevuta di succhetti nella piazzetta del Coreutico. Vorrei gettare la mia carriera universitaria alle ortiche pur di avvertire un po’ di spirito generazionale, pur di non sentirmi già adulto. Non pretendo una rivoluzione culturale, né un altro Sessantotto: spero solo che Trento non riesca nell’arduo compito di morire del tutto e di diventare uguale a Bergamo.

Ma non credetemi, non state a leggermi, e dite a mia mamma di non affannarsi. Potete dormire sonni tranquilli. Lasciarsi chiamare con un soprannome idiota, vomitare flussi di coscienza dal sapore adolescenziale, rievocare pomposamente dei grandi eventi storici tra minacce di vario genere per buttarmi infine sul farsesco: fa tutto parte del gioco di un ventenne nostalgico dei bei tempi del liceo. Mi sembra di essere l’unico che quando va fuori non sa cosa fare, e se mai avessi il coraggio di rompere le righe e comportarmi veramente come il cazzaro che scrivo di essere, non so nemmeno quanto io stesso riuscirei a prendermi sul serio. Forse la verità è che, per manifestare e allo stesso tempo saziare il mio piccolo bisogno di eversione, mi basta farmi fotografare mentre innalzo una sciarpa del Bari tra i passanti in via Verdi, come un Calcutta qualsiasi, perché il suddetto desiderio di anarchia non è altro che il capriccio di un bambino speciale.

Lo ammetto: l’inverno è stato un incubo, ma tutto sommato la primavera non sarà poi così male, e d’estate andrà nuovamente tutto bene. Arriverà il tepore, poi il caldo: i locali riapriranno, le strade si popoleranno. Risorgeremo, e riprenderemo con le riunioni, le assemblee, gli aperitivi, le conferenze, i cineforum, le gite fuori porta e le grigliate. Stringeremo amicizie, accenderemo amori, scriveremo, leggeremo, litigheremo, e gli spiriti si rinfocoleranno. Presto ci dimenticheremo di ogni polemica, e smetteremo di lamentarci. Crederemo di essere tornati all’ovile, quando in realtà non avremo neanche provato a saltare il cancello di casa nostra. E io continuerò ad assistere al solito viavai di studenti e professori, a pranzare chiudendomi in ufficio, a fissare le infografiche della mostra del Sessantotto, per provare a capire cosa diavolo gli facesse venir voglia, a loro, di mettere tutto in discussione, e di praticare una vera anarchia.

Mattia Guarnerio

ciao, sono mario. scrivo per l'universimario. sto sempre un po' nel mario. sono un bergamario, e quindi il mario non lo vedo molto spesso.

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