Browse By

Parità di genere e contesto mafioso: la storia di Lea Garofalo

“Siamo pari?”

Oltre ad essere una domanda centrale nel dibattito contemporaneo, è il titolo del ciclo di iniziative organizzato dal comitato Equità e Diversità dell’Università di Trento, susseguitesi per tutto il mese di novembre fino all’inizio di dicembre. In particolare, nel contesto della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in data 27 novembre si è tenuta una conferenza intitolata “Donne e violenza nel contesto mafioso: la storia di Lea Garofalo”, proposta dagli studenti e dalle studenti dell’associazione Libera. L’evento, che si pone all’interno del contratto previsto dal protocollo d’intesa tra l’Università di Trento e il presidio di Libera, ha come obiettivo quello condividere momenti di approfondimento e di sensibilizzazione al tema mafioso.

L’avvocata e Presidente dell’Ufficio Legale di Libera, Enza Rando, dialoga con la professora Barbara Poggio, prorettrice alle politiche di equità e diversità e con Emanuele Corn, ricercatore presso la facoltà di Giurisprudenza. Raccontano la storia di Lea Garofalo, affrontando il tema della violenza di genere da una prospettiva particolare: quella di una donna vittima innocente della ‘ndrangheta.

La storia di Lea Garofalo è infatti una storia che ben si inserisce nel contesto delle vittime del 25 novembre. Una storia di doppia violenza, tipica delle famiglie ‘ndranghetiste: violenza di genere e violenza di contesto mafioso.

Al di là delle grandi manifestazioni violente di mafia, quella di genere non è soltanto scandita da femminicidi, stupri, uccisioni. È una violenza latente: una donna non può scegliere, non può decidere per sé e per la sua vita, non può scegliere chi amare e chi sposare. In particolare il matrimonio è un mezzo di rafforzamento del potere, strumento utilizzato nell’ambito della subcultura e dell’indottrinamento mafioso.                                                

Inoltre, una della più grandi violenze che tali donne subiscono e che la stessa Lea in prima persona ha subito è la possibilità negata di proseguire gli studi. L’equazione è semplice: lo studio sommato all’inquietudine costante di una donna di mafia, la rende una donna libera. Studiare significa assumere degli elementi di sapere, degli elementi di libertà, di autodeterminazione.

La costante inquietudine di Lea, questa vita satura e opprimente, così, la portano alla giovane età di 14 anni a chiedersi cosa sia la vita e perché debba essere scandita da repressione e circuiti di vendetta. Questa vita sembra però ad un tratto modificarsi: si innamora di un ragazzo di mafia, Carlo Cosco, e si trasferisce con lui a Milano. Le sue aspirazioni di libertà, che nella moderna Milano, potevano così trovare terreno su cui germogliare, tuttavia, sublimano immediatamente: si cominciano a riproporre le logiche vissute in Calabria.

Rimasta incinta e nata sua figlia Denise, allora, fa una scelta d’amore. Si ribella al marito, lo denuncia e lo mette alle strette con la giustizia. È questa la prima e la più forte rottura culturale con le mafie: ribellarsi come donna ad un sistema fortemente patriarcale come quello mafioso, rende l’uomo privo di onore. L’incapacità di riportare all’ordine una donna ribelle è indice di disvalore: d’altronde la famiglia, e in particolare i figli, sono capitale sociale.

Lea entra così nel programma di protezione e diviene collaboratrice di giustizia. Questa definizione, tuttavia, le sta stretta: i collaboratori o le collaboratrici di giustizia sono coloro che hanno commesso reati e che ad un certo punto decidono di dichiarare verità e collaborare all’interno di un processo. Lei era una testimone di giustizia. Combatte quindi una duplice battaglia: contro la mafia e contro la definizione datale dallo Stato.

Lea e Denise, definita dalla stessa madre come una bambina cresciuta a “pane e legalità”, cambiano all’incirca sei o sette città. Nel frattempo, Carlo sconta la pena ed esce dal carcere.

È il 20 novembre di dieci anni fa. Siamo a Firenze. Denise vuole incontrare il padre e Lea vuole che lui aiuti la figlia economicamente. La sera prima di partire, Carlo propone a Denise di salutare la zia e i cuginetti. Nel momento in cui Lea lascia la figlia, il marito e i fratelli avevano organizzato l’omicidio. Prendono Lea per strada, la portano in una casa, la strangolano, la uccidono, danno fuoco al suo corpo.

