C’avete rotto i polmoni: appello ai potenti della terra

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Quando sono arrivata alle 8.30 del mattino davanti all’entrata della Facoltà di Sociologia ho trovato una folla abbastanza folta da non farmi trovare Lorena. Ho osservato i loro volti, molti dei quali segnati da pittura verde, sorridenti, spavaldi e timidi allo stesso tempo, i loro cartelli, dall’ironia caustica, di una generazione che è cresciuta come direbbe il nostro Vicedirettore, “a pane e meme”.
In poco più di mezz’ora via Verdi si è riempita di folla, di giovani, di ragazzi e bambini ed è stato impossibile muoversi. Sono salita sopra la base di una colonna, che dal 1966 molti ragazzi prima di me hanno calcato per appendere striscioni di protesta inneggianti la rivoluzione, e forse come loro mi sono trovata davanti a qualcosa che neanche il miglior poeta, il miglior fotografo, il miglior cantautore, il miglior scienziato avrebbe saputo descrivere. Mi è sembrato tutto così surreale, così assurdo, così onirico. Sopra quelle colonne, in quel marasma ineffabile, in quella specie di sogno ad occhi aperti, solo una cosa mi è stata chiara: stavamo facendo la storia.
Voi che dite che siamo una generazione di apatici, di viziati, che non si danno da fare e che non valgono nulla, avreste dovuto vedere quegli occhi pieni di speranza, di rivincita, di sfida, nutriti dalle parole di una sedicenne svedese che ha avuto il coraggio che voi non siete riusciti a darci.
Avreste dovuto ascoltare quei cori di adolescenti che urlavano “se chiama l’ambiente, rispondo presente” e quelli dei bambini della scuola elementare Sanzio che affacciati alle finestre ci incitavano “vogliamo un mondo migliore”. Avreste dovuto sentire quella professoressa delle medie che alla nostra domanda “perché li ha portati?” ci ha risposto “forse lo dovrebbe chiedere a loro, sono loro che hanno insistito!”. Avreste dovuto sentire le motivazioni di una ragazza di tredici anni che era venuta a protestare per vedere ancora la neve e per dare un futuro ai suoi figli.
Avreste dovuto vedere tutto questo e vi sareste convinti anche voi che quei ragazzi, che tanto criticate, sono la meglio gioventù del nostro tempo. Ma voi non c’eravate, ci avete lasciati lì, soli, a protestare, come lasciate i vostri figli soli davanti alla televisione. Non siete stati un modello per noi e così noi abbiamo trovato un modello tra noi.
Potete lasciarci soli quanto volete, potete volgere lo sguardo da un’altra parte, potete sbatterci la porta in faccia, ma, citando un grande poeta, “Verremo ancora alle vostre porte /E grideremo ancora più forte /Per quanto voi vi crediate assolti/ Siete per sempre coinvolti”.
Con la giornata di venerdì è stato piantato un seme su un suolo inquinato dalla vostra indifferenza collettiva e dal mero interesse economico del qui e adesso. È ancora un seme e come tale è piccolo e indifeso, ma la nostra generazione farà di tutto per custodirlo, per farlo crescere, per noi, per i nostri fratelli e forse un giorno per i nostri figli.

Erica Turchet

Studentessa di Studi internazionali presso l'università di Trento

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