«E fattela una risata!»: Ciao Darwin, il Congresso delle famiglie e la questione della legittimazione

Qualcosa sta cambiando, è nell’aria. O semplicemente qualcosa non è mai cambiato. Anche l’ultimo baluardo del “politicamente corretto”, mura salde tra le quali ogni Millennial che abbia frequentato la scuola dell’obbligo è nato e cresciuto, è crollato. I temi che la maestra ci profilava, in cui metteva dieci ai bambini che scrivevano cose belle e profonde sulla pace, contro il razzismo, contro le discriminazioni e “che brutta la mafia”, e “i disabili sono normali”, beh, erano figli del loro tempo. Un tempo che forse è andato per sempre.

Perché dico questo? Cosa c’azzecca con il titolo che avrete appena letto qui sopra?

Procediamo per gradi: in data 22 marzo 2019, Canale 5 continua a fare audience con un suo programma di punta, seguito da più di 4 milioni di spettatori, “Ciao Darwin”. Lo show, come ben sottolineato dal titolo, non mira certo ad essere pietra miliare di cultura, e io non sono qua per criticare la tv spazzatura che passa nel belpaese. Figuriamoci: sono la prima a voler spegnere il cervello la sera dopo un’estenuante giornata. “Ciao Darwin” tuttavia mi risulta particolarmente indigesto: una comicità bassissima, che strizza l’occhio al panorama trash degli anni ’80-‘90 italiani (fortunatamente quasi del tutto estinto), alla stregua dei tanto “amati” cinepanettoni e di programmi con vallette con seni al vento e minuscole gonnelline, inquadrature lascive e presentatori viscidi. Ma il programma nasce così, essere ridicolo e ridicolizzante è nella sua natura, se non piace si cambia canale, fine. Eppure, questa puntata no, ha un qualcosa che proprio non va, e vale la pena di soffermarcisi un attimo. Perché questo venerdì, a scontrarsi nelle grottesche prove che il format dello show prevede, abbiamo visto due categorie piuttosto anomale nella storia del programma: Gay Pride vs Family Day.

Nel corso degli anni si sono susseguite tante parti diverse, tanti gruppi umani con caratteristiche differenti: italiani e stranieri, biondi e mori, perfino gay e etero. Tutte fazioni “opposte”, ma che in realtà sono neutre. I biondi per definizione sono coloro che hanno i capelli biondi, non sono coloro che odiano i mori. Ma mettere insieme Gay Pride, ovvero coloro che manifestano l’orgoglio di appartenere ad una comunità che lotta contro discriminazioni e cerca di ottenere diritti per persone omosessuali, lesbiche, transgender e tutti coloro che non si vogliono identificare in un genere o in un orientamento sessuale, e Family Day, ovvero coloro che mirano a discriminare la categoria precedente, non solo è di cattivo gusto, ma è pericoloso. Far partecipare ad un programma così seguito una minoranza non pacifica, chiaramente aggressiva, che mira a offendere, mortificare e a togliere i diritti di un’altra minoranza, significa legittimare il suo operato, minimizzare la questione. La battuta, la risata, è a mio parere uno strumento di legittimazione molto potente e assolutamente da non sottovalutare, che permette di esorcizzare una paura e renderla in qualche modo normale. Ma vogliamo davvero normalizzare questa realtà di discriminazione, offrendola in prima serata ad una platea così variegata e in maniera così superficiale?

Chiaramente il dibattito pubblico si era infiammato già all’uscita delle anticipazioni sul programma. Attivisti e attiviste in campo di diritti umani tematiche LGBT avevano manifestato sui social la propria perplessità e il loro timore nei confronti di tale scelta televisiva. Alcune personalità come Irene Facheris, presidentessa e fondatrice dell’associazione Bossy- Beyond stereotypes, hanno cercato di far chiarezza sull’argomento e far rendere conto della pericolosità dell’evento, riportando un esempio di facile comprensione. Se Ciao Darwin mettesse in contrapposizione “ebrei” contro “antisemiti”, oppure “neri” contro “ku klux klan”, ci arriveremmo tutti che ci sarebbe qualcosa di sbagliato, giusto? Quello che si presenta come un programma leggero, ridanciano, volto a coinvolgere lo spettatore medio e sicuramente non così coraggioso da portare il “politicamente scorretto” in prima serata, in nessun altro caso si permetterebbe di fare quello che potremmo definire black humor della peggior specie, con il rischio di scandalizzare tutta la platea sul divano. Questo esempio è stato ripreso da molti, e anche io ne avevo subito usufruito a piene mani per spiegare quanto fosse abominevole portare in tv una cosa del genere.

Ma in tempo zero mi è venuto un dubbio, che ora riporterò anche a voi: è davvero così? Ci metteremmo la mano sul fuoco, che tra qualche anno (o magari anche meno) in televisione non vedremmo legittimate minoranze storicamente discriminatorie e violente? Siamo sicuri che nel 2025 Bonolis e Laurenti non presenteranno una puntata con “nazisti” e “Alt-right” come concorrenti? Non ce la metterei, no. Qualcosa ormai è cambiato davvero.

Basti pensare a quello che succederà a Verona il weekend di fine marzo. Un massiccio raduno di associazioni come “ProVita” o vicine al “Family Day”, che intervengono al Congresso Mondiale delle famiglie per affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società” (preso dal proclama dell’evento) e inevitabilmente, contestare e discriminare tutto ciò che è al di fuori di essa. E, indovinate un po’, tutto questo con il patrocinio di alcune istituzioni. Basta aprire il sito online dell’evento e in fondo troviamo il logo del Comune di Verona, basta leggere il proclama per vedere che interverranno personalità istituzionali come il ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, il ministro per la Famiglia e la Disabilità Lorenzo Fontana, il senatore della Lega Simone Pillon, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e lo stesso sindaco di Verona Federico Sboarina. Tutte figure che con il loro peso politico contribuiscono dare una legittimazione forte all’evento agli occhi del cittadino comune.

La bolla di sapone dentro cui apparentemente ho vissuto tutta la mia infanzia è scoppiata, e le posizioni estreme sono entrate (o forse dovrei dire tornate?) in scena, in barba a qualsiasi “buonismo” di centro (di destra o di sinistra) che aveva caratterizzato i primi dieci anni della mia vita. La nuova normalità è legittimare lo scontro, che sia questo in uno studio televisivo o in un congresso di carattere ben più politico. La nuova normalità non è più il rispetto incondizionato dell’altro, ma è il conflitto, è il contrasto tra fazioni non più neutre, ma che nascono specificatamente per annientare l’altra.