È qui che, conclusa per volontà altrui la battaglia di Lea, incomincia quella di Denise.

La ragazza torna in Calabria, luogo che non aveva mai conosciuto prima di allora. Viene affiancata per volontà del padre (che era nuovamente tornato in carcere), da un ragazzo, Carmine Venturino.

L’indagine prosegue e i due ragazzi si innamorano. È così che Denise comprende per la prima volta e tocca con mano il contesto da cui sua madre era fuggita. Carmine, infatti, viene arrestato: era lui ad aver bruciato il corpo di Lea.

Il processo, conclusosi in soli tre anni “ti insegna il rispetto per giustizia” afferma l’avvocata Rando, costituitasi parte civile per Denise. “Io ho sempre fatto processi di mafia da parte civile”, continua. “Ho sempre pensato che se fossi diventata un giorno avvocata di parte civile, avrei fatto in modo che mai la parte offesa fosse stata sola a processo. Il processo è un rapporto di forza. E quel processo è stato abitato da tanti giovani, da professionisti del diritto. Erano lì per una ragazza che da sola cercava la verità”.

Dopo la storia di Lea, e grazie ad un film ideato a partire dalla sua storia, tante donne di mafia hanno cominciato a pensare che se Lea ce l’ha fatta, potevano farcela anche loro. Pensavano ai loro figli, all’educazione che avrebbero avuto. Questa è una rivoluzione iniziata dalla forza di una donna, ma oggi condivisa e portata avanti in maniera anche più strutturata e consapevole da molte altre donne. Quasi tutte le donne di mafia ribelli sono mosse dall’amore per i figli, dal fatto che li vogliono veder vivere, che vogliono che conoscano la bellezza. Però, poi, lo fanno anche per la loro vita. In un contesto che – almeno a parole – le protegge, dicono di essere schiave, talvolta persino violentate; quando vanno via sono in pericolo, ma hanno qualcosa in più, la libertà.

All’importante testimonianza dell’avvocata Rando, si affianca l’analisi giuridica del dott. Corn. Il suo discorso inizia da una riflessione sul 25 novembre.

Sono vent’anni, infatti, che questa data è riconosciuta dalle Nazioni Unite. Non è stata scelta per ricordare un omicidio avvenuto in un contesto domestico, ma il femminicidio di alcune donne domenicane a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70, attiviste politiche e contrastavano la dittatura. È così che questa giornata nasce come commistione e intersezione tra il ricordo della violenza nei confronti delle donne e altre forme di violenza. Non c’è, in questo senso, esempio migliore a cui pensare che quello di Lea Garofalo come vittima di mafia e di femminicidio.

La parola femminicidio è una parola appropriata dal punto di vista giuridico, anche per una coincidenza temporale. L’avvocata Rando ha raccontato cosa succedeva a Firenze il 20 novembre 2009, ma quattro giorni prima a San José, la capitale del Costa Rica dove ha sede la Corte interamericana dei diritti dell’uomo, veniva depositata una sentenza di 160 pagine che ha tracciato un prima e un dopo su questi temi. Era una sentenza in cui i giudici della Corte usano la parola “feminicidio” in un documento giuridico. Una parola che non nasce sui giornali, nasce in ambito giuridico, in una sentenza fatta da uomini bianchi. In quel contesto, in Messico, al di là di quello che si può immaginare, le donne sparivano, venivano violentate ma anche bruciate e date in pasto agli animali. Ciò si lega strettamente alla storia di Lea.

“Le sfide per i professionisti e le professioniste del futuro in ambito giuridico, sono di prevenire situazioni irreversibili, poiché gli eroi sono tutti giovani e belli ma quando ne parliamo sono morti”, afferma il dott. Corn.

Bisogna fare in modo che storie simili non abbiano lo stesso epilogo.

(N.B: in questo articolo è stato usato, anche a seguito dei temi affrontati, un linguaggio rispettoso della parità di genere. Eliminare il suffisso “-essa”, nato come modalità linguistica per discriminare il genere femminile, o utilizzare un plurale inclusivo, sono soltanto alcune delle tecniche basilari per rispettare la parità di genere, per non delegittimare o relegare nel silenzio delle categorie di persone. Il linguaggio riconosce, è un organismo vivente e come tale non tollera troncamenti, impoverimenti e forzature)

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi