L’UniversiMario | L’Orobia

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Mi manchi. Magari non saprai cosa fartene di un figliol prodigo, e forse non mi vorrai dar retta, ma fidati, Orobia: mi manchi. Spesso ti insulto pesantemente, giuro solennemente di odiarti a morte, ma intimamente me ne pento, e col pensiero cerco subito di chiederti scusa. Siamo irrimediabilmente diversi, e sembriamo inconciliabili: tu lunatica, io solare; tu placida, io riottoso; tu abitudinaria, io incontentabile; tu severa, io giocherellone; tu algida, io sanguigno. Avevamo raggiunto un punto di non ritorno, ci eravamo mollati male, ma la lontananza ha riacceso tra noi una nostalgica passione. Io e te viviamo una strana relazione a distanza, e qualche mese fa non avrei mai potuto immaginare di scrivere di te con calore ed affetto. Talvolta mi spingo a sospettare di volerti riabbracciare ogni settimana, e non ci vorrebbe molta fatica per farlo, ma sappiamo entrambi che sarebbe troppo complicato, che non funzionerebbe, che dopo poco già ti saresti stancata della mia presenza, e io di rimanerti a fianco.

Continuare a disprezzarti e a rifiutarti, come facevo non molto tempo fa, non sarebbe stata un’eventualità improbabile. Mi hai cresciuto a schiaffi e botte, tra un fallimento e l’altro, in mezzo a delusioni e umiliazioni. Ricordo nitidamente l’intervallo durante il quale, alle elementari, mi picchiarono trascinandomi in un cespuglio, e io non riuscii nemmeno a dirlo ai miei genitori, perché credevo di meritarmelo. Un giorno sullo scuolabus iniziarono a soprannominarmi “Il Pollo”, perché correvo tutto scomposto, come se fossi un pennuto, e io non mi azzardai a protestare. Non dimenticherò mai i pomeriggi passati da solo, a casa, a smanettare con il computer, ad assuefarmi di videogiochi, a divorare libri, a fissare il televisore, con le finestre chiuse e le porte serrate, quando ancora non possedevo un cellulare, l’analogico non era passato a miglior vita ed Internet cominciava appena ad affacciarsi al grande pubblico. Non ascoltavo musica, perché non ne avvertivo il bisogno, e se nelle verifiche di inglese mi veniva domandato quale fosse il mio genere preferito io lasciavo uno spazio vuoto. I cartoni animati erano la droga degli ultimi in classifica, e non ci si poteva neanche scrivere sopra una canzone. Non si riusciva proprio a raccontare al mondo quanto fosse eroico essere degli sfigati, perché essere lo sfigato, il malato di Pokémon, di Final Fantasy e di Yu-Gi-Oh!, era davvero una merda, e bruciava qualunque possibilità di conquistare una minima quantità di vita sociale.

Alla venuta dei primi giudizi e delle prime cotte, non ti sei mai fatta sfuggire l’occasione per rimproverarmi, per farmi sentire inadeguato. Coi voti ero bravo, ma non il primo della classe. Avevo un’ottima memoria e un intuito eccellente, ma la noia mi assaliva facilmente. Allora smarrivo lo sguardo nel vuoto, e mi risvegliavo dal torpore solamente nel momento in cui l’insegnante, accortosi che non stavo seguendo, mi chiamava per nome, con un buon grado di seccatura. Ero negato per qualsiasi sport, specie per il calcio. Venivo quasi sempre scelto se ero l’unico rimasto privo di una squadra, e anche quando alla partita della domenica si doveva ancora far giocare una manciata di minuti ad ognuno, anche ai più scarsi, finivo per restare seduto in panchina. Al massimo spendevo un paio di giri di lancetta girovagando per il campo, a patto che il risultato fosse già stato messo in ghiaccio, e non potessi dunque arrecare danno all’impegno profuso dai miei compagni. Più volte mi hai punito, perché eri convinta fossi pigro, pavido improduttivo.

Provavo rancore, nei tuoi confronti. Mi avevi stampato in faccia un’interminabile serie di ferri da stiro, come se ti divertisse imprimermi il marchio dell’eterno perdente. E non sei cambiata finché non ho avuto il coraggio di liberarmi delle mie timidezze, di impegnarmi per ottenere un po’ di felicità. Quando ho cominciato ad esplorare il mondo fuori da casa mia, e ad interagire con esso senza aver paura di venir punito per la mia audacia, tu hai finalmente deciso di osservarmi con benevolenza, e persino ad approvare le mie azioni. Ho pescato il favore di innumerevoli amicizie, ho accettato i miei difetti, ho scoperto l’amore. Ma anche se tutto pareva volgere verso il meglio, io continuavo ad esserti ostile. Credevo non avessi mai mosso un dito per aiutarmi, non ti riconoscevo in quanto mia terra madre, e anzi desideravo con ogni mia forza fuggire via, liberarmi della tua austera superbia.

Alla fine del liceo, mi è cascato il mondo in testa. Ho fallito i test di ingresso dell’università, la mia ragazza se n’è andata dall’altra parte dell’Atlantico, e mi sono nuovamente chiuso in me stesso, imprigionandomi nella casa da cui troppo presto mi ero illuso di poter scappare. Nemmeno allora ti sei degnata di darmi una mano. Forse pensavi che ce la potessi fare da solo, ma nella solitudine sono miseramente crollato. Afflitto dal dolore, ti ho scaricato addosso tutte le mie colpe. E infine sono corso via piangendo, ritenendoti la causa principale della mia supposta mediocrità, vomitando i più funesti insulti sul tuo nome.

Ma ora che mi sono definitivamente trasferito, quando ritorno da te riemergono solamente i ricordi migliori. Ho gradualmente ricominciato a sorriderti, forse pure a stimarti, e a rivalutare i passi che sei riuscita a farmi compiere, senza che nemmeno io me ne accorgessi. Sembra che il tempo lì ora passi molto più in fretta, e nonostante i vecchi amici con cui uscire la sera, i luoghi in cui incontrarsi per bersi una birra, un amaro o un Negroni, i percorsi su cui sfrecciare con la mia inseparabile Panda grigia rimangano sempre gli stessi, ho realizzato che ormai io, te e gli altri viviamo in due universi separati, e su due linee parallele. Ogni volta che rientro nella mia vecchia casa, stando in punta di piedi e facendo attenzione a non disturbare nessuno, ritrovo i miei genitori un po’ più anziani e un po’ più gioiosi di avermi cresciuto, anche se il loro figlio ha il cervello tra le nuvole. Li abbraccio, racconto loro le mie avventure e mi rintano in cameretta, ad annegare in una dolcissima malinconia.

Mattia Guarnerio

ciao, sono mario. scrivo per l'universimario. sto sempre un po' nel mario. sono un bergamario, e quindi il mario non lo vedo molto spesso.

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