Le regole del romanzo perfetto: Resistenza e reticenza in “Una questione privata” di Beppe Fenoglio

di Alessandra Tomasi

La Resistenza è uno di quegli argomenti capaci di sollevare un confuso polverone al solo nominarli; quelli che, per intenderci, suscitano tentennamenti, affermazioni generiche ed istituzionalizzate o dichiarazioni provocatorie, urlate durante qualche talk show in occasione delle pubbliche ricorrenze. Troppa la retorica e la strumentalizzazione che ne è stata fatta, troppo vivi ancora i sentimenti ad essa legati. Se dunque può risultare difficile formularne un giudizio storico equilibrato, è invece possibile rilevare la varietà di stimoli e di interrogativi che essa ha posto sul piano letterario ad una generazione di scrittori italiani formatisi durante la guerra civile. Parlo di quegli autori nati negli anni ’20 che, dopo aver militato nelle forze partigiane, si sentono investiti della responsabilità (e allo stesso tempo della sfida) di lasciare una testimonianza veritiera della propria esperienza, affinché non se ne perda mai la memoria. Allo stesso tempo, si pone loro il problema del rapporto che la materia resistenziale avrebbe dovuto intrattenere con il resto della propria produzione futura; quasi dovessero saldare un debito con la storia prima di poter intraprendere strade diverse. La questione non è di poco conto, poiché grosso è il rischio di scadere nella retorica e nella semplificazione, consumando il peggiore dei tradimenti nei confronti dei compagni e di sé stessi. Nell’immediato dopoguerra sono in molti a tentare di dare una risposta a questi interrogativi sul piano narrativo, elaborando soluzioni molto varie. Tuttavia, ciò non è sufficiente se Calvino, che a sua volta aveva contribuito a tale ricerca pubblicando nel ‘47 Il sentiero dei nidi di ragno, esprime in un saggio del ’491 il giudizio, largamente condiviso dalla critica, che non sia ancora stata scritta un’opera che sappia cogliere appieno l’essenza della Resistenza. Si tratta in particolare della constatazione, che suona anche un po’ come l’ammissione di un fallimento personale, dell’assenza momentanea del “romanzo partigiano” con la R maiuscola.

È proprio in questo contesto che si inserisce Beppe Fenoglio, il narratore per eccellenza (e verrebbe da dire suo malgrado) della Resistenza italiana. Nato ad Alba nel 1922, all’inizio del ’44 si unisce alle formazioni partigiane che combattono sulle colline delle Langhe: si tratta di un’esperienza che lo segna profondamente come uomo e come autore, anche se egli si considererà sempre, dettando l’ordine delle priorità, uno scrittore-partigiano e non un partigiano-scrittore. Per questo motivo tenta a più riprese di liberarsi della propria missione di testimone, inseguendo il progetto di un “libro grosso” che costituisse una lunga cavalcata degli anni fra il ’43 e il ’45, «e poi basta con i partigiani», come afferma in un’intervista rilasciata a Pietro Bianchi per Il Giorno nel 1960. La dichiarazione dimostra come la materia resistenziale rappresentasse per Fenoglio un ingombrante fardello di cui occuparsi una volta per tutte, prima di poter passare a trattare altri argomenti. Allo stesso tempo, però, egli è uno di quegli autori che «condensano la propria esperienza di uomini nel rapido volgere di qualche anno fatale»2 e proprio per questo il suo piano fallisce. La guerra civile rimarrà la domanda costante della sua vita, la questione irrisolta su cui tornare continuamente, l’ossessione inesauribile. In particolare, il grande obiettivo è quello di scrivere finalmente quel “romanzo partigiano” che tutta la sua generazione stava aspettando e che lo porta ad intraprendere un processo di scrittura travagliato e costellato di continue stesure e rifacimenti.

Ma che cosa intende Fenoglio per romanzo? Ci inganneremmo se pensassimo che la definizione fosse chiara e scontata in primis per l’autore. Tutto il processo di elaborazione è scandito da una serie di interessanti lettere inviate all’editore Livio Garzanti, per aggiornarlo sui propri progetti. Il 21 gennaio 1957 scrive, infatti:

«Sto effettivamente lavorando ad un nuovo libro. Un romanzo propriamente non è, ma certo è un libro grosso (alludo allo spessore).»

Fenoglio qui si riferisce al progetto, di cui si diceva prima e che è destinato a fallire, di rendere conto di tutta l’esperienza resistenziale fra gli anni ’43-’45 attraverso le vicende di un personaggio. Il risultato sono due tronconi autonomi, intitolati rispettivamente Primavera di bellezza (1959) e Il partigiano Johnny (postumo, 1968), che compongono il cosiddetto “ciclo di Johnny”. La struttura di questo racconto è lineare e articolata in una serie di peripezie che devono la propria coesione esclusivamente alla presenza del protagonista. L’articolazione narrativa, estremamente aperta e flessibile, è perfettamente coerente con il desiderio dell’autore di non tralasciare nulla dell’esperienza partigiana. Più che definire che cosa sia il “libro grosso”, però, conta sottolineare che esso non è un romanzo, e questo Fenoglio lo ribadisce alcuni anni dopo in una nuova lettera a Garzanti:

«Mentre in Primavera di bellezza ho cercato di fare romanzo con modi aromanzeschi, nel nuovo libro mi avvarrò di tutti gli schemi ed elementi più propriamente romanzeschi.»3

È evidente, dunque, che l’autore non considerasse le modalità narrative del ciclo di Johnny come corrispondenti alla propria idea di romanzo, né tanto meno soddisfacenti nell’ambito della propria ricerca. In effetti, esse si avvicinano ai moduli della memorialistica partigiana e dell’autobiografia per interposta persona, che sono per l’appunto caratterizzate da una struttura narrativa dettata dalle disparate vicende di un protagonista. Allontanandosi da questo modello, Fenoglio impone una svolta decisiva alla propria produzione, che porterà alla pubblicazione nel 1963 di Una questione privata, attraverso una serie di stesure intermedie. L’annuncio del nuovo progetto viene dato a Garzanti nella stessa lettera sopra citata:

«Il nuovo libro, anziché consistere in una cavalcata 1943-1945, si concentrerà in un unico episodio, fissato nell’estate 1944, nel quale io cercherò di far confluire tutti gli elementi e gli aspetti della guerra civile. […] Il nuovo libro sarà circolare, nel senso che i medesimi personaggi che aprono la vicenda la chiuderanno.»4

Il cambiamento di rotta è evidente: Fenoglio non ambisce più a raccontare tutta la Resistenza, ma opta per una poetica della selezione del materiale che ruota attorno ad un nucleo narrativo coeso e centripeto. A dettare la struttura narrativa è ora un intreccio autosufficiente, dotato di una propria logica che produce conseguenze necessarie in termini di eventi del racconto. Potremmo, dunque, definire Una questione privata come un romanzo “aristotelico”, in quanto rispetta i precetti espressi nella Poetica di Aristotele in merito all’unitarietà del racconto (unità di tempo, di spazio, di situazione). Alla base del rigoroso meccanismo narrativo vi è, infatti, un triangolo amoroso: Milton, introverso studente appassionato di letteratura inglese, è innamorato di Fulvia, giovane sfollata sulle colline di Alba, e si è unito alle formazioni partigiane con il pensiero fisso di finire la guerra al più presto per poterla rivedere. L’azione viene messa in moto dal terribile sospetto, insinuatosi nel protagonista all’inizio del romanzo, che Fulvia possa aver avuto una storia con Giorgio, bellissimo e affascinante amico di Milton, anch’egli partigiano, ma fatto prigioniero dai fascisti. Comincia così una ricerca ossessiva e destabilizzante della verità, inserita in un contesto ambiguo che stravolge ogni certezza. Possiamo capire, dunque, perché Calvino nella prefazione del 1964 al suo Il sentiero dei nidi di ragno abbia accostato Una questione privata all’Orlando furioso di Ariosto, definendolo «Un romanzo di follia amorosa e di cavallereschi inseguimenti»5. Nel grande poema cinquecentesco, infatti, lo scontro e la sovrapposizione fra le ricerche individuali dei personaggi genera un “disordine epico”6 che a lungo andare rende vana persino la distinzione fra Mori e Cristiani e distrugge le più elementari certezze. Qualcosa di molto simile avviene in Una questione privata, basti pensare al rapporto fra Giorgio e Milton: amici di una vita, entrambi partigiani, ma improvvisamente contrapposti dall’oggetto del desiderio in comune. Paradossalmente, invece, il sergente fascista che Milton cattura con l’intento di scambiarlo con Giorgio diventa non più il nemico da eliminare, come imporrebbe la logica partigiana, quanto la risorsa più preziosa in possesso del protagonista per avvicinarsi alla verità. Il risultato è, per dirla sempre con le parole di Calvino, «un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché».7 Viene a crearsi, dunque, un gioco di specchi, basato sulla ripetizione di uno stesso motivo su piani diversi, tutti ugualmente legittimi dal punto di vista interpretativo, perché il passaggio dall’uno all’altro è voluto e costante (è il cosiddetto procedimento della mise en abyme). Milton si fa partigiano per rivedere Fulvia, cerca Giorgio per conoscere la verità su Fulvia, cerca un fascista per liberare Giorgio e conoscere la verità su Fulvia. Su un altro piano, però, il tutto può essere letto anche come: Milton è antifascista, Giorgio è il suo migliore amico ed è suo dovere tentare di liberarlo. Anche se è evidente che le motivazioni psicologiche più profonde non siano queste, è tuttavia importante che l’autore suggerisca tutte le diverse prospettive, in modo da far emergere la complessità della stagione resistenziale dal suo interno: «non già sullo sfondo della guerra civile in Italia, ma nel fitto di detta guerra» (a dircelo è sempre Fenoglio nell’ennesima lettera a Livio Garzanti dell’8 marzo 1960).

