Quando essere se stessi porta a perdere tutto

Oggi a Verona si tiene il Congresso mondiale delle famiglie, ritrovo di associazioni antiabortiste, omofobe e pro famiglia tradizionale, che vede la presenza anche di esponenti del governo italiano come il vicepremier Matteo Salvini, il ministro per la Famiglia e la Disabilità Lorenzo Fontana e il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti.  Il congresso sarebbe finalizzato alla salvaguardi della “famiglia tradizionale”.  Oggi, mentre si svolge il congresso, vorrei raccontare di una donna che ha sacrificato la sua vita, affinché nessuno più si sentisse discriminato.

Ci sono due tipologie di primi al mondo. Quelli che non vogliono arrivare secondi e quelli che vogliono cambiare le cose. Essere primi, in quest’ultimo caso, non è mai facile. Vuol dire avere la forza di andare contro tutti, semplicemente per essere sé stessi. E questo non sempre porta a risultati positivi. Alle volte, infatti, porta all’emarginazione.

Mariasilvia Spolato nacque a Padova nel 1935. Studiò matematica, laureandosi con il massimo dei voti. Diventò professoressa universitaria a Milano e fu autrice di libri per studenti pubblicati da Fabbri e Zanichelli. Davanti a lei si prospettava una carriera rosea. Mariasilvia però aveva uno spirito combattivo. Questo la portò a partecipare come attivista al movimento di liberazione civile. Nel 1971 fondò il Movimento FLO (Fronte di Liberazione Omossessuale), che in seguito diventò F.U.O.R.I. (Fronte Unitario  Omossessuale Rivoluzionario Italiano). Nello stesso anno diede vita alla rivista “Fuori!”, insieme al giornalista Angelo Pezzana. Ma nel 1972 la sua vita cambiò per sempre, quando alla manifestazione dell’8 marzo fece coming out. Iniziò il suo declino. La dichiarazione fece scandalo, tant’è che il fatto fu riportato anche dal settimanale Panorama. La pubblicazione del libro “I movimenti omossessuali di liberazione”, importante tutt’ora per i diritti civili, portò il Ministro dell’istruzione a licenziarla quello stesso anno. La motivazione fu che fosse “indegna” all’insegnamento. Questo fatto la portò a perdere tutto, oltre al lavoro stesso. Prima la famiglia, poi la donna che amava. Iniziò la sua vita da vagabonda. Per un po’ dormì da amici, poi all’aperto, sulle panchine o dove capitava. Iniziò a viaggiare per l’Europa. Arrivò a Bolzano, dove si stabilì permanentemente come senzatetto. La sua passione per la lettura la portò a raccogliere ogni libro e rivista che trovava per strada. Quando era troppo freddo si rifugiava nella Biblioteca civica. Non chiedeva mai soldi. Tutti in città la conoscevano. Non faceva caso alla gente, se ne stava per conto suo. Negli anni novanta però, Mariasilvia si ammalò gravemente: cancrena alla gamba. Nel giro di pochi giorni viene ricoverata. Combattiva come sempre, mette subito le cose in chiaro: “Non rinuncio alla mia libertà”. Continua dunque a passare le sue giornate fuori. Fino a che, poco a poco, inizia ad interagire con gli altri pazienti, dando nuova vita al suo animo attivista. E se ne va così, tornando ad essere se stessa il 31 ottobre 2018.

Indegna. È questa la parola vergognosa usata nella storia di Mariasilvia. Siamo abituati a considerare “diverso” tutto ciò che la società reputa tale. Ma Mariasilvia era solo se stessa. È triste pensare che per questo lei non abbia potuto insegnare. D’altronde, i tempi non erano a suo favore e questo Mariasilvia lo sapeva bene. Ma sapeva anche che il primo passo andava fatto. Ha sacrificato la sua vita per un bene comune. Per dare oggi a tante persone la libertà di essere se stesse senza perdere ogni cosa. Una libertà che oggi rischia ancora di essere compromessa. Ancora una volta si mette in discussione cosa è normale e cosa non lo è. Delusa, Mariasilvia ha deciso di vivere la sua vita nell’emarginazione sociale dove nessuno le potesse dire chi e cosa essere. Anche se veniva derisa o trattata da spazzatura, a lei non importava più. Aveva già perso tutto. Ma non ha mai perso la voglia di imparare. Mi piace pensare che, sfogliando un giornale, abbia letto i progressi fatti sui diritti LGBT e sulle labbra le sia comparso un sorriso, pensando a tutto ciò è stato possibile fare partendo anche (e soprattutto) dal suo coraggio. La sua morte è stata una perdita incolmabile, ma almeno mi solleva sapere che potrà evitare di vedere tutto questo odio.