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Non mi definisco “femminista”, perché

Mi sono trovata più volte e nelle situazioni più disparate a discutere riguardo all’argomento del “femminismo”, affrontato nella maggior parte dei casi dagli interlocutori con leggerezza e arricchito con stereotipi e luoghi comuni. Gli argomenti sono sempre gli stessi: pari opportunità, stipendi uguali a quelli degli uomini, femminicidio, quote rosa e così via. Se si affronta la questione con qualcuno di particolarmente agguerrito bisognerà stare molto attenti al lessico utilizzato, una parola di troppo e si viene immediatamente additati come “maschilisti”. Personalmente, una volta feci l’errore di citare il diritto di una donna di essere madre, oltre che di essere una donna in carriera, e venni incolpata addirittura di essere “fascista”, cosa che mi lasciò alquanto perplessa.

Cresciuta in una famiglia dove i miei genitori non hanno mai fatto nulla per prevalere l’uno sull’altra, non ho mai incontrato il problema di dover dare una “gerarchia” ai due sessi, ne ho sempre visto la diversità, la forza dell’uno e dell’altro in contesti diversi. Insomma, di sessismo a casa mia non se ne era mai visto. Intorno a me invece il mondo ne è sempre stato pieno, a cominciare da una ragazzina che viveva nel mio paesino in provincia di Brescia che, dopo essere stata violentata, venne isolata da tutti e additata come “la puttana che in fondo se l’era cercata”. Diventata abbastanza grande da essere notata dagli uomini, ho imparato come le ragazze sono costantemente valutate a seconda del modo di vestirsi, truccarsi, sedersi, parlare, tingersi i capelli, tatuarsi. Una valutazione che non giudica tuttavia la loro eleganza bensì il grado della loro “moralità”. Lo sappiamo tutte, l’ho provato io stessa. Credo che questo sia profondamente ingiusto, che dovrei sentirmi libera di mettere una minigonna senza essere oggetto di attenzioni indesiderate. Tuttavia ancora non sento la necessità di definirmi “femminista”.

Quando si parla di femminismo innanzitutto bisognerebbe distinguere con attenzione i diversi momenti, che vanno dalle prime proteste per il diritto di voto, la lotta per l’emancipazione e l’uguaglianza fino ad oggi, dove la “femminista” è stereotipata in una figura che, chissà poi perché, ce l’ha a morte con il sesso maschile. Al giorno d’oggi la lotta per le pari opportunità difficilmente viene vista come uno sforzo delle donne per l’equità, bensì come una guerra tra sessi.

Viviamo in un contesto nel quale ci sono ancora ingiustizie nei confronti delle donne e lottare per le pari opportunità è ancora fondamentale. Personalmente mi spaventa pensare che un giorno potrei essere costretta a decidere tra l’essere madre e l’essere una donna in carriera. Non mi piace sapere che il mio fisico potrebbe essere determinante per ottenere un posto di lavoro. Sono stanca di aver paura a camminare la sera da sola in determinate strade con un determinato abbigliamento. Per non parlare di quanto ritenga deleteria la visione di una donna dedita alla casa, ai figli e al marito come “posizione che le spetta”. Insomma, nonostante ci siano tutti i presupposti, ancora non mi sento di potermi definire femminista. Non essere femministi è abbastanza impopolare come opinione: chi in tutta coscienza può dire di non essere per le pari opportunità tra i due sessi? Anche solo dal punto di vista lessicale “maschilista” è un aggettivo negativo, “femminista” non lo è. Tralasciando il significato letterale delle due parole, tradizionalmente la prima indica una persona che ritiene l’uomo superiore alla donna, la seconda invece colui che crede nella parità dei sessi. Eppure, quando mi guardo intorno, sempre più spesso mi rendo conto che qualcosa nelle lotte delle donne è cambiato, come se il più delle volte si mancasse l’obiettivo.

Non sento di potermi definire femminista innanzitutto per fedeltà alla lingua: se essere maschilisti è sbagliato, allo stesso modo anche l’aggettivo opposto è un’espressione che in qualche modo sento discriminatoria nei confronti del sesso maschile. Sempre parlando di fedeltà alla lingua, sono spesso sorpresa da come le rivendicazioni femministe sfiorino talvolta il limite del ridicolo. Mi spiego: per quale motivo l’essere chiamata “sindaco” o “ministro” dovrebbe discriminare una donna al punto da voler essere chiamata “sindaca” e “ministra”? Mi ha sempre infastidito questa tendenza, come se cambiare una vocale potesse permettere ad una donna di raggiungere più facilmente una determinata posizione. Insomma, come se fosse tutto lì il problema, come se il cambiamento del titolo conferisse un’autorità “speciale” ad una figura solo perché è donna.

Non ritengo che nel mio essere donna vi sia qualcosa di superiore o più nobile che nell’essere uomo. In una situazione di disuguaglianza mi schiero fermamente dalla parte di chi è discriminato e il fatto che in questo caso in posizione sfortunata ci sia il “gentil sesso” non significa che esso sia migliore. Siamo solo diversi. Il problema è forse proprio che questa diversità non viene rispettata: sempre più vedo la lotta femminista non cercare di valorizzare la donna in quanto donna ma in quanto in grado di essere tale e quale ad un uomo. Insomma, se sei una donna decisa, lavoratrice, abile e intelligente, sei una “donna con le palle”. Come se fosse un complimento. L’obiettivo non dovrebbe essere proprio quello di poter essere tutte quelle cose sopracitate senza per questo perdere la nostra femminilità?

Sempre per farmi definire di nuovo “fascista”, perché una donna deve temere che badare ai propri figli possa compromettere la sua carriera? Perché durante un colloquio di lavoro ci viene chiesto se nel futuro potremmo sposarci o rimanere incinta? Mi sembra infatti che, invece di valorizzare le diversità fra i due sessi, senza per questo porne uno più in alto dell’altro, siano tutti impegnati a dimostrare come una donna possa, senza tanti problemi, essere uomo.

La lotta femminista ha ormai come obiettivo l’uguaglianza – dare ad ognuno la medesima cosa – e ha dimenticato la sua vocazione all’equità – dare ad ognuno le stesse opportunità. Ecco perché non amo l’8 marzo, una giornata dedicata alle donne ma che di fatto sembra una “caramella” (rigorosamente una gelèe al limone) data come contentino una volta all’anno. Una sorta di premio di consolazione che non significa nulla, un giorno nel quale sono tutti pronti a elogiare le qualità delle donne. Mi dà fastidio da sempre pensare che in quella data vengo trattata come un panda in estinzione, e si debba “festeggiare” l’esistenza del mio sesso. Per non parlare di come l’occasione sia strumentalizzata da chiunque, dai negozi ai partiti, per dimostrate che si è tutti “dalla parte delle donne”, ognuno a modo suo – basti pensare al volantino della Lega di Crotone dove sono riusciti a mettere persino “migranti e gay”.

Davanti ad un’ingiusta disparità tra uomini e donne tutti, a prescindere dal sesso, siamo chiamati a lavorare affinché questa non esista più. E io non smetterò mai di credere nelle pari opportunità, ma non perché sono uomo o donna, di destra o di sinistra. Ma non voglio definirmi femminista perché non voglio discriminare gli uomini, non voglio essere una “donna con le palle”, non voglio mimose o auguri perché mi danno meno fastidio quelli che ricevo per l’Epifania. Voglio soltanto che domani, per strada, al lavoro, in qualsiasi situazione qualcuno possa valutare le mie capacità a prescindere dal mio sesso, che io sia donna o uomo.

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