Rispetto alla produzione precedente propria e altrui, dunque, Fenoglio passa dal trattare la Resistenza come un fine, cioè come un oggetto di descrizione, ad utilizzarla come un mezzo, e in particolare come una metafora della condizione umana, declinando l’intero romanzo in senso esistenzialista. La guerra civile, infatti, inserisce le esperienze umane fondamentali in un contesto eccezionale e le esaspera, accrescendone il valore paradigmatico: l’amore, la lotta, la libertà, la morte sono al centro di scelte sofferte che conservano sempre in parte il carattere di scommesse. È chiara in questo senso l’influenza della filosofia di Kierkegaard8, che ritrae l’individuo sull’orlo dell’abisso delle possibilità, senza punti di riferimento certi e con la consapevolezza che ogni azione comporta delle conseguenze in parte imprevedibili.

«Oggi era diventato indisponibile, di colpo, per mezza giornata, o una settimana, o un mese, fino a quando avesse saputo. Poi, forse, qualcosa sarebbe stato nuovamente capace di fare per i suoi compagni, contro i fascisti, per la libertà.»9 Riflette Milton alla fine del III capitolo, esplicitando la sofferenza e il senso di colpa connessi alla sua scelta, così diversi dall’incrollabile determinazione e fedeltà alla causa che avevano caratterizzato il protagonista de Il partigiano Johnny. Pertanto, Una questione privata rifiuta di fornire una sintesi alla somma delle esperienze partigiane o di privarle della loro problematicità in vista di un fine superiore; ogni storia sarebbe ugualmente degna di essere raccontata, poiché semplicemente riproporrebbe in termini diversi le grandi questioni dell’esistenza umana di tutti i tempi. Paradossalmente, proprio l’impossibilità di scegliere un’esperienza più significativa delle altre è alla base del principio stesso di selezione e concentrazione della tematica in un unico circoscritto episodio. Al contrario di chi, come Calvino, aveva giustificato la lunga serie di atrocità e sofferenze della stagione resistenziale con l’esigenza di fondare un mondo migliore, l’intera impostazione di Fenoglio rivendica la singolarità dell’uomo, «rifiuta la libertà come necessità in nome della libertà come possibilità e difende le alternative inconciliabili contro la sintesi rasserenante».10

A questo punto, potrebbe sorgere una domanda: ma come si parla delle “grandi questioni dell’esistenza umana”? Non si tratta forse di un argomento alquanto ambizioso? L’amore, la morte, la libertà: tutti aspetti che si pongono costantemente alla nostra attenzione e spesso ci trascinano in un labirinto di discorsi infarciti di luoghi comuni. L’interrogativo, tutt’altro che scontato, deve esserselo posto anche Fenoglio, al punto da diventare costante causa di insoddisfazione. Il problema è che alcune tematiche, quelle cruciali, sono sottoposte più di altre alla consunzione del linguaggio, al conformismo, e alla retorica. In questi casi, potremmo dire che anche la letteratura si comporti un po’ come un sistema economico e assista a fenomeni di “svalutazione della parola”, intesa come perdita del suo significato. Fenoglio teme più di ogni altra cosa di “dire troppo” e di certo non percepisce l’italiano come una lingua franca, il che è dimostrato anche dal frequente ricorso all’inglese durante la sua carriera. La ragione è che per lui e per molti altri autori della sua generazione, la cui lingua madre è ancora il dialetto regionale, l’italiano della giovinezza è strettamente collegato alla falsificazione propagandistica del regime fascista e alla retorica smodata del Ventennio. Di qui il rifiuto della presunta ingenuità del linguaggio e l’invito ad un ritorno alla serietà dell’espressione. Ciò si traduce in una prosa essenziale, laconica, ma soprattutto allusiva; le pagine fenogliane sono costellate di silenzi ed omissioni, che non sono altro che tracce funzionali all’espressione compiuta di un concetto inesprimibile a parole. Non si tratta, dunque, di rinuncia alla comunicazione, bensì di una risposta pratica, una sfida retorica di chi è ben consapevole allo stesso tempo della forza e dei limiti della parola. Fenoglio non è infatti l’unico scrittore a misurarsi con la problematica del linguaggio, poiché la percezione di una crisi in quest’ambito è caratteristica della letteratura modernista. A differenza degli autori suoi contemporanei, però, egli non spiega questa crisi come una malattia storica del Novecento, bensì come una costante lotta dell’artista contro la banalità. I tabù che l’autore crea e la progressiva scarnificazione del testo nel corso del processo compositivo perseguono l’utopia di un linguaggio assoluto e puramente referenziale, in cui le poche parole risaltino proprio in forza dei silenzi, pur traendone parte integrante del proprio significato; il sistema di pieni e vuoti è infatti necessario e interdipendente. Una forma, quindi, studiata nei minimi dettagli, calibrata, sofferta in maniera del tutto proporzionata all’ambizione del progetto.

Una questione privata esce postumo nel 1963 in una stesura che, se non è proprio quella definitiva, probabilmente ci si avvicina molto. Concludo riportando alcune parole di Calvino, sempre tratte dalla prefazione del 1964 a Il sentiero dei nidi di ragno:

«[Beppe Fenoglio] riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita».11

 

Bibliografia:

Bricchi M., Johnny, Milton e qualche milione di colline in: Beppe Fenoglio: scrittura e Resistenza a cura di Ferroni, Gaeta, Pedullà, Roma, Fahrenheit 451, 2006.

Calvino I., 1964, Il sentiero dei nidi di ragno, Mondadori, Milano

Fenoglio B., 2014, Una questione privata, Torino, Einaudi

Isella D., La lingua del “Partigiano Johnny” in: Romanzi e racconti a cura di Isella D., Einaudi-Gallimard, Torino. 1992

Mondo L., Il poema del “tradimento”: intorno ad “Una questione privata” in: Beppe Fenoglio: scrittura e Resistenza a cura di Ferroni, Gaeta, Pedullà, Roma, Fahrenheit 451, 2006.

Pedullà G., 2001, La strada più lunga: sulle tracce di Beppe Fenoglio, Donzelli, Roma

Pedullà G., 2005, Alla ricerca del romanzo, Einaudi, Roma

Pedullà G., Una Resistenza plurale in: Beppe Fenoglio: scrittura e Resistenza a cura di Ferroni, Gaeta, Pedullà, Roma, Fahrenheit 451, 2006.

Note

1 Calvino I., 1 luglio 1949, La letteratura italiana sulla Resistenza in Il movimento di liberazione in Italia.

2 Pedullà G., 2001, p. 9

3 Fenoglio B., 10 marzo 1959

4 Fenoglio B., Ivi

5 Calvino I., 1964, p. XXIII

6 Pedullà G., 2005, XXVIII

7 Calvino I., 1964, Presentazione de Il sentiero dei nidi di ragno, p. XXIII

8 Fenoglio si avvicina all’esistenzialismo di Kierkegaard grazie al filosofo Pietro Chiodi, suo insegnante al liceo di Alba e anch’egli partigiano, nonché autore di un diario resistenziale (Banditi, 1946).

9 Fenoglio B., 2014, p. 26

10 Pedullà G., 2005, XXXVI

11 Calvino I., 1964, XXIII

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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